Il 19 dicembre, al Teatro Creberg

Il cantastorie Buffa a Bergamo Perché vedere Le Olimpiadi del ’36

Il cantastorie Buffa a Bergamo Perché vedere Le Olimpiadi del ’36
12 Dicembre 2015 ore 12:43

Se c’è qualcosa che mancava alla generazione 2.0 era un cantore del gesto sportivo in grado di coniugare un linguaggio moderno a eventi persi nel tempo e troppo spesso dimenticati, per far posto, purtroppo, ad un mondo di chiacchiere sul quattordicesimo cambio di casacca dell’attaccante del momento, o, ancora peggio, su un rigore dubbio. Federico Buffa non appartiene a questa generazione, anzi, in parte rifugge il mondo tecnologico, anche se è in grado di riconoscerne i benefici portati alla professione di giornalista. Un mestiere cui è arrivato dopo quella di avvocato e procuratore sportivo (basket, ovviamente), ma destinato ora a far spazio a quello dell’attore. E se il prodromo è quanto visto nei teatri d’Italia durante gli ultimi mesi (e Bergamo Post c’era, a Casale Monferrato), possiamo essere sicuri di due cose: la prima è che i bergamaschi, il 19 dicembre al Teatro Creberg, potranno godersi uno spettacolo di ottima qualità, mentre la seconda è che il giornalismo forse perde una voce, prestandola (o cedendola a titolo definitivo) al cinema e al teatro. Ammesso che questo sia un male.

 

 

Personaggio poliedrico. Tuttavia, è giusto sottolineare una cosa: anche i meno appassionati agli spettacoli teatrali possono riconoscere come Federico Buffa, voce del basket americano in Italia e spalla di Flavio Tranquillo durante l’ultimo ventennio, non stona assolutamente all’interno della cornice del sipario. Anzi. E anche i meno appassionati di sport troveranno pane per i loro denti nel suo spettacolo sulle Olimpiadi del ’36, in scena tra una settimana a Bergamo.

La storia e i protagonisti. La storia è quella del capitano della Wehrmacht Wolfgang Fürstner, prima comandante del Villaggio Olimpico di Berlino ’36, poi declassato a vice a causa delle sue origine ebraiche, morto suicida pochi giorni dopo la kermesse olimpica, sebbene le fonti ufficiali parlassero di un incidente d’auto. Lo impersona Buffa stesso, condividendo il palco con Cecilia Gragnani, così calata nel personaggio che potrebbe perfettamente essere arrivata ieri con una macchina del tempo dalla Repubblica di Weimar (anche se nel ’36 era terminata da tre anni) e capace di passare con estrema disinvoltura dal tedesco, al francese, o dall’inglese all’italiano, nei brani accompagnati da Nadio Marenco (Fisarmonica) e Alessandro Nidi (Pianoforte).

 

[Wolfgang Fürstner]

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Vale la pena? Sì. Le parole arrivano, gli aneddoti e le storie dei grandi campioni sorprendono tutti, perché suonano nuove sia a chi è a digiuno di sport sia a chi è familiare a Buffa, dopo le esperienze di Storie Mondiali e Storie di Campioni su Sky. Ma con un particolare da non trascurare: privo della gabbia imposta dal cronometro in televisione, i racconti seguono un ritmo che fa completamente dimenticare la dimensione temporale. Lo sguardo incrocia il cronometro due volte: la prima alle 21:10, quando lo spettacolo prende il via, la seconda alle 23:43, quando parte il primo dei numerosi applausi che segnano la chiusura del sipario.

Avanti di decenni. Sullo sfondo scorrono le immagini di Olympia, il film ufficiale dei Giochi Olimpici diretto da Leni Riefenstahl, regista sapientemente descritta da Buffa durante lo spettacolo: un film unico per l’epoca, poichè mai la tecnologia si era messa in tal modo al servizio dello sport (furono anche le prime Olimpiadi teletrasmesse), ma lo è anche rapportato al periodo odierno. Al netto della rappresentazione propagandistica, rimane un film avanti di svariate decine di anni nella storia della cinematografia sportiva.

 

[Lutz Long e Jesse Owens]

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Gli atleti. I protagonisti sportivi sono già noti, forse proprio grazie al battage che ha anticipato il tour teatrale: Jesse Owens non poteva rimanere fuori, così come il suo rivale del salto in lungo, il tedesco Lutz Long, capace addirittura di suggerire al rivale statunitense il punto di battuta in modo da risparmargli un’eliminazione in batteria. Oppure Sohn Kee-Chung, il maratoneta che vinse l’oro come Son Kitei perché, in piena occupazione nipponica, la sua madrepatria coreana non aveva titolo di esistere né diplomaticamente, né sportivamente.

Cesti di pesche. E poi il suo sport, quello per il quale il pubblico ha imparato a conoscerlo, ovvero, usando parole sue: «Dieci acromegalici che fanno rimbalzare un pallone sovradimensionato, poi si rendono conto che va lanciato in un cesto di pesche perchè vale due gol». Parliamo di basket, ovviamente, e del primo torneo Olimpico di pallacanestro: di fronte agli occhi di James Naismith, il suo inventore, fu disputato come contentino per gli americani, che fino a pochi giorni prima dei Giochi minacciavano il boicottaggio ed erano stati convinti a partire da Avery Brundage, simpatizzante nazista, presidente del comitato olimpico USA prima e mondiale poi. Epica, ma non per le gesta sportive, anche la finale, giocata sul campo dell’hockey su pista: sotto il diluvio universale finisce 19-8 per gli Yankees sul Canada, ovvero 180 punti in meno rispetto alla finale di Londra 2012, complici anche l’introduzione della regola dei 24 secondi e del tiro da tre.

 

[Sohn Kee-Chung, sul podio dopo la maratona]

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Le parole del protagonista. Quando si chiude il sipario, Federico Buffa esce, si concede agli autografi come uno sportivo dopo una partita, ma, soprattutto, è prodigo di consigli per un gruppo di giovani aspiranti giornalisti. Poi tocca alla stampa e conferma la sua intenzione di proseguire sul palcoscenico: «Sicuramente farò ancora qualcosa in televisione, probabilmente in primavera. Questa volta sarà dedicato al calcio sudamericano, però voglio continuare a fare l’attore, era il mio sogno d’infanzia». Addirittura, nei giorni scorsi, aveva ammesso la possibilità di comparire in un film con Aldo, Giovanni e Giacomo.

Nuove date, dopo Bergamo. E perchè le Olimpiadi del ’36? «Sono le prime vere Olimpiadi moderne». Con un peso ideologico enorme. «Vero, ma questo non è stato un peso, né nessuno è mai stato critico verso questa scelta». Perfino in Italia, nel paese dove, come spesso Federico ricorda, il trionfo mondiale del 1934 è storicamente e geograficamente sparito a causa del periodo storico in cui si era verificato, «ennesima riprova che siamo un popolo privo di memoria». La tournèe è stata un successo, sia sul palcoscenico che in tribuna, con biglietti polverizzati in diverse date. Bergamo doveva essere l’ultima data. «Il realtà proseguiremo e l’anno si chiuderà il 30 dicembre a Cortina d’Ampezzo, ma è già pronta anche la seconda stagione». E l’atmosfera pre, durante e post spettacolo è paragonabile ad un evento sportivo? «Stare assieme così tanto tempo, viaggiare assieme e ovviamente recitare crea una bella squadra».

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