Dall'Arlecchino all'Ercole

5 monumenti brutti di Bergamo

5 monumenti brutti di Bergamo
Cronaca 05 Novembre 2014 ore 12:45

Pensare ai monumenti bergamaschi con un sorriso compiaciuto non è cosa sempre facile. Innanzitutto perché sono pochi i monumenti (intendendo le sculture) che tornano alla mente appena si concentra il pensiero sulla questione; poi perché, bisogna ammetterlo, le statue che adornano la città non si distinguono per particolari virtuosismi creativi, né per la loro spiccata bellezza. Tra gli altri, per di più, alcuni sono particolarmente terribili. Vuoi per le linee, vuoi per il materiale o per la storia particolarmente triste della loro committenza, ecco i cinque che “meritano” di entrare in questa classifica.

 

5) L’Arlecchino

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Se una scultura non la vuole nessuno solitamente è il primo segno della sua scarsa bellezza. Questo è quello che è successo con il bronzetto raffigurante Arlecchino, che ora saluta i turisti affacciandosi verso la stazione all’inizio di Viale Papa Giovanni XXIII, ma che prima di giungere a questa collocazione è stato rimbalzato di mano in mano come fosse un tizzone ardente. Realizzata dallo scultore Mario Gotti, la scultura è stata donata alla città dal Ducato di Piazza Pontida e da allora è iniziato il calvario del “Dove la mettiamo?”.

Per anni è rimasta parcheggiata, prima nei magazzini comunali, qualcuno dice anche in una casa di riposo in Val d’Imagna, poi nel cortile del Palazzo della Provincia, mentre il fronte del Duca di Piazza Pontida Bruno Agazzi  combatteva contro Alberto Garutti, ideatore della vasca (pardon… fontana) di Largo Rezzara che assolutamente non voleva che la statua finisse sopra la sua opera. Avanguardia contemporanea contro folclore popolare finì allora 1 a 0 per la prima e la scultura di Arlecchino dovette tornare a cercare casa. Dalla fine del 2011 è ben piazzata davanti all’Urban Center, con una collocazione ormai definitiva, anche se l’unico simbolo sorridente della città quasi scompare in mezzo al grande complesso e pare sia diventato il centro di riferimento della delinquenza della zona.

 

4) Il busto di Lorenzo Mascheroni

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Restando nell’ambito delle sculture che nessuno vuole, Bergamo offre un precedente illustre. L’insigne matematico Lorenzo Mascheroni è rappresentato da un semplice busto, e solo grazie all’interesse specifico di alcuni cittadini, che si sono adoperati per racimolare i soldi necessari alla realizzazione del monumento. Nelle parole riportate in occasione della breve cerimonia (in tutto mezz’ora) durante la quale Gianforte Suardi, presidente del Comitato, ha consegnato la statua alla città, si legge: «Signori, in nome del Comitato per un ricordo a Lorenzo Mascheroni, ho l’onore di consegnare al sindaco di Bergamo questo busto opera di scalpello valente. I sottoscrittori, col porre questo ricordo credettero non solo di compiere un atto doveroso, ma pensavano che se nulla si fosse fatto a Bergamo avrebbe potuto essere giustamente accusata di ingiustificabile, colpevole oblio verso uno dei suoi figli più illustri».

Parole chiaramente polemiche, che riassumono quanto difficile fu la realizzazione di questo monumento. Il Comitato si era costituito nel lontano 1892 (patrocinato dal Casino degli Artisti Operai e Professionisti) e in cinque anni era riuscito a raccogliere solo 1533,80 lire, più 112,95 d’interessi e di conseguenza non poté che ordinare allo scultore Ernesto Bazzaro, milanese, un busto da 1600 lire. Il Bazzaro era effettivamente uno scultore “valente”, arrivato nella terna definita dal concorso per la realizzazione della statua di Donizetti (vinto dal napoletano Francesco Jerace), ma le risorse erano un po’ limitate per un’impresa degna di nota (basta ricordare che la statua del Donizetti costò 4 volte tanto). Per il busto si usò marmo di candoglia con venature rossigne e il risultato è un’opera molto somigliante alle fattezze originali. Anche qui, un mistero: i giornalisti dell’epoca, infatti, raccontano che lo scultore avesse inizialmente modellato un naso che trasformava completamente il viso del matematico e letterato. Caso volle che, mentre si stava sistemando il monumento in loco, si ruppe la gru, il busto cadde e si scheggiò il naso. Lo scultore presente provvide alla riparazione e ne uscì quel naso camuso che rese i lineamenti più somiglianti.

