Il progetto e i timori Usa

I cinesi costruiscono un’altra isola Ed è una cosa di cui preoccuparsi

I cinesi costruiscono un’altra isola Ed è una cosa di cui preoccuparsi
01 Dicembre 2014 ore 12:07

La Cina sta costruendo un’isola artificiale nel Mare Cinese Meridionale. Più precisamente sulla barriera corallina – di fronte alla scogliere di Fiery Cross – appartenente alle Spratly Island. Una zona che, come l’isola Senkaku (di cui avevamo già parlato le scorse settimane), da decenni è contesa da diversi Paesi dell’area: Cina, Vietnam, Taiwan, Malaysia, Sultanato del Brunei e Filippine.

Tanto interesse è dovuto a ragioni sia di tipo economico che strategico. Ricca di pesce come pochi altri posti al mondo, la regione è una risorsa importante per l’economia di questi Paesi, che si regge principalmente sull’export ittico. I fondali sono poi ricchissimi di gas e petrolio. Inoltre, la metà del traffico mercantile mondiale e l’80 percento dei trasporti di petrolio grezzo verso Giappone, Corea del Sud e Taiwan passa di lì. È chiaro, dunque, come la sovranità sulle isole rappresenti un’opportunità che nessuno vuole lasciarsi sfuggire.

 

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[La costruzione dell’isola sul Johnson South Reef]

 

Il progetto e i timori Usa. È la quarta isola che i cinesi costruiscono dal nulla nelle Spratly negli ultimi 18 mesi, dragando la sabbia dal fondo del mare per consolidare la struttura (le altre sono state edificate sul Johnson South Reef, il Cuarteron Reef ed il Gaven Reef). Ma quella di fronte a Fiery Cross Reef è il progetto più ambizioso e imponente.

Secondo il disegno, l’isola artificiale che sta costruendo da agosto scorso la Cina dovrebbe essere lunga 3 chilometri e larga tra i 200 e i 300 metri. Sarebbe prevista anche la costruzione di un porto e un aeroporto, cosa che consentirebbe di fatto di esercitare il controllo aereo sui cieli della zona. Per ultimare i lavori servirebbero una decina di anni e 5 miliardi di dollari (per intenderci, pari ai costi di costruzione di una portaerei nucleare).
L’esercito americano, preoccupato, ha dichiarato che l’aeroporto sarebbe in grado di far atterrare aerei da guerra e il porto potrebbe far attraccare navi militari. Ma di fronte alle perplessità degli Stati Uniti, che hanno ripetutamente chiesto di bloccare il progetto, Pechino ha risposto: «Gli Stati Uniti sono ovviamente di parte considerando che le Filippine, la Malesia e il Vietnam hanno già infrastrutture militari. La Cina è pronta ad affrontare le pressioni internazionali e continuerà la costruzione poiché è completamente legittimata e giustificabile».

 

 

La base militare. Il China Morning Post, che ha dato la notizia della costruzione dell’isola, conferma i timori dell’esercito Usa. Le dimensioni dell’isola, infatti, permettono di creare nel Mar Cinese Meridionale una base militare a pieno titolo con aeroporto militare e l’approdo delle navi della stazza fino a 5000 tonnellate. Con tutta probabilità, poi, la base comprenderà anche l’infrastruttura a pieno titolo per la conservazione e manutenzione di aerei da combattimento e ausiliari, e per armamenti per l’aviazione. Da lì si potranno dispiegare i complessi missilistici antiaerei di lunga gittata (HQ-9 o perfino S-400), dei missili pesanti antinave YJ-62, oltre a una squadriglia di elicotteri da trasporto, motoscafi da sbarco ad alta velocità e navi a cuscino d’aria.

Gli equilibri a rischio. L’arcipelago delle isole Spratly, un centinaio di isolotti, sorge su un’area di 410.000 chilometri quadrati; in tutto sono circa 5 chilometri quadrati di terraferma. La sovranità su acque, atolli e isole, il più delle volte disabitate, da decenni è contesa tra Filippine, Vietnam, Taiwan e Cina, che nel corso degli anni si sono spartiti parti di terra e acqua.

Ma la mossa cinese delle costruzione di isole artificiali rientra in un piano più grande di espansionismo che non piace ai Paesi vicini, soprattutto a Vietnam e Filippine, che occupano rispettivamente il numero maggiore di isole e detengono la porzione più estesa delle Spratly. Al centro c’è anche la questione delle acque territoriali, che per il diritto internazionale si estendono fino a 200 miglia nautiche dalla costa: con la costruzione di isole artificiali la Cina può aumentare il controllo del mare.

Le conseguenze, oltre a quelle di tipo ambientale che derivano dalla distruzione di chilometri di barriera corallina, potrebbero essere molto gravi e minare gli equilibri geopolitici e diplomatici della regione, con un conseguente probabile interessamento degli Stati Uniti, primo nemico strategico della Cina nell’area.

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