Io speriamo che me la cavo

«Il ritorno a scuola? Io, professore, confesso che un po’ mi fa paura»

«Mi sono sottoposto a un nuovo test e la confusione è aumentata. Non sono più giovane, gli alunni rispetteranno le regole?»

«Il ritorno a scuola? Io, professore, confesso che un po’ mi fa paura»
29 Agosto 2020 ore 12:38

di Paolo Aresi

«Sono preoccupato per il ritorno a scuola. L’altro giorno sono andato a fare il test per i docenti, in ospedale. Mi hanno punto il dito, esaminato la goccia di sangue. Mi hanno detto che sono negativo. Ma a giugno avevo fatto il test del Comune di Bergamo, quello con l’esame del sangue ed ero risultato positivo, avevo gli anticorpi. Poi il tampone era risultato negativo. Il test sulla goccia adesso ha contraddetto quello dell’esame del sangue. Ma l’operatore mi ha detto che quest’ultimo test è meno valido di quello del Comune: settanta per cento di probabilità contro il novantacinque».

Angelo Dometti insegna in una scuola superiore della città, il ritorno in classe dopo il Covid lo preoccupa. «Confesso che mi fa paura. Sto cercando di arrivarci preparato al meglio, soprattutto psicologicamente, per questo mi sono sottoposto al secondo test, che in realtà ha aumentato la confusione. Sì, ho un po’ di paura perché non sono più giovane e le notizie che arrivano da giornali e televisioni non tranquillizzano affatto. Non so se è perché i giornalisti debbano sempre spaventare la gente per farsi leggere o se è perché le cose stanno veramente così, di fatto, ogni giorno spunta qualche nuovo focolaio, vengono sottolineati i nuovi contagi. Batti e ribatti, questo rosario di brutte notizie ti entra dentro».

Ha ragione Angelo: le notizie brutte tengono banco, anche se non rappresentano davvero la realtà. Dice ancora il professore: «E comunque il virus è ancora in giro, su questo non c’è dubbio, e l’autunno è secondo gli esperti un punto di domanda. Credo che essere preoccupati sia legittimo. Io mi chiedo alcune cose. La prima domanda che mi faccio riguarda i ragazzi: capiranno quanto è importante che in classe si tengano le mascherine? Oppure faranno ostruzionismo, magari si ribelleranno a quella che potrebbero vedere come un’imposizione? A scuola si cerca sempre di convincere i ragazzi, non di imporsi. Ma su un argomento come questo se non riesci a essere convincente… devi diventare impositivo? Ma i bracci di ferro possono scatenare risposte molto negative. Non so, sono questioni aperte.

Una grande responsabilità l’avranno i dirigenti scolastici. Sappiamo bene che il migliore amico del coronavirus sono gli assembramenti. Le scuole si stanno organizzando bene per evitarli? Stanno realmente scaglionando gli ingressi, per esempio? È stato fatto un piano cittadino di ingressi scaglionati per evitare che si creino intasamenti anche sui mezzi pubblici? Sono argomenti decisivi per la lotta contro la pandemia. Perché se in classe riesco a mantenere le distanze, ma sul pullman i ragazzi stanno incollati… allora siamo da capo. E poi a scuola ci sono materie particolari, penso a educazione fisica: i ragazzi potranno passarsi la palla? Potranno fare giochi di squadra? Con quale rischio?
Non c’è da dimenticare i mesi di lockdown. I ragazzi sono stati lontani da scuola per sei mesi, riusciranno a ingranare subito, a stare seduti nei banchi per cinque, sei ore? Oppure reagiranno con insofferenza? Un altro problema a cui penso è quello dell’intervallo. È evidente che non potranno farlo tutti alla stessa ora, ma anche qui bisogna entrare nella logica della distinzione. E il collegio dei docenti? Tutte le scuole hanno spazi adatti a riunire, rispettando il distanziamento, cento o duecento insegnanti?».

Ci sono professori molto preoccupati e altri meno. «Dico la verità: ho una gran voglia di ritornare a scuola» dice Monica Scotti, docente di italiano al Lussana. «Il mio lavoro mi è mancato e la scuola on line è una buona cosa, ma limitata. La relazione interpersonale è fondamentale per la buona qualità dell’insegnamento. Torno in classe contenta di trovarmi di nuovo fra gli alunni…».

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