I numeri sono modesti

I dati del bracconaggio a Bergamo

I dati del bracconaggio a Bergamo
27 Novembre 2014 ore 14:24

Nel Medioevo la selvaggina era di pertinenza esclusiva dei feudatari e dei regnanti che si dilettavano nell’arte venatoria nelle loro riserve di caccia private. La pratica del bracconaggio  si inserisce in questo contesto come sottrazione della proprietà privata del feudatario di turno, punibile anche con la morte. La legislazione moderna sulla caccia ha attribuito alla selvaggina lo status di patrimonio indisponibile dello Stato (ai sensi dell’art. 828 c.c., non possono essere sottratti alla loro funzione pubblica) sostituendo la natura di res nullius (“cosa di nessuno”). Definire giuridicamente un bracconiere oggi significa individuare un soggetto che pratica la caccia in violazione di norme di legge.

I reati più frequenti. Tra gli illeciti più comuni nel mondo venatorio troviamo la caccia (e la pesca) in aree naturali di tutela, l’uccisione di specie protette su cui vige l’assoluto divieto di cattura, l’utilizzo di tecniche o strumenti illegali (tagliole, lacci e archetti, armi non convenzionali, richiami sonori meccanici, ecc.) e l’abbattimento oltre il limite numerico consentito o in periodi vietati.

Oltre ai reati più gravi, di cui sopra, vanno menzionati tutti quegli illeciti, di portata sicuramente inferiore, che fanno oscillare il labile confine tra legalità ed illegalità: capi abbattuti e non registrati sull’apposito tesserino, giornata di caccia non annotata, mancato rispetto delle distanze da strade e abitazioni, la caccia su terreni privati recintati, caccia con licenza scaduta o senza altri adempimenti burocratici necessari e gli appostamenti fuori orario.

Secondo i dati aggiornati al 2014 la provincia di Brescia ha il triste primato degli illeciti venatori censiti con l’8% di infrazioni sul totale. Non è molto lusinghiero nemmeno il terzo posto di Bergamo con il 5% di reati.

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Dati in bergamasca. Ecco alcuni dati relativi esclusivamente ai controlli effettuati dal Corpo Forestale dello Stato in provincia di Bergamo:

  • Anno 2011: 7 persone denunciate (di cui 4 ignoti). 11 sanzioni pecuniarie per un importo tot. di  euro 1354,98; 55 sequestri (di cui 39 trappole, 2 reti per la cattura e 14 animali vivi).
  • Anno2012: 7 persone denunciate (di cui 4 ignoti ed 1 in area protetta); 13 sanzioni pecuniarie per un importo tot. di euro 2308,98; 24 sequestri (di cui 1 trappola, 5 reti, 17 animali vivi e 1 asta con vischio per cattura).
  • Anno2013: 1 denuncia a carico di ignoti; 9 sanzioni pecuniarie per un tot. di euro 818,00; 2 sequestri (di cui 1 trappola e 1 animale vivo).

Secondo i dati del Corpo Forestale di Bergamo tra gli illeciti penali più ricorrenti nella bergamasca (punibili con ammenda o arresto ai sensi dell’art.30 L. 157/92) troviamo l’abbattimento e cattura di specie protette con mezzi vietati (principalmente uccelli); tra gli illeciti amministrativi invece (punibili con sanzione pecuniaria ai sensi dell’art.31 L.157/92 e art. 51 L.R. 26/93) troviamo detenzione di fauna protetta e utilizzo di mezzi vietati.

Sono interessanti anche i dati sui recuperi della fauna in difficoltà della Polizia Provinciale, che offrono una panoramica completa sul fenomeno in bergamasca: nel 2011 sono stati recuperati dalla Polizia Provinciale ed affidati alle cure del C.R.A.S. di Valpredina 20 animali vittime di bracconaggio, nel 2012 16 esemplari e nel 2013 altri 25. Tra gli animali portati al centro di recupero di Valpredina si segnalano numerosi uccelli appartenenti a specie superprotette, come i rapaci.

A caccia di bracconieri. Le normative che mirano alla prevenzione e repressione del bracconaggio sono diverse; a partire dalla legge quadro 11 febbraio 1992 n. 157 – “norme per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio” – per arrivare ai vari regolamenti regionali e locali in continua evoluzione (anche norme del Codice Penale, ad esempio su armi e munizioni, concorrono a contrastare la caccia di frodo) . Nell’attribuzione di competenze antibracconaggio riveste ruolo principale la Polizia Provinciale, coadiuvata dal Corpo Forestale dello Stato.

Per le zone in cui la pratica del bracconaggio è più forte, come la provincia di Brescia, è stato istituito un reparto operativo apposito (il NOA: nucleo operativo antibracconaggio) allo scopo di sganciare alcuni agenti, destinati quindi esclusivamente ai reati venatori, dalle numerose altre operazioni ambientali che coinvolgono il Corpo Forestale dello Stato.

Nella nostra Provincia l’esiguo numero di agenti statali (circa 50) e provinciali (una ventina) impegnati su tutto il territorio orobico, ovviamente anche per altre tematiche ambientali oltre al bracconaggio, non consente di tenere sotto controllo il fenomeno in maniera totale: nonostante gli ottimi risultati degli ultimi anni da parte delle forze dell’ordine la piaga del bracconaggio continua imperterrita a dilagare. Controlli a tappeto, segnalazioni da parte di associazioni e privati, appostamenti continui non sono sufficienti  a debellare il problema.

Chi è il bracconiere oggi. Se nell’antichità la figura del bracconiere nasceva dall’esigenza di procacciarsi del cibo utile a sfamare se stessi e la propria famiglia rubandolo dalle riserve del ricco signore, oggi le ragioni che spingono un individuo a cacciare di frodo sono certamente diverse.

Se ci limitassimo ad associare in maniera un po’qualunquista la figura del bracconiere a quella di un cacciatore che non rispetta le norme di legge (si stima infatti che l’ 81% degli illeciti sia commesso da cacciatori con regolare licenza), sicuramente faremmo un discorso troppo riduttivo e fuorviante: sarebbe come dare del pirata della strada ad un automobilista in multa per divieto di sosta.

Le ragioni che spingono un uomo a cacciare di frode sono le più disparate: dal procurare selvaggina per qualche ristorante consenziente o per la tavola di qualche goloso compagno, al desiderio di catturare qualche specie rara, da meri interessi economici (si pensi alle zanne d’avorio degli elefanti per fare un esempio esotico) alla soddisfazione di un istinto predatorio non regolamentato. Diciamo che l’aspetto economico derivante dal commercio della selvaggina è sicuramente il motivo principale.

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