Colpiti per lo più bambini e anziani

Il triste paradosso dei 7mila morti per infezioni contratte in ospedale

Il triste paradosso dei 7mila morti per infezioni contratte in ospedale
21 Novembre 2015 ore 10:55

La Società italiana di malattie infettive, nel suo ultimo rapporto, ha presentato un dato davvero sconcertante: in Italia, nell’ultimo anno, le infezioni ospedaliere hanno causato quasi 7mila decessi. Macabro paradosso, quello di andare nei luoghi prettamente adibiti alla cura della salute e contrarre malattie proprio al suo interno; ma tant’è, i numeri parlano chiaro, e si tratta di un problema a cui occorre far fronte con il maggior impegno possibile. Non che l’Italia rappresenti una pecora nera in un gregge candido: si tratta di una distorsione del sistema sanitario che coinvolge molti altri Paesi del mondo.

 

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I numeri del rapporto. Come accennato, l’ultimo anno ha fatto registrare poco meno di 7mila decessi ospedalieri a causa di infezione contratte proprio durante il periodo di degenza, rappresentando l’8 percento del totale dei ricoverati in Italia. Una percentuale elevatissima, che fa il paio con i dati relativi al resto del mondo: ragionando sempre rispetto all’ultimo anno, in Europa 37mila pazienti sono morti a causa di malattie ospedaliere, e addirittura 50mila negli Stati Uniti. Nel nostro Paese, le infezioni più comunemente contratte nelle strutture sanitarie sono quelle che interessano il tratto urinario (27 percento), le basse vie respiratorie (24 percento), il sito chirurgico in caso di interventi (17 percento) e il sangue (10,5 percento). I siti di infezione residua rappresentano in media il 19,3 percento dell’incidenza, e comprendono infezioni gastrointestinali, della pelle e dei tessuti molli.

Colpiti per lo più bambini e anziani. Le categorie di pazienti più a rischio sono, naturalmente, quelle più deboli, ovvero bambini e soprattutto anziani, in particolare se ricoverati presso i reparti di Oncologia e Chirurgia, dove, si intuisce, l’esposizione è decisamente maggiore rispetto che in altri. Il numero di decessi presentato dall’istituto, peraltro, è una parte delle circa 600mila persone che annualmente contraggono infezioni durante il periodo di degenza ospedaliera (4 milioni in tutta Europa). A voler compiere un triste confronto relativo alle principali cause di morte nel nostro continente, le infezioni ospedaliere detengono il primato assoluto insieme agli incidenti stradali. Francamente, una cosa inaccettabile.

 

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Qual è il motivo? Tra i fattori maggiormente sotto accusa, c’è senza dubbio l’uso inappropriato di antibiotici. Il largo ricorso che ne è stato fatto negli ultimi 60 anni in medicina umana, in veterinaria, in zootecnia e persino nell’agricoltura ha esercitato e continua ad esercitare una potente azione selettiva nei confronti dei batteri, che per sopravvivere sono costretti a mutare, spiegano gli esperti della Società. L’uso inappropriato di questi farmaci rischia di disperdere una risorsa preziosa non immediatamente rinnovabile: negli ultimi anni, infatti, l’industria farmaceutica ha registrato un numero sempre più limitato di nuove molecole antibiotiche, per cui già oggi è difficile trattare efficacemente alcuni microrganismi multiresistenti agli antibiotici disponibili. Ma, oltre al discorso sugli antibiotici, ci sono anche altri fattori che possono essere decisamente controllati, se non eliminati, usando del semplice buon senso: l’igiene degli operatori sanitari e il coordinamento dei reparti di Oncologia e Chirurgia con quello delle Malattie infettive.

Qualche semplice misura che varrebbe la pena prendere. Può sembrare un’assurdità, ma molte delle infezioni contratte dai pazienti in ospedale dipendono dalla scarsa igiene delle mani di medici e infermieri. Per questo, ormai da qualche anno, si celebra il 5 maggio la Giornata mondiale dell’igiene delle mani: un accorgimento forse tanto semplice da venir trascurato, ma dalle conseguenze devastanti. Si stima che il numero di decessi per infezioni, se tutti gli operatori sanitari avessero le mani pulite quando trattano il paziente, calerebbe del 60 percento. In secondo luogo, i rapporti con il reparto delle Malattie infettive: troppo spesso, il chirurgo non è assistito, direttamente in sala operatoria, da un infettivologo, che ha naturalmente una conoscenza ben più ampia degli antibiotici e delle loro corrette modalità d’uso. Vengono, di conseguenza, sottoposti trattamenti errati e non efficaci, che comportano poi l’infezione del paziente. E dire che esistono alcune apposite linee guida nazionali a proposito della prevenzione delle infezioni ospedaliere: un minimo di attenzioni in più da parte degli operatori sanitari, dunque, permetterebbe di evitare numerosissimi decessi.

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