Dopo oltre vent'anni

Il subcomandante Marcos getta per sempre il passamontagna

Il subcomandante Marcos getta per sempre il passamontagna
07 Maggio 2015 ore 12:11

«Tutto ciò che dà fastidio al potere e alle buone coscienze, questo è Marcos. E, per questo, tutti noi che lottiamo per un mondo diverso, per la libertà e l’emancipazione dell’umanità, tutti noi siamo Marcos», sono le parole scritte dal subcomandante Marcos in un comunicato del 28 maggio 1994 consegnato a tutti i membri dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Durante il meeting in corso in questi giorni, dal 3 al 9 maggio, a La Realidad, nello Stato del Chiapas nel Messico meridionale, il subcomandante abbandonerà definitivamente il suo “ruolo”, ricoperto da oltre 20 anni, di portavoce della frangia rivoluzionaria armata messicana. Già nel maggio dello scorso anno, durante le esequie per un militante ucciso dai militari, il leader ribelle aveva dichiarato che «esiste ormai una generazione che non abbisogna né di una guida, né di una leadership, che non pretende né di sottomettersi né di seguire un capo. Per questo il personaggio Marcos non è più necessario».

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Il mito. Passamontagna nero, un fazzoletto rosso legato al collo ed una pipa in bocca, sono gli elementi identificativi di Marcos, nome di “battaglia” ereditato da un compagno caduto («noi prendevamo sempre i nomi di chi moriva, in quest’idea che uno non muore ma continua a lottare»). È stato l’unico subcomandante dell’esercito zapatista, sotto il quale operavano oltre 70 comandanti. Il prefisso “sub” fa riferimento al fatto che, pur essendo l’autorità suprema a livello militare, è comunque sottomesso al volere del popolo (l’unica vera autorità). Il suo personaggio nacque in concomitanza con la rivolta del 1 gennaio 1994 quando i rivoluzionari armati presero possesso di alcune città dello Stato del Chiapas, avamposto dello zapatismo messicano, «per richiamare su di sé l’attenzione di un mondo distratto che non guarda gli ultimi della terra. Un trucco di magia per sfidare la modernità sui suoi bastioni: i mezzi di comunicazione», come da lui stesso sottolineato.

Già, perché Marcos, seguace di idee socialiste, anarchiche e filo-marxiste proprie dell’esperienza cubana e della teologia della liberazione, divenne in poco tempo punto di riferimento a livello messicano e internazionale di tutte quelle classi sociali povere, osteggiate dall’avvento del capitalismo occidentale e degli investimenti smodati. Un popolo conquistato dalla sua arte retorica fuori dal comune, testimoniata dalle lettere tramite le quali si rivolgeva ai suoi seguaci, intrise di cultura, ma in primis per rimarcare un chiaro intento politico. Come si può evincere da questo pensiero: «Quello che qualcuno chiama “sogno”, “utopia”, “impossibile”, “bei desideri”, “delirio”, “pazzia”, qui, nella terra dello Yaqui, si è sentito con un altro tono, con un altro destino. E c’è un nome per questo di cui parliamo ed ascoltiamo in tante lingue, tempi e modi. C’è una parola che viene dall’origine stessa dell’umanità, e che segna e definisce le lotte degli uomini e delle donne di tutti gli angoli del pianeta. Questa parola è libertà». Nel 2004 venne addirittura pubblicato dal quotidiano messicano La Jornada un racconto a puntate che Marcos scrisse assieme al giallista spagnolo Paco Ignacio Taibo II. Nonostante nel 1995 il Governo messicano abbia rivelato la sua vera identità (sotto le spoglie del subcomandante pare si celi un ex-ricercatore dell’Università di Città del Messico di nome Rafael Sebastian Guille’n Vicente, anche se il diretto interessato persiste nello smentire), Marcos, in clandestinità con la milizia nelle montagne del Chiapas, continua a mantenere il travestimento che lo ha contraddistinto da sempre e il bastone, simbolo del comando dell’esercito.