 

3) La statua di Papa Giovanni XXIII

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La fortuna delle amministrazioni comunali con le sculture commemorative non cambia negli anni. Dimostrazione è il recente caso della statua al Santo Papa Giovanni XXIII creata per l’Ospedale di Bergamo. Anche in questo caso, non sono mancate complicazioni varie ed eventuali: un gruppo di cittadini trova uno scultore, fa realizzare un monumento, recupera gli sponsor in grado di pagarlo e una volta pronto lo regala al Comune, che gli trova un’adeguata collocazione. Ma, anche in questo caso, dare spazio alla scultura diventa problematico. Forse è perché l’opera del trevisano Carlo Balljana in bronzo fuso e cera non è propriamente somigliante al Santo, pur nel suo essere assolutamente realistica. Fortunatamente in questo caso è stata “graziata” dalla devozione popolare. Durante le sue prime settimane di permanenza nell’atrio dell’Ospedale PG23 la scultura, alta un metro e 80 cm e del peso di 4 quintali, è stata letteralmente ricoperta di rosari, fiori, doni. La sua mano è già diventata lucida a causa di tutti coloro che, in cerca di conforto e speranza, la toccano, pregando il Santo. Grazie alla fede popolare, questo monumento, esteticamente discutibile, ha trovato una casa.

 

2) Il busto di Giacomo Carrara

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Tutt’altro che brutto il monumento a Giacomo Carrara, va citato nella classifica a causa della sua orrenda collocazione. Di fatto non si tratta di una scultura ma del centro di una rotonda di parcheggi fra l’Accademia che il Conte donò alla città e la GAMeC. L’immagine bronzea di Carrara fu realizzata da Ferruccio Guidotti che dichiarava: «Sono rimasto l’ultimo degli scultori bergamaschi della mia generazione e della precedente. Sono scomparsi i miei maestri e gli amici, gli scultori Piero Brolis e Stefano Locatelli, poco più grandi di me, e i pittori Raffaello e Orfeo Locatelli. Ho alle spalle settant’anni di scultura e ho smesso di esporre in mostre personali dal 2003, dall’antologica che il Comune di Bergamo mi ha dedicato al Teatro Sociale, dopo che ho realizzato e donato il busto di Giacomo Carrara posto nei giardini dinanzi all’Accademia». Riuscire a vedere la scultura non è semplice, nascosta com’è fra gli alberi e le macchine. A breve l’Accademia Carrara riaprirà le sue porte ed è una tristezza pensare che chi l’ha donata alla città non abbia in dono, in cambio, nemmeno un luogo decoroso per la sua statua.

 

1) La statua di Ercole

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All’apice di questa classifica non può che esserci lei, la statua dell’Ercole di Città Alta. Dove? Ecco, appunto. Non solo la scultura è bruttissima, ma è anche totalmente incapace di attirare l’attenzione che centinaia di persone al giorno ci passano davanti senza nemmeno accorgersene. Le indicazioni la collocano appena fuori la Sala Viscontea, poco prima di piazza Cittadella venendo da Colle Aperto. La sua storia ha un che di grottesco. Le notizie riguardanti questa statua seicentesca sono poche ed incerte. La sua prima apparizione risale ad un’epoca abbastanza recente e, precisamente, agli anni 1932-1933, durante l’amministrazione del podestà Ernesto Suardo.

La statua, come il portale in pietra arenaria che delimita il vano della nicchia, apparteneva a materiale di recupero sistemato nel magazzino comunale e probabilmente era nata per fare bella mostra di sé in qualche giardino. Bisogna dare atto all’ignoto compositore di aver saputo realizzare, con materiale così eterogeneo, un insieme quantomeno valido come l’Ercole e la sua fontana. Nel 1932 il gruppo era stato sistemato nel muro che univa la torre di Adalberto ad una cabina elettrica. A seguito del restauro della cittadella negli anni 1959-1960, il muro fu abbattuto e la statua, per opera dell’architetto Sandro Angelini, trasferita in un angolo suggestivo del nuovo passaggio; tra quegli archi e colonne, riportate alla luce con la sistemazione. Poggia su un duplice basamento, è alta 190 cm e rappresenta un nudo Ercole dalle cui membra traspariva, una volta, la forza divina, mentre il vello del mitico leone di Nemea si risolve nell’informe sembianza di un animale non meglio precisato.

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