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I tanti dubbi sulle modalità con cui la Regione ha scelto i test sierologici della Diasorin

La Lombardia ha vietato l'utilizzo di qualsiasi altro tipo di test, anche se molti sono più rapidi e più indicati a effettuare uno screening di massa. Una decisione del Tar getta ombre su questa scelta

I tanti dubbi sulle modalità con cui la Regione ha scelto i test sierologici della Diasorin
24 Aprile 2020 ore 13:02

di Andrea Rossetti (foto in copertina Quaranta-Nembro)

«Piaccia o non piaccia, pensando alla riapertura il test rapido è l’unico sostenibile. Ne stiamo provando diversi in questi giorni e molti stanno dando risposte importanti. Poi il tampone è la Corte di Cassazione circa l’infettività del soggetto»: sono parole molto chiare quelle pronunciate ieri (23 aprile) al programma Piazza Pulita di La7 dall’infettivologo Massimo Galli, primario del reparto Malattie infettive dell’ospedale Sacco e professore ordinario alla Statale di Milano. Parole che non nascondono certo i dubbi circa la strategia che ha invece deciso di seguire Regione Lombardia sui test sierologici.

I primi test effettuati il 23 aprile a Nembro (foto Quaranta)

Nessuno screening di massa. L’operazione, presentata come «screening di massa» teso al rilascio di una sorta di «patente d’immunità» dai vertici regionali nei giorni scorsi, è stata avviata ieri nel Lodigiano e sulla cittadinanza di Alzano, Nembro e Albino, con i primi test effettuati all’ospedale di Alzano e al poliambulatorio di Nembro. E, al di là della confusione circa l’organizzazione del tutto (fino al tardo pomeriggio di mercoledì ancora si sapeva poco o nulla), quel che è stato subito chiaro è che, attraverso questi test, non si arriverà ad avere alcuno screening di massa o patente d’immunità. Troppo bassi i numeri di test previsti (si parla di un totale di quarantamila sull’intera popolazione della provincia bergamasca) e troppo lunghi i tempi di analisi, dato che il test selezionato dalla Regione non è un test rapido, ma un test che si effettua con vere e proprie analisi del sangue. Insomma, l’operazione rappresenta sicuramente un importante studio dal punto di vista epidemiologico per capire come il virus si è diffuso e mosso tra la popolazione, ma non sarà granché di aiuto in vista della cosiddetta “fase 2”, come invece era stato detto all’inizio.

I test rapidi sono affidabili? Il test in questione è il frutto di una collaborazione tra la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia e l’azienda Diasorin. Attraverso una delibera di circa un mese fa, Regione Lombardia ha indicato questo test (che allora era ancora in studio) come l’unico valido sul territorio lombardo, arrivando a vietare l’utilizzo di qualsivoglia altro tipo di test sierologico realizzato da altre aziende, sebbene diversi avessero avuto l’ok delle autorità mediche nazionali e internazionali. Per giustificare questa scelta, la Regione ha spiegato che, al momento, nessun test rapido esistente assicura risultati affidabili. Il professor Galli (e le esperienze di diverse altri Regioni, tra cui il veneto), però, smentisce questa affermazione: «Molti offrono più del 93 per cento di sensibilità e più del 98 per cento di specificità». Ma, soprattutto, sia il test selezionato dalla Regione che gli altri esistenti attualmente non sono in grado di offrire alcuna certezza sull’infettività del soggetto: semplicemente dicono, in base alla presenza o meno degli anticorpi, se una persona è entrata in contatto col virus. Per capire poi se quella persona è ancora infettiva o meno, a oggi serve sempre e comunque il tampone («la Corte di Cassazione», come ha detto Galli).

L’inaugurazione della sede nel Lodigiano della Technogenetics (c’era anche Gallera, terzo da destra)

Il ricorso e la pesante sentenza del Tar. Ombre lunghe, dunque, si allungano sulla scelta della Regione, che ha volontariamente “chiuso” un mercato ad altre aziende rispetto alla Diasorin. Tant’è che la lodigiana Technogenetics, la scorsa settimana, ha deciso di adire il Tar (e poi il Consiglio di Stato) per lamentare la procedura seguita nella selezione dei test. E la sentenza del Tar, giunta il 22 aprile, è di quelle pesanti: sebbene non siano configurabili i motivi di «urgenza e gravità» per sospendere l’accordo esclusivo che il sistema sanitario regionale ha stabilito con l’azienda Diasorin, i giudici evidenziano che sono state violate le regole europee della concorrenza e dei contratti pubblici, e che pertanto sarà necessario arrivare a una decisione collegiale (sempre per la sospensiva), fissando la data del dibattito per il 13 maggio.

Il Tar, insomma, evidenzia come la decisione potrebbe aver realmente violato la concorrenza e dato un ingiusto vantaggio alla Diasorin, anche perché «l’accordo quadro stipulato tra la Fondazione e Diasorin non sembra esaurirsi in un puro accordo di collaborazione scientifica, ma presentare contenuti sinallagmatici con precisi vantaggi economici e conseguente valore di mercato sottratto al confronto concorrenziale». L’accordo tra la Fondazione e la Diasorin, infatti, prevede che la prima si veda riconosciuta una percentuale (e comunque non meno di ventimila euro l’anno) sulle future vendite del test.

Il governatore Attilio Fontana

Il mezzo passo indietro della Regione. La Technogenetics, come detto, si è anche rivolta al Consiglio di Stato, affermando che la data fissata del 13 maggio per una decisione sul tema è troppo in là, ma i giudici hanno respinto questo ricorso affermando che l’istanza è inammissibile poiché mancano «le ragioni di gravità e irreparabilità del danno». Fino al 13 maggio, dunque, nulla cambierà. Ma, intanto, Regione Lombardia ha provato a fare mezzo passo indietro il 20 aprile scorso (a ricorso al Tar della Technogentics già presentato e in attesa della decisione del tribunale arrivata due giorni dopo), quando ha aperto un bando di gara, che si chiude proprio oggi, 24 aprile, per trovare i migliori test sierologici nell’individuazione del Coronavirus. Un dietrofront rispetto all’affidamento diretto alla Diasorin, ma fino a un certo punto: le analisi, infatti, sono già iniziate e difficilmente verranno fermate anche se dovessero essere individuati altri test. L’apertura del bando di gara, dunque, sembra più che altro una mossa per salvare il salvabile. Nel frattempo, la gente attende ancora di capire se il giorno in cui prenderà il via la cosiddetta “fase 2” avrà qualche certezza in più circa il rischio di essere contagiata o di contagiare oppure se sarà costretta a fare un salto nel buio.

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