Il zapatismo. L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale venne fondato nel 1983 da alcuni personaggi che facevano parte di gruppi rivoluzionari e pacifici, contrari alla situazione politica messicana che aveva generato episodi come il massacro di Tlaateloco del 1968 (anche se la loro lotta è una sorta di proseguimento dello scontro tra indigeni e conquistadores che anima l’America Latina dal ‘500). La base iniziale dell’esercito era composta da un gruppo politico-militare, un gruppo di indigeni politicizzati e un movimento indigeno della giungla. Ben presto la difesa dei diritti degli indigeni poveri e nativi, come quelli presenti nello stato del Chiapas, prese il sopravvento come linea guida di scontro con il governo: contro il colonialismo, contro la globalizzazione a vantaggio del popolo messicano (“Democrazia, giustizia e libertà” come recita uno dei loro motti).

Le azioni di guerriglia contro il governo sono datate 1994, dopo la firma del NAFTA (l’accordo che prevede agevolazioni commerciali tra USA, Canada e Messico), e continuarono per tre anni fino all’aggiunta nella Costituzione nazionale del riconoscimento di un’autonomia legislativa per i popoli indigeni. Il governo del Chiapas però non rispettò gli accordi e continuò nella strategia repressiva, con numerosi atti di violenza e massacri contro gli uomini di Marcos. A inizio anni 2000 una nuova proposta di legge, chiamata COCOPA, che prevedeva un riconoscimento dello zapatismo, subì in sede di approvazione notevoli ridimensionamenti, venendo ancora una volta modificata a svantaggio degli indigeni. Dopo il 1994 non c’è stato alcun segnale di azioni violente da parte degli uomini di Marcos e anche tutte le successive manifestazioni sono state di natura pacifica.

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Gli ultimi sviluppi. Oggi molte comunità indigene (sono circa 30 in Messico) hanno ottenuto la possibilità di autogestirsi, grazie a modifiche di alcuni provvedimenti governativi, ottenute con dimostrazioni pacifiche a Città del Messico, e a sostanziali aiuti delle ONG stanziate sul territorio (produzione comunitaria di cibo, cooperative di artigiani e di possessori di bestiame e sistemi scolastici gratuiti sono alcune delle loro particolarità). Inoltre l’abilità da parte degli uomini del fronte zapatista di saper sfruttare i moderni mezzi tecnologici ha permesso all’esperienza indigena di essere conosciuta a livello globale. A fine 2006 si è tenuto il primo incontro tra i popoli zapatisti e il resto del mondo, interessato a tematiche anti-globalizzazione e negli ultimi anni, all’interno del movimento guidato da Marcos, si è assistito ad una netta presa di distanza da azioni violente di “carattere politico”, in favore di una svolta social-economica. «Anziché dedicarci a formare guerriglieri, soldati, squadroni – ha detto Marcos – abbiamo formato promotori dell’educazione, della salute, abbiamo gettato le basi dell’autonomia che oggi meraviglia il mondo. Anziché costruire caserme, migliorare il nostro armamento, innalzare muri e scavare trincee, abbiamo costruito scuole, ospedali e centri di salute, abbiamo migliorato le nostre condizioni di vita. Anziché lottare per occupare un posto nel Pantheon dei morti, abbiamo scelto di costruire la vita».

Un esempio è quello che è accaduto a Moreira, cittadina vicino a San Cristobal de las Casas, capitale del Chiapas, dove si trova oggi la Escuelita zapatista, una scuola all’interno della quale tutto viene deciso dalla gente. Attorno ad essa si trovano un ospedale, un anfiteatro, negozi, mense, botteghe e attività commerciali. Gli studenti stranieri sono invitati a visitare la scuola per poi fermarsi qualche settimana in una famiglia locale dove lavoreranno nelle piantagioni, taglieranno la legna, accudiranno il bestiame, il tutto accompagnato da continui momenti di riflessione.

 

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