Chi ha vinto, chi ha perso

Iran, l’accordo sul nucleare è storia Ma ora Israele è sola in Medioriente

Iran, l’accordo sul nucleare è storia Ma ora Israele è sola in Medioriente
03 Aprile 2015 ore 10:50

È un Netanyahu furibondo quello che all’indomani del raggiungimenti dell’accordo sul nucleare iraniano ha convocato la riunione del gabinetto di sicurezza. Non è un venerdì qualunque, in Israele: è il primo giorno di Pesach, la Pasqua ebraica, che per una coincidenza di lune e calendari quest’anno coincide con il Venerdì Santo cristiano. O meglio, Pesach comincia sabato 4 aprile e dura fino all’11, ma questa sera c’è il “seder della vigilia”, la grande cena della vigilia, che si apre con la lettura da parte del capo famiglia dell’Haggadah, il racconto della liberazione dalla schiavitù del popolo ebraico.

Israele isolato e furioso. Insomma, una grande festa, che arriva proprio nel giorno in cui il premier dello Stato Ebraico vede Israele sempre più isolato nello scacchiere mediorientale. Nella notte c’è stata una durissima telefonata con il premier americano Barack Obama, nella quale Netanyahu ha espresso tutto il suo disappunto per l’accordo storico raggiunto a Losanna tra l’Iran e il gruppo dei 5+1, cioè quei Paesi membri permanenti del consiglio di Sicurezza dell’Onu che hanno il potere di veto (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina) più la Germania. Trovare un accordo significava trovare un’intesa politica di lungo periodo tra queste nazioni e l’Iran, per impedire che quest’ultimo si doti della bomba atomica. Una possibilità che l’Iran dice di rifiutare da anni. Israele l’ha presa malissimo, perché teme che di Teheran non ci si possa fidare e che entro un paio d’anni la Repubblica Islamica si possa dotare della bomba atomica.

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Torna l’opzione militare e il nucleare israeliano. L’ha presa talmente male che il suo ministro dell’intelligence Yuval Steinitz è tornato a sottolineare che a questo punto non è esclusa l’opzione militare contro l’Iran, mediante raid aerei contro le centrali nucleari. Siglare un accordo con Teheran è significato anche scalfire la storica capacità di persuasione di Netanyahu, che fino a oggi non era mai stata messa in dubbio, e rendere Israele l’unico Paese dell’area di cui non si sa nulla sul programma nucleare. È cosa certa che Israele sia dotato di atomica ma nessuno, nemmeno la Cia, conosce il numero esatto di testate in possesso dello Stato ebraico. Si pensa siano 80, ma potrebbero presto arrivare a 200 viste le scorte di plutonio. Israele si è sempre rifiutato di far entrare nel Paese gli ispettori dell’Aiea (l’agenzia internazionale per l’energia atomica) e solo l’ex Presidente Shimon Peres, alla fine degli anni Novanta confidò che Israele aveva iniziato il suo programma nucleare già negli anni Cinquanta.

L’annuncio dell’accordo. Alla conferenza stampa di Losanna, annunciata uando sembrava che un’altra giornata di colloqui si concludesse con un nulla di fatto, il capo della diplomazia Ue Federica Mogherini e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif hanno dato l’annuncio del raggiungimento dell’accordo. Su twitter Mogherini aveva annunciato «buone notizie», mentre Zarif aveva cinguettato che le parti sono pronte a «redigere un accordo quadro sul nucleare». Adesso ci sono tre mesi di tempo per finalizzare e redigere l’accordo definitivo. Il presidente americano Barack Obama, ha dichiarato che questo accordo renderà il mondo più sicuro.

Cosa prevede l’accordo. I punti sui quali si è più faticato a trovare l’intesa riguardavano cosa fare dell’uranio arricchito in eccesso e le tempistiche di alleggerimento delle sanzioni. L’accordo raggiunto prevede che il 66 percento della capacità di arricchimento dell’uranio verrà congelato per 10 anni. Il reattore di Arak continuerà a funzionare anche se il plutonio verrà trasferito all’estero. L’impianto di Fordow, invece, sarà convertito in un sito per la ricerca in Fisica e non ci sarà all’interno più materiale fissile. Le sanzioni all’Iran, ha detto Federica Mogherini, saranno revocate in funzione del rispetto dell’impegno assunto da Teheran.

Le questioni del negoziato. In questo modo, l’Iran potrà proseguire il suo programma rimanendo comunque lontano dall’atomica, ritengono gli Usa. Infatti, se fino ad adesso a Teheran sarebbero bastati 3 mesi per raggiungere il break-out time, ora tale periodo si allunga a 12 mesi, con un’intesa in vigore per 10 anni e altri successivi 5 di obblighi. In più l’impianto al plutonio di Arak, il più minaccioso, sarà bloccato, il carburante usato spostato all’estero e l’arricchimento dell’uranio limitato a 5060 centrifughe modello IR-1, della prima generazione, nell’impianto di Natanz. In più, risulteranno fondamentali a tale scopo i lavori dell’Agenzia atomica dell’Onu, che monitorerà per il prossimi 15 anni il rispetto di questi impegni.

