Siria, Nigeria, Yemen...

Il paradosso del terrorismo islamico Il 94% delle vittime sono musulmani

Il paradosso del terrorismo islamico Il 94% delle vittime sono musulmani
Cronaca 26 Febbraio 2016 ore 10:52

Il 94% delle vittime del terrorismo è musulmano. A dirlo è stato il direttore generale di Amnesty Italia Gianni Rufini durante la presentazione del rapporto che identifica il 2015 come «anno buio» per i diritti umani, «il peggiore dai primi anni Novanta».

Musulmani nel mirino del terrorismo. Che i musulmani siano le prime vittime del terrorismo, soprattutto quello di matrice fondamentalista islamica, lo dimostrano ogni giorno le cronache. Basti pensare al Pakistan, allo Yemen, all’Arabia Saudita, dove quasi ogni venerdì vengono prese di mira le moschee sciite. Così come in Siria, dove la lotta ai musulmani “infedeli” è ormai all’ordine del giorno. Da quando è stato autoproclamato il sedicente Califfato, inoltre, non si contano quanti fedeli islamici siano stati uccisi perché non in linea con le idee dei jihadisti. Tra loro anche numerosi imam, che hanno il ruolo di guide spirituali all’interno delle comunità.

 

Mideast Syria

 

Anche in Africa, non solo sotto l’Isis. Se il sedicente Califfato miete vittime tra i musulmani che considera infedeli in Medio Oriente, in Africa le cose non sono diverse. Le stragi che Boko Haram perpetra ormai quasi quotidianamente sono sempre più sanguinose, e colpiscono indistintamente cristiani e musulmani, soprattutto quelli che si oppongono all’estremismo. A guardare le cronache e i numeri delle vittime del terrorismo, è possibile capire che tra i principali obiettivi delle violenze c’è soprattutto l’islam moderato, quello che prova a dialogare col resto del mondo. Che il terrorismo non faccia parte dell’Islam lo ha detto anche Syekh Ahmad Muhammad Ahmad Al Thayyeb, grande imam e rettore dell’Università Al-Azhar del Cairo, durante la sua visita che in questi giorni sta facendo in Indonesia, Paese dove il terrorismo fondamentalista ha colpito pesantemente nei mesi scorsi, e dove l’80% della popolazione professa l’islam sunnita.

 

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L’imam di Mosul. L’ultimo episodio in ordine di tempo è avvenuto a Mosul, in Iraq, la scorsa settimana. Durante la preghiera del venerdì l’imam Fawaz Hussein al-Wanli della moschea di Ali bin Abi Talib, già noto per le sua posizioni contro il sedicente Califfato, ha condannato l’Isis e ha invitato i fedeli a imbracciare le armi per combatterlo. Immediatamente è stato arrestato e successivamente ucciso per decapitazione. All’esecuzione hanno assistito centinaia di persone. La sua colpa era quella di considerare lo Stato Islamico come un regime tirannico, il cui scopo è quello di eliminare tutti i musulmani moderati nella regione.

Gli altri religiosi uccisi. Prima di lui, qualche mese fa, la stessa sorte era toccata ad altri tre imam di Mosul che si erano rifiutati di reclutare nuove leve jihadiste. E prima ancora avevano fatto la stessa fine 16 ulema sunniti appartenenti a confraternite sufi che si erano opposti all’interpretazione radicale dell’islam da parte dei miliziani.

 

isis copti

 

Situazione drammatica nel mondo. Il rapporto di Amnesty International, che viene pubblicato ogni anno, offre una fotografia documentata della situazione dei diritti umani in 160 Paesi e territori. Dall’edizione del 2015 è emerso che «non solo non ci sono stati passi avanti», ma ci sono stati segnali di «arretramento». Di 160 nazioni, 122 praticano maltrattamenti e torture, 113 limitano la libertà d’espressione e di stampa, 88 consentono processi iniqui, 61 fanno prigionieri di coscienza, 30 respingono illegalmente i rifugiati verso Paesi nei quali sono a rischio. Inoltre, sono almeno 156 i difensori dei diritti umani morti o uccisi durante la detenzione, e 36 i Paesi nei quali gruppi armati hanno commesso abusi.

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