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A Hong Kong la gente protesta e la Cina schiera l’esercito

A Hong Kong la gente protesta e la Cina schiera l’esercito
29 Settembre 2014 ore 15:32

I rapporti tra i manifestanti di Hong Kong, che chiedono elezioni libere per il 2017, e le autorità governative cinesi stanno diventando sempre più difficili. È delle ultime ore la notizia che Pechino ha schierato le forze di esercito e polizia contro la popolazione che è scesa in piazza, tra Civic Square e Tamar Park. La manifestazione era stata programmata per il primo ottobre, ma il movimento studentesco Scholarism ha accelerato i tempi. Alle 12 italiane (le 18 per Hong Kong) i poliziotti hanno spruzzato liquido urticante contro la prima fila degli 80 mila manifestanti. Le intimidazioni sono proseguite con lacrimogeni e manganellate. Nonostante ciò, studenti, professori e persone comuni hanno rifiutato di disperdersi e hanno mantenuto la propria posizione. Temendo un escalation delle tensioni, il governo di Hong Kong ha predisposto il ritiro dei militari e ha ripetuto ai manifestanti l’ingiunzione di disperdersi. Ancora una volta, non è stato ascoltato, e la gente è rimasta nelle strade. La situazione rimane preoccupante e qualcuno comincia a dire che quanto sta accadendo potrebbe rappresentare i prodromi di una nuova Tienamen.

Gli scontri tra autorità cinesi e popolo di Hong Kong sono iniziati da quando, a inizio settembre, la Cina ha fatto sapere che le elezioni del 2017 non si svolgeranno in piena libertà e indipendenza, come era stato promesso nel 1997, quando la città, allora colonia britannica, era tornata in mani cinesi. I candidati, non più di tre, dovranno infatti essere bene accetti a Pechino e presentare due qualità indispensabili, cioè l’amor patrio e la volontà di mantenere la stabilità politica. La notizia ha suscitato l’interessamento dell’Europa, ma il Ministro degli Esteri cinesi, Hua Chunyng, gli ha invitati caldamente a non intromettersi in faccende che riguardano soltanto la Cina. Probabilmente, si riferiva alla Gran Bretagna, che il diritto di intromettersi ce l’avrebbe, eccome. Dal 1997 ha mantenuto il diritto di ingerenza per 50 anni.

Con o senza intromissioni straniere, una cosa è certa: «Hong Kong non sarà mai più la stessa». Lo ha detto Martin Lee, veterano della lotta per la democrazia della città ed ex leader del Partito Democratico. La protesta contro la Cina ha dato modo alla popolazione, non solo agli studenti, di prendere maggiore consapevolezza di quelli che dovrebbero essere i loro diritti. I manifestanti sono affiliati a gruppi religiosi di ispirazione buddhista, avvocati, tassisti, professori e ragazzi. Nessuno di loro intende tirarsi indietro, nonostante gli arresti. Tra gli ultimi fermati, ci sono i deputati del Partito Democratico Emily Lau e Alberto Ho, l’accademico Joseph Cheng, docente di Scienze Politiche della City University of Hong Kong. È stato invece rilasciato Joshua Wong, il fondatore diciassettenne di Scholarism: senza scarpe e senza occhiali, ma in buone condizioni fisiche.

La situazione di Hong Kong ha suscitato la solidarietà di Taiwan. Il suo presidente, Ma Ying-jeou ha dichiarato che Taipei comprende e sostiene le richieste della città. Alcuni studenti hanno occupato l’ingresso dell’edificio che ospita la sede di collegamento tra l’isola e Hong Kong, sostenendo che «le autorità cinesi dovrebbero ascoltare la voce della gente di Hong Kong e gestire la protesta di decine di migliaia di persone in maniera pacifica e prudente». I giovani hanno consegnato a John Leung, direttore degli uffici di collegamento, una lettera in cui affermano il loro sostegno ai manifestanti di Hong Kong.

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