Gli orrori dell'Isis

Le sconvolgenti testimonianze degli Yazidi sopravvissuti

Le sconvolgenti testimonianze degli Yazidi sopravvissuti
21 Agosto 2014 ore 13:45

Iraq, dove l’Isis avanza. I racconti degli yazidi, catturati dai miliziani (ma comunque ancora vivi) o riusciti a scampare all’eccidio, sono portatori di angoscia e orrore.

«Diverse ragazze si sono suicidate. Oggi una donna si è impiccata con il velo ed è morta»: sono le parole di una 24enne detenuta in una prigione della contea di Baaji, raccolte dall’agenzia di stampa curda Rudaw. «Dalle tre alle quattro volte al giorno i miliziani vengono nel cortile della prigione. Le ragazze li supplicano di sparare loro alla testa per mettere fine alla loro miseria». Gli jihadisti invece ne scelgono alcune per potervi fare violenza: «Quando [le ragazze] tornano sono in lacrime, sfinite e umiliate. I combattenti le portano ai loro emiri, che ne abusano sessualmente». La giovane ha spiegato di essere stata rapita a Gir Azair, quando i jihadisti dello Stato Islamico sono arrivati d’improvviso a inizio agosto, arrestando tutti: uomini, donne e bambini. Poi ha lanciato l’appello: bombardate la nostra prigione, almeno metteremo fine a questo supplizio e riposeremo finalmente in pace.

Altrettanto scioccanti sono le parole che Amnesty International ha raccolto da chi è riuscito a fuggire da Kocho, un altro villaggio yazida. A riportarle, l’Huffington Post: «Alle 11 e 30 del giorno 15 l’Isis ha radunato tutti gli abitanti di Kocho nella scuola secondaria che era il loro quartier generale (…). Dopo circa un quarto d’ora sono arrivati i veicoli e hanno cominciato a riempirli di uomini e di ragazzi. Eravamo in venti o venticinque stipati sul cassone di un pick up Kia. Ci hanno portato a circa un chilometro a est del paese. Ci hanno fatto scendere vicino alla piscina e ci hanno fatto accovacciare a terra in uno stretto cerchio. Uno ci fotografava. Pensavo che dopo ci avrebbero lasciato andare. Invece hanno aperto il fuoco». L’uomo che parla si chiama Elias, fa l’infermiere e ha 59 anni: dalla raffica è stato colpito solo di striscio, si è finto morto e quando i militanti se ne sono andati è riuscito a fuggire.

Di azioni così, a Kocho, ce n’è stata più di una: secondo Amnesty International almeno tre, con 25 uomini per carico. Ma è un calcolo ancora parziale. Si ha certezza che soltanto 8 persone sono riuscite a scappare. Tra questi c’è il 17enne Khider: «Non c’era nessun ordine prestabilito», racconta il ragazzo. «Loro (l’Isis, ndr) semplicemente riempivano i veicoli. Io e mio cugino Ghaleb Elias siamo stati spinti sullo stesso mezzo. Eravamo vicini quando ci hanno fatto accovacciare a terra. Lui è stato ucciso. Aveva 17 anni come me. Lavorava a giornata, prevalentemente nell’edilizia. Non so che cosa sia accaduto a miei genitori, ai miei quattro fratelli e alle mie sei sorelle. Li hanno uccisi? O li hanno rapiti? Non so nulla del loro destino».

Dall’eccidio si è salvato anche Khalaf, padre di tre bambini: «Ho sentito gridare “Dio è grande” (Allah u Akbar). Poi hanno aperto il fuoco. Erano una decina. Quelli che tiravano erano alle mie spalle. Sono stato ferito al fianco e al polpaccio sinistro. Sono caduto. Appena ho capito che se n’erano andati sono fuggito assieme a un altro scampato».

Yalmaz Shanin ha vent’anni, e anche lui è sopravvissuto, fuggendo dalla regione di Sinjar a Dohuk, dove ha trovato rifugio dalla furia islamista. Racconta: «Quando sono arrivati i jihadsiti nel mio villaggio hanno cominciato a uccidere tutti quelli che incontravano, sparando dalle macchine in corsa. Tornando a casa, quel giorno, ho visto decine di cadaveri per le strade. Anche mio padre è morto così, colpito sull’uscio di casa. Non abbiamo neanche potuto seppellirlo: poche ore dopo, appena è tramontato il sole, ho preso il mio fucile e siamo fuggiti verso le montagne, mia madre, i miei due fratelli ed io. Ma appena abbiamo cominciato ad arrampicarci, mia madre s’è storta una caviglia. Abbiamo provato a prenderla in braccio, ma senza riuscirci. In quel momento, sotto di noi, abbiamo sentito le urla e gli spari degli islamisti. Mia madre era terrorizzata, e mi diceva, anzi mi implorava di spararle affinché non fossero i jihadisti a farlo. Io non volevo darle ascolto, non volevo sentirla. Lei non riusciva a muoversi, e a un certo punto le ho sparato. E ho ucciso lei e me. Perché finché vivrò non potrò mai perdonarmi di averle ubbidito».

«Sei una donna troppo anziana. Non servi più a nessuno per nulla». Questo è quello che invece si è sentita dire Aissan, signora yazidi di 84 anni, dopo che i militanti dell’Isis erano entrati nel suo villaggio e avevano sequestrato tutta la sua famiglia. All’anziana era stata lasciata una notte per convertirsi all’Islam: avrebbe dovuto indossare il burqa e fare una professione di fede. O in alternativa morire. La sua storia è raccontata da Global Post, ed è la testimonianza di una tenacia che non ha età. Perché Aissan ha deciso di scappare la notte stessa: per due giorni è fuggita verso il Monte Sinjar, dove altre famiglie della sua etnia si erano nascoste. Ma lo ha fatto praticamente gattonando su mani e ginocchia, vista l’età avanzata che ne limitava i movimenti. La scelta è stata sofferta, ancor di più il cammino: alle spalle gli spari degli jihadisti, davanti acqua e cibo che scarseggiavano. L’hanno salvata i curdi siriani: da lì poi, il nipote Haig, 23 anni, è riuscito a recuperarla e a portarla a Erbil, dove vive, nel Kurdistan iracheno. Dove il giovane vorrebbe riabbracciare tutti i suoi parenti: ben 63, tutti spariti nell’avanzata dell’Isis.

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