Cronaca
«Rende David un amabile cucciolo di panda»

Il film santino su Foster Wallace e il bel dibattito sui geni «stronzi»

Il film santino su Foster Wallace e il bel dibattito sui geni «stronzi»
Cronaca 22 Agosto 2015 ore 11:17

«American Psycho si può considerare una sorta di compendio performativo sui problemi sociali di fine anni Ottanta, ma non è nulla di più». Così David Foster Wallace, scrittore e saggista statunitense, aveva parlato del romanzo più noto di Bret Easton Ellis, scrittore e saggista statunitense. American Psycho è la storia di uno yuppie dell’alta finanza newyorchese che vive le sue giornate galleggiando in superficie: la qualità dei suoi rapporti sociali è largamente influenzata dal nome dello stilista che porta sui vestiti. Ha uno stipendio di 200mila dollari l’anno, ma i soldi e le cose materiali non lo completano e, per reagire al vuoto, la notte si trasforma (forse solo nella sua fantasia) in un serial killer. Il tema in questione, cioè l'insoddisfazione per ciò che si ha nonostante fosse la rappresentazione dei propri desideri e il tentativo di nascondere questa insoddisfazione finché quella non se ne esce in maniera radicale, è particolarmente caro all’arte americana contemporanea, come dimostrano anche il romanzo Fight Club di Chuck Palahniuk e American Beauty, film del regista (inglese) Sam Mendes.

[Bret Easton Ellis]

bret easton ellis

 

Ma David Foster Wallace, morto nel 2008, pensava che l’arte, in particolare quella letteraria, dovesse avere un altro scopo. Scriveva, nel 1993, sulla rivista The Review of Contemporary Fiction:

«Abbiamo tanta narrativa di qualità che ripete semplicemente all’infinito il fatto che stiamo perdendo sempre più la nostra umanità, che presenta personaggi senz’anima e senza amore, personaggi la cui descrizione si può esaurire nell’elenco delle marche di abbigliamento che indossano, e noi leggiamo questi libri e diciamo "Wow, che ritratto tagliente ed efficace del materialismo contemporaneo!". Ma che la cultura americana sia materialistica lo sappiamo già. È una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante.

Quello che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l’idea che il presente sia grottescamente materialistico, vedere come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo. E se queste capacità si possono far crescere. Se sì, come, e se no, perché».

 

 

Lo stesso concetto è al cuore di una conversazione diventata libro e di recente film: il libro si chiama Although you end up becoming yourself (in italiano è stato pubblicato da Minimum Fax con il titolo Come Diventare Se Stessi, ma la traduzione letterale del titolo è più bella: "Sebbene, dopotutto, finisci per diventare te stesso") e il film, uscito negli Stati Uniti il 31 luglio scorso, The End of the Tour. Il libro è stato redatto da David Lipsky, giornalista del magazine musicale Rolling Stone, che nel 1996 ha passato cinque giorni con Wallace durante la conclusione del tour promozionale per il romanzo Infinite Jest (in Italia pubblicato da Einaudi), considerato il suo capolavoro. In questa e in altre conversazioni, e in forma più sofisticata nei suoi saggi, romanzi e racconti, Wallace ribadisce spesso il concetto secondo cui «la letteratura si occupa di cosa vuol dire essere un cazzo di essere umano». La scrittrice inglese Zadie Smith ha affermato nella prefazione di un libro che «Dave scriveva così, come se il suo talento fosse una responsabilità».

Il viaggio di Lipsky e Wallace nel Midwest americano, tra «odore di tabacco da masticare, bibite gassate e fumo», è recentemente diventato un film diretto dal giovane regista americano James Ponsoldt, e interpretato da Jason Segel (il Marshall della popolare serie tv How I Met Your Mother, che interpreta proprio Foster Wallace) e Jesse Eisenberg (che interpreta invece Lipsky). Il film è stato accolto molto positivamente dalla critica statunitense: su Rotten Tomatoes, sito che colleziona le recensioni di quotidiani e riviste, si legge: «Consenso dei critici: brillantemente interpretato e intelligentemente non convenzionale, The End of the Tour paga il giusto tributo ad un talento singolare, oltre ad offrire una profonda e commovente riflessione sulla condizione umana». Il 93 percento delle recensioni prese in analisi ha valutato il film positivamente.

[I romanzi simbolo di Foster Wallace (Infinite Jest) e di Easton Ellis (American Psycho)]

cover infinite jestcover american psycho

 

Tra queste non figura la recensione di Bret Easton Ellis, che su Talkhouse (qui l’articolo tradotto su Dagospia) ha scritto come «il film ignori completamente di fare riferimento all'altro Wallace: l'uomo sprezzante, l'occasionale bastian contrario, lo stronzo con un debole per il linguaggio offensivo, il critico spietato - insomma, tutte quelle cose che alcuni di noi trovano interessanti in lui». La recensione di Ellis è una critica al film più che una critica a Wallace, anche se alcune scintille dal passato hanno riacceso la polemica tra i fan. Alla morte di Wallace nel 2008, in quella che Ellis definisce «una maratona su Twitter (provocata da un mix di insonnia e tequila) mentre leggevo la biografia di Wallace», l’autore di American Psycho pubblicò i seguenti tweet:

  • «Chiunque giudichi Foster Wallace un genio letterario dovrebbe essere incluso nel Pantheon degli imbecilli».
  • «David Foster Wallace possedeva una tale pretenziosità letteraria da farmi vergognare di appartenere alla stessa industria editoriale».
  • «Foster Wallace è il migliore esempio di scrittore contemporaneo che sbava per raggiungere il tipo di spaventosa grandezza culturale che non è mai riuscito a conseguire. Un impostore».
  • «Il più sopravvalutato scrittore della nostra generazione è David Foster Wallace».
  • «Non ho stima per lui. Infinite Jest è illeggibile. Il suo stile è mediocre, le storie confuse e piene di quel finto sentimentalismo del Midwest».

