La guerra infinita

Controffensiva di Bagdad Riconquistate alcune città

Controffensiva di Bagdad Riconquistate alcune città
16 Giugno 2014 ore 09:48

L’avanzata degli estremisti jihadisti di Isis verso Baghdad è stata fermata dalla controffensiva dell’esercito iracheno. Dopo la conquista di Mosul e Tikrit da parte dei ribelli, si temeva la marcia  verso la capitale dell’Iraq, ma tra sabato e domenica le forze armate del governo di Nuri al-Maliki hanno attaccato i miliziani dell’Isis, riconquistando diverse città in prossimità di Baghdad e nel nord del paese. A riferire quanto accaduto è il portavoce per la sicurezza del primo ministro, il generale Qassem Atta: «Le forza governative hanno ripreso l’iniziativa. 279 terroristi sono stati uccisi in 24 ore».

Negli ultimi giorni, migliaia di volontari sciiti si sono uniti all’esercito per respingere l’attacco dei ribelli sunniti e ulteriori rinforzi stanno giungendo a nord, nella città di Samarra, 110 chilometri da Baghdad e dove è tuttora in corso un aspro combattimento in cui sono già almeno 10 i soldati morti secondo quanto riportato dall’emittente Al Jazeera. La stessa fonte dichiara che ulteriori scontri tra ribelli e forze armate governative supportate da volontari sono in corso a Tal Afar, cittadina sciita a 60 chilometri dalla capitale, mentre parte dell’esercito sta marciando verso Mosul, prima vera grande città conquistata dall’Isis la scorsa settimana.

Gli Stati Uniti, dopo essersi dichiarati contrari ad un intervento armato in Iraq a supporto del governo di Nuri al-Maliki, hanno comunque dislocato una propria portaerei nel Golfo, pronta ad intervenire nel caso in cui la situazione degenerasse a favore degli estremisti. Anche l’Iran, stato che appoggia le politiche del primo ministro iracheno, s’è detto pronto a collaborare militarmente per combattere il terrorismo.

A scatenare la controffensiva hanno contribuito le immagini, diffuse sul web, di decine di soldati sciiti catturati dagli estremisti e giustiziati. Grande impressione hanno fatto le foto di camion carichi di prigionieri, di uomini distesi in fosse comuni e di mujahedin che aprivano il fuoco. Non si conosce ancora il bilancio dei massacri, ma si parla di almeno 1700 vittime.

Già nella giornata di venerdì erano circolati i primi rapporti sulle esecuzioni sommarie e fonti Onu avevano parlato di 17 persone passate per le armi nelle zone “liberate”. Successivamente i vertici dell’Isis avevano annunciato la punizione estrema per soldati, agenti e persone sospettate di aver collaborato con le autorità sciite. Gli islamisti avevano sostenuto di aver catturato nella zona di Tikrit oltre 4 mila militari, ma sui numeri c’è grande incertezza. Successivamente hanno affermato di averne uccisi 1700.

La scorsa settimana, una dopo l’altra erano cadute nelle mani dei miliziani dello Stato Islamico le principali citta del nord dell’Iraq. Mercoledì scorso l’avanzata verso sud dei fondamentalisti islamici iracheni aveva raggiuntoi Tikrit, capoluogo della provincia di Salaheddine e città natale di Saddam Hussein. Giovedì erano a 70 chilometri dalla capitale.

La conquista di Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq, era invece avvenuta nella notte di martedì 10 giugno. I terroristi avevano annunciato alla popolazione che la conquista della città sarebbe coincisa con la sua liberazione. Gli insorti erano poi avanzati verso sud-est, nella zona di Kirkuk, erano entrati nella provincia di Salahuddin e si erano impossessati della regione petrolifera di Biiji.
Il primo ministro dell’Iraq Nuri al Maliki, sciita, aveva immediatamente chiesto al Parlamento di dichiarare lo stato d’emergenza in tutto il Paese, chiamando in causa anche le Nazioni Unite, la Lega Araba e l’Unione Europea, chiedendo appoggio al suo governo nella guerra «contro il terrore».

 

Gli sfollati – Secondo Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni), oltre 500 mila civili sono fuggiti da Mossul, per cercare rifugio nelle regioni confinanti. «Famiglie terrorizzate con i loro bambini scappano dalla violenza di Mosul, in uno dei più grossi e rapidi movimenti di massa di cui si abbia memoria storica. Questa scioccante escalation di violenza sta costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case e dirigersi verso la regione del Kurdistan». Lo ha dichiarato Aram Shakaram, responsabile di Save the Children in Iraq.

L’inizio – L’attacco alla città di Mosul era iniziato all’inizio della scorsa settimana, quando i terroristi avevano cercato di impadronirsi dei palazzi governativi e dei quartieri più importanti. I ribelli erano riusciti ad occupare la sede del governatore, due edifici di televisioni satellitari, l’aeroporto, le prigioni di Badush e Tasfirat e il centro di detenzione dell’antiterrorismo di Piazza Tayran. Lunedì 9 giugno, il governatore di Ninawa, Atheel al-Nujaifi, aveva invitato gli abitanti di Mossul a resistere agli attacchi dei gruppi terroristici con un messaggio televisivo. Maliki stesso, citando un comunicato del Consiglio dei Ministri, aveva chiamato tutti i cittadini a «prendere le armi» per opporsi all’avanzata dei jihadisti nel nord. Non si sa ancora nulla, intanto, delle 48 persone al consolato di Turchia a Mossul: fra queste, il console, alcuni membri delle forze speciali e qualche bambino. Lo ha annunciato un responsabile turco.

I luoghi occupati e le vittime – Dall’inizio dell’anno i terroristi sono riusciti a impadronirsi della città di Falluja, dove sono ancora assediati dall’esercito. La scorsa settimana, invece, si sono impadroniti di Samarra, una delle città simbolo degli sciiti, occupando per alcune ore i quartieri più importanti, fino alla ritirata, a seguito di scontri armato con l’esercito. A partire da gennaio, sono state oltre 4.000 le vittime di attentati e attacchi armati e nel Paese si teme il ritorno di una guerra aperta tra sunniti e sciiti.

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