Partecipano pure turisti americani

Il curioso successo del tour coi rom nel peggior quartiere di Budapest

Il curioso successo del tour coi rom nel peggior quartiere di Budapest
25 Novembre 2015 ore 09:18

Budapest. A dare un’occhiata ai forum dedicati ai turisti, c’è solo una parola che con frequenza è affiancata al quartiere di Jozsefvaros, l’ottavo distretto della capitale ungherese. Avoid, “evitare” in inglese. Certo, ognuno ha la propria percezione personale di sicurezza, ma è anche vero che in qualsiasi città del pianeta esistono posti meno consigliati ai turisti. Eppure ci sono persone che Jozsefvaros vogliono vederla lo stesso. E che pagano per farlo.

Studenti e turisti. Tutto merito dell’intuizione della fondazione Uccu, composta da giovani studenti rom, comunità presente in maniera diffusa a Jozsefvaros. «Volevamo creare un tipo di percorso informativo per scuole diverso dal solito», spiega la direttrice, Flora Laszlo. «All’inizio non pensavamo ad una guida turistica, così come non pensavamo ci potessero essere guadagni da questo tour. Però poi sempre più gente si è interessata, volevano comprare questo servizio, quindi svolgiamo il percorso in due maniere, una per studenti e una per turisti».

 

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Da cinema a ristorante cinese. Il percorso inizia da Nepszinhaz Utca, letteralmente “Via del Teatro Popolare” e principale arteria della parte esterna dell’ottavo distretto, che, nella zona più “consigliata”, è sede del Museo Nazionale Ungherese. La via, effettivamente, si distacca dalle eleganti strade che collegano le due parti, Buda e Pest, e riporta indietro nel tempo ad un’epoca indefinita, ma probabilmente situata prima che la cortina di ferro scomparisse. Lo dicono le insegne pubblicitarie scolorite, o la marea di negozi che non si sono arresi all’arrivo in massa dei centri commerciali. Qualche locale storico, invece, ha dovuto cambiare bandiera, come nel caso dello storico cinema del quartiere, ora divenuto ristorante cinese. Uno di questi è la bottega di Istvan Farkas, un compositore e liutaio gitano di oltre 80 anni. Apre sorridente la porta al nutrito gruppo di visitatori e racconta il suo mestiere, fatto di viaggi compiuti nel corso dei decenni assieme alla sua orchestra.

Turisti americani. I visitatori stessi possono arrivare da qualsiasi parte del mondo, o a volte sono gli stessi vicini di casa. «Ci dedichiamo agli studenti soprattutto perché andando a scuola possiamo organizzare qualche incontro istituzionalizzato. Probabilmente i giovani sono più aperti, ma non significa che non ci siano persone con visioni razziste», spiega Flora. «Per il tour abbiamo richieste di ogni genere. Recentemente c’era un gruppo di pensionati americani in crociera sul Danubio. Quando si sono fermati a Budapest hanno voluto visitare il quartiere e potete immaginare quanto diverso potesse essere per loro un approccio con una zona del genere». E non solo turisti. «A volte capita addirittura di ospitare percorsi di team-building da parte di aziende che vogliono offrire qualcosa di diverso rispetto al classico drink di fine settimana».

 

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Segregazione. Girando per le vie di Jozsefvaros, la presenza della comunità rom si fa sempre più riconoscibile nei volti delle persone. È un quartiere segregato, o è così pure la società? «Il fenomeno della segregazione c’è ancora, a diversi livelli della società, soprattutto nell’educazione. Ci sono state nuove leggi volte ad evitare discriminazione, ma nella pratica esistono ancora. Questo vale anche nell’attitudine generale, non solo verso i rom, ma verso chiunque appaia diverso dalla maggioranza della popolazione in Ungheria». È un fenomeno di segregazione, o c’è anche dell’auto-segregazione? «Sicuramente il problema sta da entrambe le parti. L’inclusione è ancora lunga, ci si aspettava avvenisse troppo in fretta e così non poteva essere. Come un partito politico non può cambiare un paese in una o due legislature, questo non poteva accadere nel Decennio dell’Inclusione Rom». L’educazione è il simbolo della mancata inclusione. «Chiaramente ci sono genitori in difficoltà con questa situazione, ma spesso non sono nemmeno informati o preparati al fatto che i bambini debbano studiare in un’altra città o in un altro istituto e non quello frequentato dagli altri della comunità. Non c’è preparazione nei confronti delle famiglie». E che giudizio si può dare al Decennio dell’Inclusione Rom? «Molto brevemente, ha fallito».

Rappresentanza politica. Per quanto riguarda l’Ungheria, il problema è politico, tanto che perfino un partito dedicato alla comunità non è riuscito ad andare oltre le classiche cifre da elenco telefonico.«Mancano leader giovani per la nostra comunità», afferma la direttrice. «Quelli che la rappresentano nelle istituzioni sono persone con una visione vecchia della politica, mentre in Serbia o Macedonia c’è una migliore collaborazione, qui non abbiamo leader politici di riferimento». Le differenze interne possono creare problemi? «All’interno della comunità rom ci sono tre o quattro gruppi e un’altra ventina di sottogruppi. Fra i più grandi ci sono divisioni, per lo più legate allo status economico, diverso livello di integrazione nella società ungherese, magari qualche gruppo ha perso maggiormente le proprie tradizioni. Sicuramente si è creato un muro fra di loro che impedisce un’azione comune».

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