In parecchi, tra fan dello scrittore appena scomparso e critici letterari, s’arrabbiarono a dovere – specialmente perché la voce letteraria di Foster Wallace è davvero considerata una delle più importanti della sua generazione. Come Nathan Eller, scrittore, ha spiegato in un articolo apparso su Slate (riportato più approfonditamente da Il Post), «leggere le opere del Foster Wallace maturo significa vedere i pensieri giudicati, fatti a pezzi e infine ricondotti a idee basilari sulla vita. Facendo questo, ha canalizzato un appetito peculiare della sua generazione». È una delle mille analisi di questo tipo sull’opera di Foster Wallace. Se invece si è interessati ai riconoscimenti, basti pensare che il Time, nel 2005, ha inserito Infinite Jest nella lista dei 100 migliori libri in lingua inglese pubblicati a partire dal 1923.

[Un'immagine tratta dal film The end of the tour]

The-end-of-the-tour

 

Nella recensione del film, Ellis non ha di certo ritrattato le affermazioni di Twitter, ma anzi ha sostenuto che il film (A) non mostra tutte le sfaccettature dell’essere umano Foster Wallace (cioè non mostra il suo essere anche, a detta di Ellis, «eccentrico... molto cattivo e caustico e opportunistico... un falso artista con una personalità insincera») e (B) che così facendo il film non fa altro che rafforzare l’immagine romantica che la società ha di Foster Wallace, un’immagine che, secondo Ellis, «contribuisce a dar vita a quella parodia» di cui lo stesso David era terrorizzato. Difatti, la recensione dello scrittore di American Psycho è perlopiù una critica, come sottolinea l’acceso titolo di Dagospia, al «culto per David Foster Wallace». Scrive: «Questo film si allinea al culto contemporaneo dell'amabilità, e nel farlo rende uno degli scrittori più interessanti della nostra generazione del tutto poco interessante: lo trasforma in un adorabile cucciolo di panda, con il personaggio Lipsky che spesso osserva Wallace con stupore e meraviglia, come se Foster Wallace fosse una sorta di ET che indossa la bandana».

Ellis afferma anche che, secondo lui, Wallace è stato davvero un genio, sostenendo che «un problema sempre più diffuso nella nostra cultura è l'incapacità della gente di accettare che altre persone possano avere due pensieri contraddittori nello stesso momento». La critica ha toni molto forti e accesi, che fanno pensare (giustificatamente) ad un Ellis potenzialmente risentito e/o in cerca d’attenzione, ma ci sono diversi spunti interessanti, in primis il fatto che un film non sia in grado di rappresentare a pieno la complessità di un essere umano, e che pertanto la rappresentazione di un soggetto sarà sempre – in una certa misura – caricaturale. Questa è un’idea con cui probabilmente si sarebbe trovato d’accordo anche Foster Wallace. L’idea di essere intrappolato in un’immagine, questa volta non tanto cinematografica quanto più mentale, esperienziale, è al cuore di uno dei suoi racconti più belli (certamente il più esemplificativo del suo universo), Caro Vecchio Neon, contenuto nella collezione di racconti Oblio (Einaudi). Lì si legge:

[…] Perché sembravo essere così egocentrico e disonesto che le cose per me contavano soltanto nella misura in cui incidevano sull’opinione che gli altri si sarebbero fatti di me e richiedevano il mio intervento per creare l’immagine che volevo avessero di me. […] E io con una certa qual rassegnazione dissi di sì, e sembrava che avessi sempre avuto questa parte calcolatrice, fraudolenta del cervello ininterrottamente in azione, come se stessi continuamente giocando a scacchi con chiunque e valutando che se volevo fargli fare una certa mossa dovevo muovere in modo tale da indurlo a muovere in quel modo. […]

[...] Ecco un altro paradosso: nella vita di una persona la maggior parte dei pensieri e delle impressioni più importanti attraversano la mente così rapidi che "rapidi" non è nemmeno la parola giusta, sembrano totalmente diversi o estranei al cronometro che scandisce regolarmente la nostra vita, e hanno così pochi legami con la lingua lineare, fatta di tante parole messe in fila, necessaria a comunicare fra di noi, che dire per esteso pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo richiederebbe come minimo una vita intera ecc. – eppure sembra che andiamo tutti in giro cercando di usare la lingua (quale che sia, a seconda del paese d’origine) per cercare di comunicare agli altri quello che pensiamo e per scoprire quello che pensano loro, quando in fondo lo sanno tutti che in realtà si tratta di una messinscena e che si limitano a far finta. Quello che avviene dentro è troppo veloce, intenso e interconnesso e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiarne ogni istante a grandi linee al massimo una piccolissima parte.

Se il succo della recensione di Ellis è "guardate che David, nel bene e nel male, era molto di più di quello che vedete sullo schermo", allora non possiamo che essere d’accordo con lui. E, forse, lo sarebbe anche lo stesso Foster Wallace.

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