L'accusa è di seguire il Takfirismo

Il “Ministero di giustizia” dell’Isis

Il “Ministero di giustizia” dell’Isis
27 Aprile 2015 ore 10:50

Quello che arriva in Europa a proposito delle atrocità perpetrate dell’Isis riguarda fondamentalmente le esecuzioni barbare e vergognose compiute nei confronti di tutti coloro che non sono in linea con il credo dello Stato islamico. Che è già abbastanza. Ma, purtroppo, esse non sono che una parte della giustizia (si fa per dire) messa in atto dal Califfato: mani tagliate ai ladri, coppie lapidate fino alla morte per chissà quale violazione morale, e tanto altro. Una cosa angosciante e rabbrividente già di per sé, non fosse che a rendere il tutto ancora più tragico c’è il fatto che non si tratta di gesti d’istinto, violenti solo per pura reazione, ma meditati, studiati e decisi da un apposito apparato giuridico: si tratta del “ministero” della giustizia dell’Isis, che quotidianamente tormenta le popolazioni dei territori al momento sotto il controllo dello Stato islamico.

 

isis pilota giordano

 

Il sistema giuridico dell’Isis. Si parla di un vero e proprio sistema giudiziario, il cui vertice è rappresentato dal Consiglio della Sharia, l’istituzione principale per quanto riguarda le decisioni in materia di giustizia del Califfato. Una sorta di Corte Costituzionale, per utilizzare un paragone con il nostro ordinamento: un gruppo di esperti della legge islamica che ha il compito e il dovere di preservarla e far sì che venga applicata nella maniera più rigorosa possibile. Al di sotto di essa, vi sono le dislocazione locali. Si tratta di corti islamiche situate in ogni regione o città, cosicché ogni territorio possa avere il proprio riferimento giuridico per dirimere le presunte violazioni alla legge coranica (secondo l’interpretazione fondamentalista e jihadista, giova sempre ricordarlo). Qui è dove si svolge il processo vero e proprio, con uno o più imputati, un’accusa pubblica, testimoni, e un sistema di difesa di cui si sa ben poco, forse proprio perché è ben poca cosa. E nel momento in cui un’accusa è pendente, le probabilità di scampare alla pena sono pressoché inesistenti.

Il legame con l’apparato amministrativo. Da quando l’Isis ha ottenuto il controllo dei territori, le pene si sono inasprite violentemente: gli hudud, le sanzioni previste dalla legge coraniche, sono state infatti esponenzialmente aumentate e irrigidite, tanto che è veramente difficile, nella vita quotidiana, capire se si stia commettendo un reato oppure no. Nella concezione estremamente confessionale dello Stato islamico, inoltre, l’apparato giuridico non può concepirsi come indipendente da quello amministrativo: esiste infatti una profonda connessione fra Consiglio della Sharia e corti locali e il Consiglio amministrativo, composto da alcuni degli uomini in più stretto contatto e rapporto con al-Baghdadi, e che garantisce, se possibile, una ancor maggior intransigenza.

 

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Ma non tutti sono d’accordo. Oltre naturalmente al mondo civilizzato, vi sono anche faide interne a questo sistema giuridico che non vedono di buon occhio la piega giustizialista che lo Stato islamico ha deciso di prendere, specie in riferimento a quanto dettato proprio dalla Sharia. In molti infatti ritengono la via intrapresa nel fare giustizia da parte del Califfato come un percorso particolarmente deviato. L’accusa rivolta è quella di seguire il cosiddetto “Takfirismo”, ovvero una corrente fondamentalista dell’Islam che avrebbe un approccio eccessivamente superficiale alla legge coranica. Perché se è vero che effettivamente il Corano prevede pene in numerosissimi casi, la gravità di queste dipende da una molteplicità di condizioni, che l’Isis, a quanto pare, ignora del tutto (volontariamente o per ignoranza), limitandosi ad una facile equazione «a tal azione, tal pena». È un po’ come se, per fare un altro paragone con l’ordinamento italiano, non venissero minimamente prese in considerazione le attenuanti e le aggravanti. Per fare un esempio, si pensi al prigioniero giordano bruciato vivo circa due mesi fa. Secondo la Sharia, bruciare vivo un prigioniero di guerra è un atto estremamente grave, mai compiuto né tantomeno consigliato da Maometto: colui che incarcerato, infatti, deve poter godere di tutela e rispetto, e non deve essere giustiziato per il solo fatto di aver compiuto un’azione ritenuta reato. O ancora, altro esempio riguarda il modo in cui le esecuzioni vengono compiute: spesso avvengono in piazza, pubblicamente (cosa vietata), e soprattutto senza processo, che è cardine fondamentale del diritto islamico, oppure con un processo ma sommario, senza né testimoni né difesa.

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