L'Europa fornirà armi ai curdi

Iraq e Siria, ancora massacri

Iraq e Siria, ancora massacri
17 Agosto 2014 ore 12:50

L’Unione Europea fornirà armi ai curdi iracheni per combattere i jihadisti dello Stato Islamico. Il consiglio dei ministri degli Esteri dell’Ue ha stabilito che gli Stati che vogliono armare gli avversari dell’Isis avranno la facoltà di farlo. Anche l’Italia sta valutando il da farsi, ma il ministro Federica Mogherini ha assicurato che la decisione avverrà dopo un passaggio parlamentare. Nel frattempo sono cominciati i voli umanitari che portano generi di prima necessità alle popolazioni in fuga. I primi viveri sono stati caricati sul C130 dell’Aeronautica Militare che nella mattinata di sabato è atterrato a Erbil. Un piano umanitario concordato con l’Unicef, che prevede sei voli, due il primo giorno e uno i giorni seguenti fino al 20 agosto per la distribuzione di 36 tonnellate di acqua, 14 tonnellate di biscotti proteici, 200 tende da campo e 400 sacchi a pelo.

Yazidi: il massacro infinito. Il massacro degli yazidi non si ferma. Nella sola giornata di sabato sono stati uccisi 80 uomini e rapite 180 donne. È avvenuto nel villaggio di Kocho, a una ventina di chilometri a sud del monte Sinjar, dove i miliziani dello Stato Islamico sono penetrati nella giornata di Ferragosto. Gli abitanti, in maggioranza yazidi, si erano rifiutati di convertirsi all’islam e non avevano lasciato le loro case. La resistenza ha scatenato le ire dei jihadisti che hanno prima assediato e poi sterminato la popolazione. Tutta la zona è interdetta ai giornalisti e le uniche testimonianze che arrivano sono quelle dei pochi superstiti. Dall’inizio dell’avanzata dei miliziani in Iraq, si stima che circa 1,2 milioni di iracheni siano stati costretti a lasciare le loro case. Ma lo Stato Islamico non si limita a compiere massacri in Iraq. Nell’Est della Siria, nelle due ultime settimane, sono stati uccisi 700 membri della tribù Chaitat, sunnita, che si ribella alla loro autorità. A renderlo noto è l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Ondus), che denuncia come le sorti di circa 1800 membri di questa tribù siano al momento ignote. Tra le vittime si precisa, cento sono combattenti e il resto civili, uccisi nella provincia di Deir Ezzor.

Gli Usa, i peshmerga e la diga di Mosul. L’intervento dei marines dei giorni scorsi sembrava aver scongiurato una nuova guerra in Iraq, ma i raid aerei Usa non si fermano. Droni americano hanno distrutto due veicoli corazzati dei jihadisti a Sinjar. Più a nord, almeno 20 miliziani sono rimasti uccisi in un raid concordato con le forze curde vicino alla diga di Mosul, luogo tra i più importanti del Paese sul fiume Tigri, in mano ai jihadisti dallo scorso 7 agosto. Agenzie di stampa curde e testimoni sul posto riportano che quelli di sabato, in quattro zone vicine alla diga, sono stati i bombardamenti più pesanti lanciati dall’aviazione americana dall’inizio dell’offensiva aerea contro le postazioni dell’Isis. La diga è il più grande bacino idrico del Paese e fornisce energia elettrica ai circa 1,7 milioni di abitanti dell’area di Mosul. Lo sbarramento, costruito negli anni ’80, alto 131 metri e lungo 3,2 chilometri, controlla l’irrigazione della provincia di Ninive. È stato costruito da un consorzio italo-tedesco con lo scopo di appoggiare il regime di Saddam durante la guerra tra Iran e Iraq. I peshmerga curdi hanno lanciato l’offensiva per riprendere il controllo della diga e sono riusciti a riconquistare il lato est grazie al supporto americano: gli F-18 della portaerei George H. W. Bush, schierata nel Golfo Persico, hanno martellato le aree controllate dallo Stato Islamico vicino alla diga che, data la sua portata idrica, se distrutta causerebbe una vera e propria catastrofe. Si stima che i 12,5miliardi di metri cubi di acqua retrostanti la diga si abbatterebbero lungo la valle del fiume Tigri, e impiegherebbero due ore per raggiungere e sommergere Mosul. Inoltre, intere parti di Baghdad, che si trova a 350 chilometri più a sud rimarrebbero sommerse sotto 5 m di acqua, causando la morte di almeno 500 mila persone.

Quella della distruzione della diga è un’eventualità da non sottovalutare, visti i precedenti dell’Isis: la scorsa primavera per eserciare pressioni sul governo di Baghdad, chiusero la diga di Fallujah, sull’Eufrate, causando inondazioni nei villaggi circostanti e minacciando di provocare la siccità nel sud sciita del paese. Ma la diga di Mosul potrebbe crollare anche naturalmente, in seguito agli attacchi provocati da combattimenti tra le forze in campo. Se si aggiunge che già di suo ha una stabilità precaria, che richiede continue iniezioni di cemento per poter reggere – oltre 50.000 tonnellate di malta liquida sono state iniettate nel corso degli anni – non è difficile capire che essa rappresenta un’arma di distruzione di massa, oltre che di ricatto per chi la controlla.

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