LA REAZIONE

I ragazzi israeliani uccisi e i bombardamenti su Gaza

I ragazzi israeliani uccisi e i bombardamenti su Gaza
29 Giugno 2014 ore 09:10

Lunedì 30 giugno sono stati ritrovati i corpi senza vita di Naftali, Gilad ed Eyal, i tre giovanissimi ragazzi spariti ad Hebron il 12 giugno,  La reazione di Israele non si è fatta attendere. Dopo il ritrovamento, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato: «Hamas è responsabile, Hamas la pagherà». L’organizzazione palestinese ha smentito di aver avuto un ruolo nel rapimento e nell’uccisione dei ragazzi, ma Israele non ci ha mai creduto e ieri notte, all’1:30, ha iniziato un duro bombardamento lungo la Striscia di Gaza, con 34 raid aerei che avevano lo scopo di localizzare e colpire obiettivi e centrali terroristiche. Ufficialmente il governo israeliano ha spiegato l’attacco dicendo di aver intrapreso una controffensiva ai lanci di razzi palestinesi avvenuti nei giorni scorsi nel sud dell’Israele, ma che dietro alla reazione di Israele ci sia in realtà la morte di Naftali, Gilad ed Eyal lo confermano le parole del viceministro della difesa israeliano rilasciate alla BBC: «Hamas deve pagare per ciò che ha fatto. Dobbiamo dire chiaramente che se uccidi tre ragazzini innocenti mentre stanno tornando da scuola ne paghi le conseguenze». In Cisgiordania l’esercito israeliano ha attaccato e perquisito le case di due sospetti rapitori dei giovani trovati morti, Marwan Kawasmeh ed Amar Abu-Isa, membri dell’ala militare di Hamas nella città di Hebron. Anche a Jenin, principale centro agricolo della Cisgiordania, ci sono stati raid militari, perquisizioni ed arresti da parte dell’esercito israeliano. Un ragazzo palestinese di 16 anni è stato ucciso per aver tirato, secondo i portavoce militari, una granata contro i soldati. Il movimento islamico palestinese Hamas, negando nuovamente un ruolo dell’organizzazione nella morte dei tre ragazzi israeliani, ha lanciato un monito al governo di Netanyahu: «Se Israele continuerà gli attacchi si apriranno le porte dell’inferno». Intanto oggi sono previsti i funerali di Naftali, Gilad ed Eyal.

Chi erano i tre ragazzi e cosa è successo.

Naftali, Gilad, Eyal. In tre poco più di 50 anni. Sono i ragazzi spariti il 12 giugno sulla strada che da Betlemme porta a Hebron, in Cisgiordania, e di cui lunedì 30 giugno sono stati ritrovati i corpi senza vita. Intanto, Israele ha divulgato nomi e foto di due membri dell’ala militare Hamas, di 29 e 32 anni residenti nell’area di Hebron, accusati di essere i rapitori dei tre ragazzi. Per trovare i tre giovani, Israele aveva lanciato l’operazione “Brother’s keeper”, richiamando i riservisti dell’esercito e rastrellando intere città e villaggi palestinesi. Centinaia di arresti, molti i morti e ancora di più i feriti. E ora quei giovani corpi sono stati ritrovati senza vita in Cisgiordania dall’esercito israeliano. Il premier Benjamin Netanyahu ha riunito d’emergenza il gabinetto di governo e parlerà alla nazione. Nel frattempo, lunedì 30 giugno la tv I24News parla di duri scontri in corso a Hebron tra truppe israeliane e dimostranti palestinesi. Netanyahu ha esplicitamente accusato Hamas del rapimento, chiedendo al presidente palestinese Abu Mazen di rompere il goveno di unità nazionale creato di recente. Il ministro israeliano Uri Ariel ha reagito con durezza alla morte dei tre rapiti: “Siamo in guerra contro i terroristi, dobbiamo colpirli senza pietà”. E, nella notte, i raid aerei israeliani su Gaza.

Perchè è accaduto. Gli insediamenti.

Da quel poco che si sa, pare che il 12 giugno i tre adolescenti stessero facendo autostop per rientrare a Gush Etzion, nei pressi di Hebron. Gush Etzion non è un paese come tanti, è una colonia, un insediamento e rientra nell’espansionismo che Israele ha messo in atto nei territori conquistati dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967: Cisgiordania, Gerusalemme Est, Alture del Golan, Sinai e Gaza (in questi ultimi due luoghi smantellati rispettivamente nel 1979 e 2005). I tre ragazzi erano sono coloni, sono figli di coloni e nella zona della Cisgiordania in cui sorge l’insediamento c’è Kiryat Harba’, la prima colonia religiosa nata nel 1968 ad opera di un rabbino ultraortodosso e estremista di nome Moshe’ Levingher. Il contesto del luogo e le motivazioni dei coloni sono importanti: secondo la Bibbia quello è il luogo dove Abramo comprò un terreno per seppellire la moglie Sarah e uno dei valori fondamentali della cultura israeliana è quello del pionierismo, della costruzione di nuovi centri: il mito dell’ebreo che torna nella antica patria e se ne riappropria, costruendosi la casa con le proprie mani, tornando al lavoro dei campi, al lavoro manuale. Un po’ come avvenne con i kibbutz delle origini dello stato di Israele, con la differenza che questi ultimi nacquero da un’ideologia politica intrisa di socialismo, le colonie sono figlie di una visione religiosa integralista.

La comunità internazionale.

Ancora oggi gli insediamenti sono considerati illegali dalla comunità internazionale, e molti stati – Francia, Italia e Spagna per prime – stanno mettendo in guardia le società che fanno affari con i coloni: si tratta di attività illegali ai sensi del diritto internazionale. Gli insediamenti, e il loro costante ampliamento autorizzato dallo stato di Israele, sono  inoltre considerati, oltre che dai palestinesi, da molti israeliani e dalla comunità internazionale il principale ostacolo alla pace tra i due popoli e alla costituzione di uno stato palestinese. La diffusione delle colonie avviene infatti a macchia di leopardo, impedisce la libera circolazione e la continuità territoriale. Negli ultimi anni, poi, si è registrato un forte incremento di ebrei della diaspora che hanno fatto “aliyah”, sono tornati nella Terra Promessa. Complice anche la crisi economica, visto il fatto che il governo israeliano fornisce sussidi per l’acquisto delle case e una serie di benefit per vivere negli insediamenti.

Hebron.

A Hebron questo è particolarmente evidente, con i coloni che hanno occupato le case sovrastanti il suq. Risulta quindi poco comprensibile come tre adolescenti, ben consci dell’odio nei confronti dei coloni da parte araba, si siano fidati a fare autostop in zone così rischiose. E ancor più strano, visto che Hebron è l’unica città rimasta militarizzata dopo gli accordi di Oslo: 1800 soldati dell’esercito proteggono i poco più di 600 coloni.

Turismo 2020
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia