Il diritto a un processo equo

Il Garante (che nessuno ascolta) e la difesa dell’imputato Bossetti

Il Garante (che nessuno ascolta)  e la difesa dell’imputato Bossetti
04 Maggio 2015 ore 16:13

«All’imputato Bossetti, ancora una volta, è stato riservato un trattamento incivile. È stato rappresentato come un mostro in prima pagina: non spetta ai giornalisti emettere la sentenza prima del tempo, usando i ferri di campagna, come si usava prima che un processo di civilizzazione trovasse una norma che esplicitamente lo vieta». La bacchettata arriva direttamente dal Garante della privacy Antonello Soro, cui non è andata giù la messa in onda del filmato integrale dell’arresto del presunto assassino di Yara da parte della trasmissione Quarto Grado. Era ora, viene da dire. Visto che da quasi un anno Bossetti è trattato in questo modo. Colpevole fino a prova contraria, rovesciando il principio cardine del diritto: il muratore, piaccia o no, sarà innocente fino al passaggio in giudicato dell’eventuale sentenza. Molti se ne sono dimenticati.

Secondo il 99% dei media il killer è lui: il garantismo si ferma dove inizia il dogma della scienza. C’è il dna, sbuffano esperti improvvisati e super inviati, quindi cosa discutiamo a fare. Conta poco che debba ancora iniziare il processo: la “prova regina” inchioda il muratore, dunque è lecito far scempio della sua immagine. Nessuno o quasi viene sfiorato da una semplice domanda: e se per caso il killer non fosse lui? Eppure l’arte del dubbio dovrebbe essere coltivata come una pianta rara nelle redazioni, oltre che in tribunale. Troppo comodo appiattirsi su quello che passa il convento, pardon la procura. Finisce che non ti chiedi più perché ti danno quella informazione in quel preciso momento. Conta solo avere prima degli altri il particolare morboso, l’immagine choc, addirittura l’audio dell’interrogatorio. Senza curarsi minimamente degli effetti collaterali sulla famiglia, sui figli piccoli dell’imputato.

Una cinica corsa allo scoop che travolge tutto e tutti. Provate a mettervi di mezzo mentre le telecamere inseguono gli avvocati di Bossetti o la pm Letizia Ruggeri: rischiereste di finire calpestati da una torma di scalmanati disposta a tutto in quel momento pur di strappare l’inquadratura giusta. È la stampa, bellezza. Ma che brutto, è giusto dire. Così com’è brutto che gli inquirenti continuino a gettare in pasto ai salotti televisivi materiale sempre nuovo per placare la fame di notizie. Senza contare che tutto questo pare giusto un filo fuori legge. Persino l’avvocato Carlo Taormina, uno che in passato non ha disdegnato la giustizia spettacolo, si è scagliato nei giorni scorsi contro la trasmissione del filmato dell’arresto: «Questo non è giornalismo, è il massacro della persona. Una cosa da terzo mondo», ha detto Taormina, parlando di reati ben precisi: violazione del segreto d’ufficio per chi rivela atti di indagine, ricettazione per chi li utilizza (siamo proprio sicuri che tutti gli scoop siano gratis?). Qualcuno indagherà mai su queste fughe di notizie? Basterebbe, almeno, che qualcuno si indignasse. I giornali invece, nazionali e locali, sono tutti saliti sul carro della procura, difficile anche solo immaginare di abbozzare una critica.

In verità sono state tante, soprattutto in rete, le reazioni contrarie alla trasmissione di quelle immagini. In molti si sono chiesti se ci fosse davvero bisogno di mostrare Bossetti in ginocchio e ammanettato. E a poco sono servite le giustificazioni del conduttore di Quarto Grado, Gianluigi Nuzzi, il quale ha spiegato che la famiglia dell’imputato e i suoi avvocati avevano autorizzato la messa in onda del video. A reagire con forza, parlando di «barbarie» è stata in particolare l’Unione delle Camere Penali, che ha diffuso un comunicato durissimo: «La messa in onda, dopo lungo tempo dai fatti ma (non a caso) pochi giorni prima della celebrazione dell’udienza preliminare, delle crude immagini dell’arresto del cittadino Massimo Bossetti, presunto innocente fino a sentenza definitiva, non è che l’ennesima dimostrazione del degrado di buona parte dell’informazione giudiziaria italiana».

Bossetti, pur accusato di un delitto orribile, ha diritto a un processo equo. Ma siamo proprio sicuri che lo sarà, visto che si arriva da un anno di bombardamento mediatico alimentato da chi avrebbe dovuto mantenere il segreto sulle indagini? In Corte d’assise ci saranno sei giudici popolari, che come tutti avranno già sentito mille volte le sentenze sparate dai media. Sarà difficile non farsi condizionare. Il diritto di cronaca è sacrosanto, ma bisognerebbe farne buon uso. Restando nei suoi limiti, prima di tutto, senza sconfinare nel voyeurismo. E soprattutto senza utilizzarlo a senso unico. A che serve aggiungere un altro peso sulla bilancia che già pende verso la condanna di Bossetti? Dalle carte dell’inchiesta spuntano diverse piste percorse e poi abbandonate da chi indaga. E se qualcosa fosse sfuggito? Perché non provare a ripercorrerne alcune? Questo sì sarebbe un esercizio di buon giornalismo. Senz’altro più utile che l’unirsi al becero coro di chi inveisce contro il “mostro”.

Food delivery
Top news
Glocal News
Video più visti
Foto più viste
Il mondo che vorrei
Gite in treno
Curiosità
ANCI Lombardia