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La questione dei colloqui sul nucleare. Quella dei colloqui sul nucleare iraniano è una questione di vecchia data. E l’interesse nei confronti del nucleare l’Iran lo ha manifestato già negli anni Cinquanta, quando ancora si chiamava Persia. È sempre stato, secondo la leadership iraniana, di tipo pacifico e non finalizzato alla realizzazione dell’atomica. Con la Rivoluzione del 1979 subì una battuta d’arresto, per poi riprendere alla fine degli anni Ottanta. Con la Guerra Fredda le simpatie sovietiche nei confronti della Repubblica islamica fecero allontanare l’America e i rapporti si deteriorarono definitivamente con l’elezione alla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. Tutto venne congelato e solo dopo l’elezione di Hasan Rouani alla presidenza dell’Iran vennero ripresi i negoziati. Era ottobre 2013. Da allora è cominciato un tira e molla di incontri per raggiungere a un accordo che regolamentasse l’uso del nucleare senza permettere a Teheran di dotarsi di bomba atomica. A novembre 2013 i negoziatori prima si diedero sei mesi di tempo per elaborare un accordo più ampio e definitivo, poi altri 4 mesi e alla un altro rimando di sette mesi. Già lo scorso novembre le parti erano state molto vicine a raggiungere un’intesa, avendo fatto progressi su molte questioni fino ad allora in sospeso. Ci si era però arenati sulle limitazioni poste all’Iran sull’arricchimento dell’uranio e sull’attenuazione delle sanzioni occidentali, oltre che sulla durata dell’accordo.

L’accordo è una vittoria per Obama. Ora che l’accordo è stato davvero raggiunto, e quindi l’Iran è considerato un partner affidabile nella regione mediorientale, significa che il presidente americano Barack Obama ha vinto. Grazie al raggiungimento dell’accordo, il premier Usa verrà ricordato proprio per essere colui che ha siglato un’intesa con la Repubblica Islamica dell’Iran, una cosa mai successa nella storia. A entrare nella storia anche il presidente iraniano Hasan Rouani, che negli ultimi due anni ha intessuto una fitta rete di dialogo diplomatico con gli Stati Uniti per trovare questa intesa.

Il fronte del no fuori e dentro l’Iran. Sia Obama sia Rouani hanno dovuto fare i conti con le opposizioni interne ed esterne che vedono di mal occhio l’avvicinamento tra Teheran e Washington. Oltre a Israele, si sono opposti all’accordo anche i sauditi, gli altri Paesi arabi del Golfo Persico e la Turchia, temendo le ripercussioni per una maggiore considerazione dell’Iran nello scacchiere mediorientale. Il nuovo ruolo a livello geopolitico che l’islam sciita (quello iraniano) avrà dopo il riavvicinamento con Washington e l’Occidente, preoccupa non poco il Golfo, che vede messa in discussione la sua supremazia, soprattutto in campo energetico. Se si raggiungerà un accordo, infatti, verranno sbloccate o quantomeno allentate le sanzioni comminate dai Paesi 5+1 tra il 2006 e il 2008. Seppur nei tempi stabiliti, viene messa la parola fine sull’embargo economico e politico che ha impedito al Paese di svilupparsi e crescere allo stesso ritmo dei suoi vicini. Fine dell’embargo significa anche l’inizio del ritorno sul mercato del petrolio verso Occidente e lo sblocco di quei 100mila miliardi di dollari in beni e investimenti che gli Stati Uniti congelarono in passato.

Le opposizioni interne all’Iran. Tuttavia, anche internamente all’Iran c’è chi non è poi così favorevole al raggiungimento di questo accordo. Secondo il clero più conservatore sciita, le forze militari e paramilitari dei Pasdaran trovare un’intesa e aprirsi all’Occidente significa mettere in discussione la sicurezza della Repubblica stessa, garantendo un sempre maggiore potere a uno schieramento politico riformista a loro sgradito. Su un altro versante, sempre interno all’Iran, c’è una parte della popolazione che non si identifica in riformisti o pragmatisti e che allo stesso modo si oppone all’intesa sul nucleare. Si tratta di coloro che si oppongono al regime in generale, qualunque esso sia, che giudicano l’accordo come una precisa strategia per far sopravvivere il regime, evitando ogni forma di confronto con le istanze della popolazione laica. In occasione del messaggio per il capodanno iraniano, che è coinciso con l’equinozio di primavera, il presidente Obama ha inviato il suo messaggio, in cui afferma che il raggiungimento di un accordo garantirebbe al Paese aperture economiche, politiche e culturali, che favorirebbero il suo reinserimento nella comunità internazionale.

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