Una ricerca di Hays Italia

Quello che i capi non devono dire

Quello che i capi non devono dire
21 Novembre 2014 ore 09:00

C’era una volta la classica figura del capo, quello che ricopriva il proprio ruolo con polso di ferro, tanto da incutere timore ai propri sottoposti e non accettare alcun tipo di errore o negligenza. I tempi cambiano però, e anche le figure di riferimento sui posti di lavoro hanno dovuto adattarsi. Il personale, oggi, è molto più competente e specializzato. Non semplice manodopera, ma organo pensante all’interno di un’azienda, risorsa da sfruttare appieno non solo fisicamente, ma anche mentalmente per la crescita complessiva. Per questo la figura del capo assume oggi contorni meno delineati: non solo superiore che impartisce ordini, ma leader carismatico, fine psicologo e, soprattutto, ascoltatore paziente. Sapersi relazionare con i “propri uomini” è fondamentale e per poterlo fare è necessario sapere cosa dire, come dirlo e quando dirlo. Soprattutto, però, è fondamentale sapere cosa non dire. Per questo la società Hays, leader nella ricerca e selezione del personale specializzata nel top management, ha stilato un breve vademecum di frasi che un capo non dovrebbe mai dire ai propri sottoposti se vuole che l’umore resti alto e vada a braccetto con la produttività.

 

a Boss Leader

 

1) «Non voglio sentire lamentele». La tendenza al lamento, ahinoi, è comune a tanti. Ma per quanto possa essere fastidiosa, un buon capo deve mostrarsi sempre attento ai bisogni dei propri sottoposti, ai loro malumori, bendisposto all’ascolto e, talvolta, anche alla comprensione. In un momento di difficoltà, un buon capo deve lasciare spazio alla comunicazione più aperta, onde evitare che malumori nascosti minino la solidità del suo team di lavoro. Un dialogo schietto è sempre meglio di una ramanzina o di una litigata senza alcun esito positivo.

2) «Fai come ti dico, altrimenti…». È vero, sei il suo capo. Ed è anche vero che le vostre decisioni possono incidere (e non poco) sul futuro lavorativo del vostro sottoposto. Ma con le minacce non si fa altro che scatenare il terrore e far covare rancore nei vostri confronti. Un dipendente sa già che il capo può, dalla sua posizione, licenziare o prendere decisioni contro di lui, non c’è bisogno di ricordarlo in continuazione. Gli imperativi nascono e finiscono nel momento in cui sono detti. Il buon capo deve essere una guida e un maestro. E, si sa, questi non minacciano mai.

3) «Ho fatto io il lavoro al posto tuo. Tu dov’eri?». Voi siete un manager, loro no. Bisogna aver ben chiaro questo quadro quando si parla con i propri dipendenti. Il ruolo del manager ha tanti vantaggi, ma ha anche alcuni svantaggi: niente orari, niente certezze sugli impegni quotidiani. Non si può pretendere dai dipendenti gli stessi sforzi, soprattutto se prevedono lavoro extra.

 

licenziamento

 

4) «Ho sentito dire…». Il pettegolezzo no. Mai. Si può scherzare, ridere in compagnia, ma lasciarsi andare a voci assolutamente no. Anche perché il rischio è di minare alle fondamenta la propria credibilità davanti ai sottoposti.

5) «Questo cliente mi fa impazzire». Certi clienti fanno veramente impazzire, lo sappiamo tutti. Detto ciò, il capo deve sempre mostrarsi calmo. Se i dipendenti vedono il proprio superiore sfogarsi e gestire i rapporti con i clienti in malo modo, si potrebbero sentire in diritto di fare lo stesso. Come detto prima, il buon capo è guida e maestro.

6) «Non ce la faremo mai!». La pressione può schiacciare anche le personalità più forti. Ma se siete dei veri leader, piuttosto chiudetevi in uno stanzino a piangere, ma non dovete mai demotivare i vostri dipendenti. Abbattersi e mostrarsi tesi non fa altro che innervosire tutti, rischiando di scatenare il caos. Incoraggiate e organizzate, mai riversare frustrazioni e malcontento su chi vi circonda.

 

buon capo

 

7) «Tra tutti, te sei il migliore». Se proprio volete dirlo, prendete da parte il soggetto e, in privato, riferite la vostra soddisfazione circa il suo lavoro. Anche se, francamente, non andrebbe detta proprio mai. Se volete fare i complimenti a qualcuno, fateli senza sminuire, seppur implicitamente, gli altri dipendenti. Il rischio è di dividere invece che rafforzare.

8) «Abbiamo sempre fatto così». State uccidendo la creatività e, soprattutto, vi dimostrate chiusi davanti alle novità e poco inclini all’ascolto delle idee altrui. I dipendenti sono risorse, non oggetti da usare a vostro piacimento. Condividere dei processi decisionali è il miglior modo per farsi apprezzare e rispettare.

9) «È tutta colpa tua». Se è sbagliato elogiare apertamente qualcuno davanti a tutti, ancora più sbagliato è incolparlo per un fallimento. Essendo il suo capo, ogni sua vittoria e ogni sua sconfitta sono anche vittorie e sconfitte tue. Se davvero, poi, la colpa di un insuccesso è di qualcuno in particolare, la mossa giusta è parlarne a quattr’occhi per capire il motivo dell’errore. Diplomazia prima di tutto.

10) Insultare e umiliare. In questo caso le frasi da evitare sono talmente tante, che è inutile riportarne una sola. La certezza è che il buon capo non deve mai e poi mai insultare un suo sottoposto o umiliarlo facendolo sentire inferiore. Innanzitutto è questione di buona educazione, perché fuori dal posto di lavoro persone siamo e persone rimaniamo, dal top manager al magazziniere, ma anche perché parole così dure creerebbero un clima di terrore in ufficio, completamente agli antipodi di quello necessario per migliorare la produttività di un’impresa, come diverse ricerche hanno dimostrato. Se dunque vi venisse voglia di lasciarvi andare, mordetevi la lingua, pensate fino a cento (o anche mille talvolta) e rimandate la discussione. Quando vi sarete calmati organizzate un colloquio privato e, diplomaticamente, esponete le vostre ragioni. Non dimenticatevi mai, però, di ascoltare anche quelle del vostro sottoposto. Potreste scoprire che a sbagliare siete voi.

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