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L'"ignoto 1"

Come si è arrivati al fermo del muratore di Mapello

Come si è arrivati al fermo del muratore di Mapello
Cronaca 17 Giugno 2014 ore 12:10

Lunedì 16 giugno, attraverso un comunicato stampa del Ministero dell’Interno, Angelino Alfano ha dato notizia del fermo del presunto assassino di Yara Gambirasio. In seguito si è saputo che risponde al nome di Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, sposato, con tre figli e residente a Mapello. Il suo DNA corrisponde a quello di “Ignoto 1”, trovato sul corpo della ragazza. Per raggiungere questo risultato, sono serviti tre anni e mezzo di indagini, da parte della polizia e dei carabinieri, coordinate dal pubblico ministero Letizia Ruggeri. Ecco le tappe che hanno portato all’identificazione del muratore bergamasco

I primi passi di un’indagine complessa. Era il 26 novembre del 2010 quando Yara Gambirasio, 13enne appassionata di ginnastica ritmica, non fece ritorno a casa dopo gli allenamenti nella palestra di Brembate di Sopra. I genitori la chiamarono al cellulare più volte, trovandolo sempre spento, e poi diedero l’allarme della scomparsa. Le indagini si concentrarono subito a Mapello, a 3 km da Brembate, dove si era collegato per l’ultima volta ad un ripetitore il cellulare della ragazzina. Con l’aiuto dei cani da ricerca, le attenzioni degli inquirenti si focalizzarono sul cantiere di un nuovo centro commerciale a Mapello (a 3 km dalla palestra): lì si fermavano gli animali, prima di perdere le tracce.
Pochi giorni dopo, il 4 dicembre, fu arrestato a Genova Mohamed Fikri mentre si stava imbarcando su di una nave diretta a Tangeri, in Marocco. Piastrellista tunisino, era stato arrestato in seguito ad un’intercettazione telefonica in cui avrebbe detto alla propria ragazza di non aver ucciso nessuno. Successive perizie dimostrano che si trattò in realtà di un grave errore di traduzione dall’arabo. Fu scarcerato il 7 dicembre 2010, ma ha dovuto attendere l’inverno del 2013 per veder ritirate ufficialmente le accuse di omicidio e occultamento di cadavere.

Il ritrovamento del corpo e “Ignoto 1”. Il 26 febbraio 2011, a tre mesi dalla scomparsa di Yara Gambirasio, venne ritrovato il suo cadavere in un campo poco fuori il paese di Chignolo d’Isola, a circa 12 km di distanza da Brembate di Sopra. Le indagini accertarono che quello era stato il luogo della morte della ragazzina. L’autopsia confermò che il motivo del decesso era da ricondursi ad una grave ferita di arma da taglio, provocata probabilmente nel tentativo di abusare del suo corpo. L’assassino ha abbandonato la ragazzina esanime prima di vederla morire. Nelle vie respiratorie e sugli abiti vennero rinvenute tracce di polvere di calce. Analizzando più accuratamente i vestiti di Yara Gambirasio, gli inquirenti rintracciarono anche una traccia organica sugli slip, non compatibile con il suo DNA. Maschile. Nacque “Ignoto 1”, cioè l’uomo a cui apparteneva il codice genetico ritrovato.

La raccolta dei DNA, le piste parallele e Guerinoni. Gli investigatori si concentrarono su quel frammento di DNA ritrovato sul corpo della ragazzina, prelevando campioni da chiunque fosse potuto entrare in contatto con lei nei giorni precedenti la scomparsa: lavoratori del cantiere di Mapello, frequentatori della palestra di Brembate, amici, parenti, clienti della discoteca vicina al luogo del ritrovamento del cadavere. 2500 campioni di DNA raccolti in tanti paesi della bassa bergamasca, prima di trovare una traccia. Il codice genetico di “Ignoto 1” era parzialmente compatibile con quello di un uomo di nome Damiano Guerinoni. Test accurati sui suoi familiari portarono a riscontrare che il DNA di suoi tre cugini (fratelli tra loro) erano ancora più simili al DNA ritrovato sugli slip di Yara Gambirasio. Fu disposta la riesumazione del cadavere del padre dei tre, Giuseppe Guerinoni di Gorno, autista di autobus deceduto nel 1999. Il test del DNA confermò che al 99,9% “Ignoto 1” era un figlio, scoperto poi illegittimo, di Guerinoni. Intanto gli inquirenti non abbandonavano piste parallele ed attraverso lo studio dei cellulari agganciatisi ai ripetitori di Brambate di Sopra nelle ore della scomparsa della ragazzina, stavano concentrando le proprie indagini su una cerchia sempre più ristretta di uomini.

La ricerca dell’amante di Guerinoni e l’individuazione di Bossetti. Il filone principale dell’indagine seguiva la traccia del DNA ritrovato. I RIS, dopo aver raccolto diverse testimonianze, analizzarono per mesi ulteriori campioni di codice genetico nel tentativo di individuare la donna che aveva avuto una relazione extraconiugale con l’autista. Alla fine la ritracciarono: Ester Arzuffi, moglie di Giovanni Bossetti. La coppia si era trasferita, nel 1970, a Terno d’Isola, dopo che la donna aveva scoperto di essere rimasta incinta di Giuseppe Guerinoni, all’epoca suo amante. Nacquero due gemelli, un maschio ed una femmina, che Giovanni Bossetti riconobbe entrambi, e che portano quindi il suo cognome. Il figlio, Massimo Giuseppe Bossetti, rientrava nel gruppo di uomini individuati dagli investigatori, i cui cellulari si erano collegati al ripetitore di Brembate la sera del 26 novembre 2010.

Le conclusioni delle indagini e il fermo. Tutte le prove portavano a Massimo Giuseppe Bossetti: non solo il cellulare, ma anche il fatto che l’uomo fosse un muratore, cosa che spiegava la polvere di calce ritrovata nelle vie respiratorie e sugli abiti di Yara. Mancava solo la prova principe: il confronto tra il DNA di Bossetti e quello di “Ignoto 1”. Dopo aver tenuto sotto controllo l’uomo per un paio di giorni, gli inquirenti hanno deciso di agire per procurarsi un suo campione genetico. Domenica sera è stato organizzato un finto posto di blocco per l’alcoltest ed è stata fermata l’auto di Bossetti per un test apparentemente di routine. Le tracce di saliva lasciate da Massimo Giuseppe Bossetti sono state poi usate per ottenere il suo DNA. Il test compiuto successivamente ha confermatola corrispondenza con il codice genetico di “Ignoto 1”. Nel tardo pomeriggio di lunedì 16 giugno, in un cantiere a Dalmine, l’uomo è stato portato in caserma con l’accusa di essere l’assassino di Yara Gambirasio.

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