Verso la chiusura del supercarcere

I sei ex-detenuti di Guantanamo accolti come rifugiati in Uruguay

12 Dicembre 2014 ore 11:17

Ahmed Ahjam, Ali Hussein Shaabaan, Omar Abou Faraj et Jihad Diyab, siriani. Mohammed Tahanmatan, palestinese. Abdoul Ourgy, tunisino. Sono i nomi dei sei che erano detenuti nel carcere di Guantanamo e adesso sono stati accolti dall’Uruguay come rifugiati, sulla base di un accordo tra l’amministrazione americana e l’ormai ex presidente uruguaiano Pepe Mujica. Hanno tra i 30 e i 40 anni ed erano stati arrestati in Pakistan nel 2002 perché sospettati di essere terroristi al soldo di Al Qaeda. Su di loro, però, non sono mai state emesse condanne.

L’intelligence Usa ha stabilito che non sono persone ad alto rischio, per questo, se volessero, potrebbero lasciare Montevideo con una nuova identità. Dai racconti di un avvocato per i diritti umani che rappresenta uno di loro, sono arrivati in Uruguay a volto coperto, ammanettati e con le orecchie tappate. Al momento sono ricoverati in ospedale in seguito alle cattive condizioni di detenzione e ai maltrattamenti subiti durante la prigionia. I sei, inoltre, avevano iniziato uno sciopero della fame, che li ha portati a versare in uno stato di denutrizione avanzata. Di questi sei, quello che sta peggio è Jihad Diyab, che ha denunciato le autorità americane di avergli somministrato l’alimentazione forzata nel corso del suo sciopero della fame.

Quando si saranno ristabiliti e saranno in condizione di essere dimessi dall’ospedale i sei ex detenuti saranno accolti in una casa messa a disposizione dal sindacato Pit-Cnt (Plenario Intersindical de Trabajadores – Convenciòn Nacional de Trabajadores), la principale confederazione sindacale del paese. Poi il governo uruguayano li aiuterà a sistemarsi e a trovare un lavoro.

Guantanamo. Dal 2008 il presidente Obama promette la chiusura di Guantanamo, definendolo un “capitolo triste della storia americana”. Nel tempo è diventata la prigione simbolo della lotta al terrorismo. Il carcere venne aperto l’11 gennaio 2002 dall’amministrazione Bush all’interno della base navale che si trova sull’isola di Cuba, con l’obiettivo di rinchiudere i “combattenti nemici” catturati in Afghanistan e sospettati di attività eversive.

La scelta di aprire il carcere a Guantanamo venne effettuata seguendo la strategia di evitare qualsiasi responsabilità degli Stati Uniti, dal momento che la base navale appartiene all’esercito USA ma è situata in territorio non statunitense. L’allora presidente cubano Fidel Castro denunciò l’occupazione illecita di questo territorio per mano dell’esercito degli Stati Uniti.

Più volte, nel corso di questi anni, su Guantanamo si sono levate polemiche in merito alle condizioni di reclusione e sull’effettivo status giuridico-fattuale dei reclusi. Le torture a Guantanamo sono all’ordine del giorno, e sono documentati anche dal un film del 2006, “The Road to Guantanamo” di Michael Winterbottom e Mat Whitecross, che racconta la storia vera della detenzione di tre giovani inglesi catturati in Afghanistan nel 2001 e ritenuti, a torto, militanti di Al-Qaida. Il film mostra alcune delle torture da parte dei funzionari Cia, descritte anche nel rapporto pubblicato nei giorni scorsi: musica suonata a tutto volume per ore, a volte per giorni, per costringere i prigionieri a rivelare le informazioni in loro possesso.

Ci sono inoltre osservatori che sostengono che i reclusi non sarebbero classificati dal governo USA come prigionieri di guerra, né come imputati di reati ordinari (il che potrebbe garantire loro processi e garanzie ordinarie), ma sarebbero invece ristretti come detainees (detenuti) senza altro dichiarato titolo, negando loro ogni tipo di diritto specifico. La firma di Obama sull’ordine di chiusura del carcere, e non della base militare, è del 21 gennaio 2009 e i programmi dicevano che doveva essere smantellato entro l’anno. A più di cinque anni di distanza, ciò non è ancora avvenuto.

I trasferimenti. Dall’inizio dell’anno, nell’ambito di questo di chiusura del carcere, sono stati trasferiti 19 detenuti. Alcuni di loro sono stati rimpatriati, altri inviati in un paese terzo. Quello verso l’Uruguay è il più grande trasferimento dal 2009 e il primo verso un paese sudamericano. L’ex presidente José Mujica aveva proposto a marzo del 2014 di prenderli in carico. In cambio, si legge in una lettera che l’ex presidente ha indirizzato al suo popolo per spiegare il gesto di accoglienza, ha chiesto la fine dell’embargo a Cuba, oltre alla liberazione dei tre patrioti cubani prigionieri negli Usa da 16 anni e quella di Oscar Lopez Rivera, il settantenne combattente indipendentista portoricano, prigioniero negli Stati uniti da oltre 30 anni.

A Guantanamo, negli ultimi 13 anni erano detenute 779 persone, la maggior parte di loro, come i sei giunti a Montevideo, non hanno mai subito né condanne né processi. Ora nella prigione di massima sicurezza, rimangono 136 detenuti. Quasi la metà di loro potrebbero uscire dal carcere ed essere trasferiti, ma i loro paesi di origine sono troppo instabili o insicuri perché possa avvenire il rimpatrio. Per questo una cinquantina di paesi ha dato la disponibilità ad accoglierli.

Ogni detenuto costa al governo americano 3 milioni di euro l’anno, mentre un prigioniero di un carcere di massima sicurezza federale costa 34 mila dollari. La chiusura di Guantanamo prevede un costo di 80 milioni di dollari, e il senato Usa ha recentemente respinto il piano di chiusura, con 80 voti contrari e 6 favorevoli.

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