Lo dice Il Foglio

I dazi sulla San Pellegrino, spiegati (tipo che li aveva previsti Obama)

I dazi sulla San Pellegrino, spiegati (tipo che li aveva previsti Obama)
03 Aprile 2017 ore 06:30

Sta facendo molto discutere la notizia secondo cui Donald Trump avrebbe intenzione di porre dei dazi del cento per cento sull’importazione negli Stati Uniti di alcuni prodotti europei. Nel mirino ci sono diversi prodotti, anche italiani, come la mitica Vespa targata Piaggio e, soprattutto, l’acqua San Pellegrino, facente parte del colosso internazionale Nestlè. In una nota del Dipartimento del Commercio Usa, si menzionano «fino a 90 prodotti europei» che potrebbero essere soggetti a tariffe di ingresso negli States. La notizia è stata diffusa dal Wall Street Journal, fonte decisamente attendibile, ed è stata ripresa in tutto il mondo, causando la reazione (anche politica) di molti Stati.

 

 

Dietro la misura, ci sarebbero le proteste dei produttori di carne di manzo americani, secondo i quali l’Unione europea non ha aperto abbastanza i propri mercati alla loro carne di «alta qualità», cioè quella non trattata con gli ormoni, come invece prevedeva un accordo del 2009. Si tratterebbe, dunque, di “dazi punitivi”, limitati solo a una minima parte del mercato dei prodotti importanti negli Usa. Le norme della Organizzazione mondiale del commercio, infatti, prevedono che gli Stati Uniti possano imporre dazi solo su importazioni per un valore di cento milioni di dollari da tutti i Paesi Ue, come precisa Il Sole 24 Ore. Una cifra minima se si considera che l’export complessivo dell’Unione europea verso gli States è pari a oltre 360 miliardi di dollari.

Com’era prevedibile, la notizia ha scatenato i cosiddetti anti-Trump, che hanno tacciato il neo presidente degli Stati Uniti di antiquato protezionismo. Eppure, andando a fondo della questione e cercando di andare oltre ai titoloni dei principali media italiani, si scopre che la vicenda ha radici ben più profonde e nasce quando, alla Casa Bianca, risiedeva Barack Obama e non il miliardario di New York. Lo spiega, con dovizia di particolari, l’esperto americanista Mario Sechi nelle pagine de Il Foglio: «La notizia è una non notizia e se proprio vogliamo cercarne una, di notizia, è il riflesso pavloviano dei levrieri da tastiera democratica nell’azzannare l’amministrazione Trump anche quando l’origine del problema – se di problema si tratta – è da un’altra parte» scrive Sechi. La lista dei novanta prodotti su cui gli Stati Uniti vorrebbero imporre dei dazi punitivi, infatti, è stata depositata al Dipartimento del Commercio Usa il dicembre scorso, quando era ancora Obama a guidare l’America. Si trattava, per la precisione, di un aggiornamento di una serie di prodotti europei che erano soggetti a tassazione rafforzata già dal 1999 e sottoposti a regime speciale di importazione, in tutto o in parte, fino al 2011. Stiamo parlando, dunque, di decisioni prese sotto tre diversi presidenti: Clinton, Bush e Obama.

 

 

Washington, in quella nota depositata a dicembre al Dipartimento del Commercio, annunciava di essere pronta a prendere provvedimenti contro la decisione della Ue di vietare l’ingresso di carni bovine americane. Ma, come anticipato, la questione prende il via oltre venti anni fa. Nel 1996 per la precisione, gli Usa portarono Bruxelles davanti all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per lamentarsi del fatto che le carni americane “alimentate” ad ormoni non fossero importate nei mercati europei. Due anni dopo, la Wto diede (in parte) ragione agli americani e sanzionò la decisione della Ue di bandire le importazioni di carne bovina a stelle e strisce a prescindere dalla presenza o meno di ormoni, perché, nel dubbio, l’Europa aveva deciso che era meglio evitare di importare carne da oltreoceano, visto che la normativa americana non prevedeva indicazioni specifiche sull’utilizzo degli ormoni. Una decisione saggia, diremmo noi. Ma la Wto non era della stessa opinione. Dopo un decennio e passa di tira e molla, finalmente Usa e Unione europea raggiunsero un accordo: nel 2009 la Ue diede il via libera all’accesso sul mercato europeo di ventimila tonnellate di carne di manzo Usa di “alta qualità” (senza ormoni), quantità che sarebbe salita a 45 mila tonnellate dopo quattro anni, quindi nel 2013. Dal canto suo, Washington rinunciò all’applicazione di ritorsioni che aveva già in cantiere, i famigerati dazi per l’appunto. Negli anni successivi, però, sorse un nuovo problema: le quantità di carne importabile riservate agli Usa riguardavano, in realtà, tutti i Paesi terzi. Quindi le ventimila tonnellate prima e le 45 mila poi, venivano facilmente esaurite da Paesi come Australia, Nuova Zelanda o Argentina, con una tradizione in tema di carne decisamente più stimata rispetto agli States. Lasciando i concorrenti a stelle e strisce all’asciutto. Da qui le proteste dei produttori di carne che hanno portato in primo piano, nuovamente, l’ipotesi dei dazi punitivi.

La situazione, ora, è molto delicata. Gli Usa, infatti, chiedono fortemente che l’Unione europea trovi presto una soluzione al problema. Teoricamente, il tavolo delle trattative si sarebbe dovuto riaprire in occasione delle discussioni sul Ttip, cioè il negoziato di libero scambio tra Stati Uniti e Ue che però Trump ha congelato. E questa, al momento, sembra la sua unica vera colpa. Per i dazi, invece, rivolgetevi ad altri.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia