Un esercito senza divisa

Chi sono i cinquanta italiani che combattono per la jihad

Chi sono i cinquanta italiani che combattono per la jihad
26 Agosto 2014 ore 16:35

Tra i cinquanta italiani partiti per combattere a fianco dei miliziani dell’Isis potrebbero esserci anche dei bergamaschi. A reclutarli sarebbe un imam itinerante di origine bosniaca, Adhan Bilal Bosnic, ritenuto essere un elemento di spicco dell’Isis, indagato per le sue prediche a favore della jihad. A Bergamo sarebbe venuto lo scorso inverno per incontrare alcuni fedeli di religione islamica di origine balcanica. L’imam, ora aggregato alle frange estreme del fondamentalismo islamico, è un fervido sostenitore della guerra santa in Siria e del Califfato. Insieme con Nusret Imamovic, Bakir Halimi e Muhamed Fadil, è uno dei principali reclutatori di giovani musulmani balcanici, che indottrina spingendoli alla guerra santa. Su Youtube ci sono molti suoi video, in cui fa appelli per la distruzione dell’America, si prodiga in canti inneggianti alla guerra e propone slogan (uno su tutti: «Con esplosivi sul nostro petto costruiamo la via verso il paradiso»). Lo stesso imam Bosnic, in un’intervista via Facebook rilasciata all’edizione di Bergamo del Corriere della Sera, si è espresso sulla vicenda delle due italiane rapite in Siria (una, Vanessa Marzullo, è bergamasca): secondo Bosnic, le due ragazze interferivano in faccende da cui avrebbero dovuto stare lontane perché inerenti a «problemi interni islamici». Il rapimento, inoltre, è – secondo l’imam – «una pratica giustificata, è una cosa comune per un nemico durante la jihad e qualsiasi altra guerra».

L’imam Bosnic pare non essere però l’unico che a Bergamo nel corso degli anni ha reclutato volontari da spedire al fronte a combattere con i fondamentalisti. Già nei primi anni del Duemila, ai tempi di Bin Laden e delle Torri Gemelle, Britel Abou El Kassim – il terrorista di Al Qaeda individuato nei dossier abbandonati a Kabul – conduceva una vita insospettabile proprio a Bergamo. I suoi frequenti viaggi in Pakistan avevano però acceso l’interesse dell’intelligence, che lo ha ritenuto un possibile reclutatore dei volontari per i campi afghani di Bin Laden.

Un esercito senza divisa: chi sono davvero. L’antiterrorismo li definisce Foreign Fighters, combattenti stranieri nei più crudi teatri di guerra. Un esercito senza divisa, che cresce e si moltiplica sempre più rapidamente all’ombra delle periferie delle città europee, soprattutto in Francia, Gran Bretagna, Belgio e Olanda. Ormai ha superato le duemila unità (2.300 secondo le stime di Europol), un incremento verticale rispetto alle circa 800 della scorsa estate. Ci sono anche alcune donne: partono per combattere o per aiutare nella logistica fidanzati e mariti guerriglieri. Pare siano il 16 percento del totale.
Tra gli italiani i reclutati sono giovanissimi, hanno tra i 18 e i 25 anni: convertiti di recente all’Islam, solo il 20 percento di questi è figlio di immigrati.
Provengono quasi tutti dal Nord Italia: Milano e Torino in primis e poi Bologna, Padova, Cremona e alcune zone dell’Emilia. Non sono mercenari, anzi. Credono nella jihad, la Guerra Santa.
In Italia hanno professioni normali, alcuni sono studenti, altri impiegati, operai, macellai, c’è anche un insegnante. Alcuni sono disoccupati.
I figli degli immigrati, le cosiddette seconde generazioni, o musulmani 2G, non sono la maggioranza. Sono spesso persone che vivono in zone alienate, come la periferia di una grande città, e questo li porta a trovare nel fondamentalismo una risposta al proprio disagio. Ad esempio, c’è anche un rapper bresciano di origine marocchina, Anas El Abboubi, in Italia da quando aveva sette anni, che ha fatto perdere le sue tracce dopo essere partito per la Siria. Sulla sua pagina Facebook, ora non più attiva, qualche tempo fa scriveva: «Sono uno dei tanti immigrati che hanno radicato la loro infanzia in questa Europa consumata dall’ipocrisia. Con chi dovrei integrare i miei principi di disciplina se sono discriminato?».

Il reclutamento passa dal web. Il web è il principale mezzo di reclutamento: molti dei novelli jihadisti sono dei navigatori solitari della rete internet, frequentano social network, blog e siti inneggianti la Guerra Santa. Per questa loro formazione virtuale, che sfugge a ogni raggruppamento, sono definiti terroristi homegrown, cioè fatti in casa.
Ci sono poi le moschee, o i centri di preghiera. Spesso si tratta di scantinati o garage. Non essendoci moschee autorizzate nella maggior parte delle grandi città, i musulmani si trovano a pregare in luoghi dove non c’è alcun controllo. La mancanza di regolamentazione in materia fa sì che non ci sia l’obbligo di tenere i sermoni in italiano e quindi i messaggi predicati possono sfuggire ai controlli. Vengono utilizzate anche tecniche di manipolazione apprese nei campi di addestramento in Pakistan dai reclutatori.

Qualcuno è morto. Questi jihadisti di casa nostra stanno combattendo in Siria e in Iraq. Il più famoso di loro, forse il primo di cui si è parlato, è morto l’anno scorso in Siria mentre combatteva a fianco dei guerriglieri ceceni. Si chiamava Giuliano Delnovo ed era nato a Genova. Finora, oltre a lui, secondo le stime del Ministro degli Interni Angelino Alfano, stesso destino è toccato ad una decina di persone.

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