La lotta al virus

Il dottor Di Marco: «Noi medici siamo un esercito stanco e senza truppe di rinforzo»

Il primario di Pneumologia del Papa Giovanni premiato da Mattarella esprime la sua preoccupazione: «Ci aspettavamo un aumento del personale che non c'è stato, e non è colpa dell'ospedale»

Il dottor Di Marco: «Noi medici siamo un esercito stanco e senza truppe di rinforzo»
07 Novembre 2020 ore 11:29

di Francesca Fenaroli

Questo coronavirus si è affezionato al genere umano e non vuole mollare la stretta. Il dottor Fabiano Di Marco, primario del reparto di Pneumologia del Papa Giovanni XXIII, medico in prima linea fin dall’inizio della pandemia, racconta la sua esperienza.

Dottore, come siamo messi?

«Abbiamo di nuovo alcuni pazienti in condizioni gravi e l’impegno organizzativo dell’ospedale si è fatto di nuovo importante sul fronte Covid».

Come si sta affrontando questa nuova emergenza?

«La gestione dei reparti si complica inevitabilmente. Dedicare solo al Covid metà della Pneumologia e delle Malattie Infettive e una parte della terapia intensiva, può portare al rischio di sottrarre risorse e spazio alle altre patologie, dobbiamo esserne tutti consapevoli. Già senza il coronavirus abbiamo un grado di riempimento (cioè di posti letto occupati) del 90-95 per cento, se a questo aggiungiamo i malati di Covid può capire la gravità del problema».

A marzo ci fu quasi la sensazione che le altre malattie fossero sparite, è corretto?

«Confermo, le altre malattie erano virtualmente scomparse, nel senso che le persone non venivano in ospedale, mentre ora la situazione è diversa, direi anche fortunatamente: gli accessi al pronto soccorso sono per ora dominati da patologie non Covid, ma se la tendenza è questa, fra poco ci ritroveremo a sacrificare nuovamente l’attività medica che non concerne il coronavirus. Abbiamo ripreso le attività ordinarie fin da maggio e stiamo cercando di trattare chi era rimasto indietro. Un nuovo stop adesso avrebbe gravi ripercussioni sulla cura».

Quale sarebbe la soluzione per gestire sia i malati di Covid che delle altre patologie?

«Bisognerebbe migliorare l’efficienza, ma in un sistema come il nostro, nel quale il numero dei posti letto è stato ridotto negli anni e il personale sanitario ha centinaia di ore di straordinario all’attivo, la vedo dura. Solo nel mio reparto fino a dieci anni fa c’erano quindici medici contro gli otto di adesso. In primavera erano state sospese le ferie, ma il personale sanitario è obiettivamente stremato e non possiamo pensare di andare avanti mesi senza pause».

Quindi?

«La soluzione migliore, come è avvenuto in Cina, sarebbe aggiungere risorse al sistema. Loro hanno avuto la forza di costruire ex novo un ospedale da mille posti letto a Wuhan e di reclutare tanti medici, noi purtroppo non siamo nella stessa condizione. Se continuiamo di questo passo, bisognerà porsi la questione di come trovare ulteriore personale visto che, a differenza della prima ondata, non possiamo recuperare medici e operatori da altre zone del Paese, essendo anche loro sulla stessa barca. Il problema è che i medici sono pochi e l’aumento delle borse di specialità darà i suoi frutti fra anni».

Quanto è durato il periodo di quiete? C’è stato?

«Non solo c’è stato un periodo tranquillo, ma addirittura di totale assenza di questa malattia. Non abbiamo visto casi per settimane e mesi: indicativamente dalla seconda metà di maggio fino a fine luglio. Da agosto, in coincidenza con il rientro dalle vacanze dall’Italia o dall’estero, sono ricominciati gli accessi in ospedale dei malati di Covid: lo spostamento in massa di persone ha inciso in modo evidente sul ritorno della patologia»

L’epidemia è cominciata in Italia con il caso di Codogno il 23 febbraio, ma a gennaio avevate già riscontrato polmoniti sospette?

«Essendo il nostro ospedale il punto di riferimento della provincia di Bergamo, di polmoniti particolari ne vedevamo spesso anche durante la routine professionale. Non avevamo notato un’epidemiologia diversa da quella che ci si può aspettare durante il periodo invernale. Col senno di poi, è possibile dire che alcuni dei pazienti curati fossero dei casi di Covid-19 in anticipo sull’epidemia vera e propria».

Quali sono state le prime azioni messe in campo per fronteggiare la malattia?

«Una parte delle terapie intensive e del reparto di malattie infettive sono stati prontamente dedicati ai pazienti Covid. La settimana successiva, visto l’aumento dei malati, è stata aperta anche l’area per la terapia semi-intensiva respiratoria. Man mano che la situazione si aggravava, tutti i reparti dell’ospedale sono stati riconvertiti».

Nella sua area tutti i medici si sono dedicati alla pandemia?

«Tra medici a tempo indeterminato, a contratto e specializzandi siamo in diciassette, ma abbiamo sempre cercato di tenere aperto e attivo anche il campo “pulito”, cioè quello “non Covid”, ad esempio seguendo, anche a distanza, i pazienti più fragili come i trapiantati, gli immunodepressi, i malati affetti da fibrosi polmonare: non potevamo abbandonarli. Detto questo, il 90 per cento della nostra forza lavoro si è dedicato alla guerra contro il coronavirus».

Come avete vissuto i mesi più funesti, cioè marzo e aprile?

«Essendo saltati tutti gli schemi ordinari di un ospedale, noi siamo stati e siamo ancora il cuscinetto di terapia semi-intensiva respiratoria e in più eseguivamo tutta la parte di consulenza anche per gli altri reparti: siamo arrivati ad avere cinquecento pazienti gestiti da colleghi non specialisti che quindi avevano necessità di avere il nostro supporto insieme a quello dei rianimatori. È stato oggettivamente faticoso, ma è il nostro mestiere».

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