Il Global Wage Report 2014

In Italia salari sempre più giù ma sappiamo arrangiarci meglio

In Italia salari sempre più giù ma sappiamo arrangiarci meglio
10 Dicembre 2014 ore 15:55

Dopo la pessima fotografia del Paese effettuata dal Censis nei giorni scorsi, a poche ore di distanza ecco l’ennesima riprova della profonda crisi economica e sociale in cui l’Italia versa: questa volta è il Global Wage Report, l’annuale dossier sui livelli salariali del mondo redatto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, a certificare il nostro difficile momento. Da un punto di vista della remunerazione dei lavoratori, infatti, l’asticella retributiva sta facendo registrare il punto più basso degli ultimi sette anni; anche se, a ben vedere, in Europa siamo in buona (o cattiva, se si preferisce) compagnia.

I dati dell’analisi. Da un punto di vista globale, si nota sì un incremento generale, seppur in misura minima (fra lo 0,1 e lo 0,2 percento), che è però frutto della media fra i livelli dei Paesi dalle economie emergenti, che fanno registrare aumenti fino al 6 percento, e i disastri di tanti altri sistemi, tra cui il nostro, che sono ben stabili su indici negativi. Per quanto riguarda l’Italia, considerando il periodo 2007-2013, il guadagno mensile medio di un italiano è sceso da un valore pari a circa 100 (secondo i particolari parametri dello studio) a quota 94,3; a braccetto con noi c’è il Regno Unito, che presenta numeri ancora peggiori: mentre nel 2007 il guadagno mensile medio di un impiegato inglese era ben oltre quota 100, nel 2013 è risultato addirittura al di sotto del livello italiano, certificando un crollo vertiginoso. Ben altre stime per Paesi come Germania, Francia, Australia e Canada, che a partire dal 2011, dopo essersi lasciati alle spalle gli anni peggiori della crisi economica, hanno riassestato i salari dei propri lavoratori più o meno ai livelli precedenti la crisi.

 

grafico salari g8

[Il grafico della OIL mostra la variazione dei salari, dal 2007 al 2013, nei Paesi del G8]

 

Fatta eccezione per la Grecia (a quota 75), tra i Paesi che l’OIL considera più colpiti dalla crisi (quindi Portogallo, Irlanda e Spagna), seppur contrattosi, l’indice dei salari non è affatto crollato come in Italia e Regno Unito. In Portogallo la media è 103, in Irlanda 98, in Spagna 96. Il picco negativo che ha contrassegnato il nostro Paese e i sudditi di Sua Maestà è infatti definito dall’OIL «senza precedenti». Per la Gran Bretagna si tratterebbe perfino della caduta maggiore mai registrata da quando la misurazione è iniziata, nel 1964.

Il rapporto con i beni di consumo. Il rapporto dell’OIL compie anche un interessante focus sul rapporto fra questo netto abbassamento dei salari e le variazioni dei prezzi dei beni di consumo. L’Italia, nel periodo compreso fra il 1999 e il 2013, è rimasta decisamente indietro rispetto alla maggior parte delle altre economie, sia in merito alla produttività industriale e dei servizi, sia per quanto riguarda l’adattamento al costo della vita; questi due fattori sono ritenuti dall’OIL strettamente collegati: non è infatti possibile pensare ad un aumento dei salari senza una concomitante progressione della produttività, poiché più sale quest’ultima, più sale il costo della vita, con conseguente allineamento delle remunerazione mensili. Il problema di fondo, dunque, è strettamente legato alle attività industriali e di terziario del nostro Paese.

 

startup italia sole24 ore

[Grafico de Il Sole 24 Ore che mostra le start up innovative avviate per Regione]

 

La proliferazione di imprese e libere professioni. Il rapporto dell’OIL evidenzia però un ulteriore e significativo dato, ovvero che l’Italia è uno dei Paesi europei con il più alto tasso di iniziative personali di impresa ed esercizio di libere professioni. Gli under 30 italiani sono secondi solo ai francesi in questa particolare classifica: il 22 percento ha già avviato una start up o intende farlo entro tempi brevi, in misura nettamente superiore, ad esempio, rispetto alla Germania. Inoltre, il nostro Paese è fra quelli europei i cui cittadini trovano più abitualmente fonti alternative di reddito rispetto ai salari, specie per quanto riguarda lo sfruttamento di immobili di proprietà (come ad esempio gli affitti), di cui gli italiani dispongono in misura decisamente superiori rispetto a tanti altri cittadini europei. Questi elementi evidenziano come i lavoratori del Belpaese abbiano saputo far fronte a questa crisi dei salari, così da risentirne in maniera minore rispetto, ad esempio, ai colleghi inglesi.

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