Due giornali, una tv e tanti social network

Isis, l’arma della propaganda per plagiare gli iracheni

Isis, l’arma della propaganda per plagiare gli iracheni
30 Luglio 2014 ore 18:10

Da qualche giorno è uscito Dabiq, il primo magazine made in Isis. Prende il nome dall’omonima battaglia del 1516 tra turchi e mamelucchi, che portò alla formazione del primo califfato ottomano sotto la guida di Selim I. La copertina del numero uno è dedicata al “Ritorno del Califfato”. Disponibile sia in inglese che in arabo, la versione cartacea dovrebbe essere distribuita nelle zone della Siria poste sotto il controllo dei militanti Isis, mentre la versione elettronica viaggerà via mail.
Alcuni account di social media legati all’Isis, intanto, hanno annunciato la prossima uscita di un nuovo giornale, chiamato Caliphate 2, che avrà l’obiettivo di diffondere e far conoscere all’opinone pubblica internazionale l’ideologia del califfato. Esiste anche un’altra rivista, Islamic State Report, che illustra come l’Isis stia preparando la nuova generazione di predicatori e uomini religiosi contro tutte le false informazioni ed eresie propagandate dai “nemici dell’Islam”.
Se tre testate non bastassero, è stata annunciata anche l’apertura imminente di un canale tv.
L’Isis ha capito che la propaganda, soprattutto sul web, è un’arma fondamentale, di questi tempi.

 

dabiq-ISIL

 

Il califfato è un paradiso, nel magazine Dabiq. Dabiq è un magazine a colori di 50 pagine, molto curate dal punto di vista grafico, che rappresenta una vera e propria guida al nuovo califfato guidato da Al-Baghdadi. Scorrendo tra gli articoli si può leggere: «Il mondo oggi è diviso in due territori e due schieramenti, e non ne esiste un terzo: il territorio dell’islam e della fede, e il campo del kufr (la miscredenza) e dell’ipocrisia – il campo dei musulmani  e dei mujahidin in ogni dove, e il territorio degli ebrei, dei crociati, dei loro alleati e con loro il resto delle nazioni e delle religioni del kufr, tutti guidati dall’America e dalla Russia, e mobilizzati dagli ebrei». Si possono trovare anche notizie sulla vita quotidiana nel califfato, raccontata mediante interviste con i responsabili dei servizi pubblici delle zone occupate. Immagini di gente del posto sorridente, racconti di esperienze che cambiano la vita, articoli inneggianti a secoli di patrimonio e previsioni di un futuro luminoso: per dire a tutti i musulmani del modo che il califfato è il posto giusto dove vivere.

 

bringbackourhumvee

 

Due account e due hashtag su Twitter: dalle canzonature agli Americani al modulo per aspiranti reclute. La rete e i social network permettono quell’interazione immediata e diretta che può raggiungere un vasto pubblico e reclutare numerosi nuovi seguaci. I militanti islamisti lo sanno e non sono nuovi a campagne virali sul web degne dei migliori social media strategist. Di qualche giorno fa è la famosa foto con l’appello di Michelle Obama per liberare le ragazze ostaggio di Boko Haram in Nigeria modificata con l’hashtag #BringbackourHumvee (#RidateciinostriHumvee). Gli Humvee sono i veicoli militari americani di cui lo Stato islamico si è impossessato all’inizio di giugno in Iraq. L’immagine è stata ritwittata migliaia di volte, corredata da canzonature nei confronti dell’Amministrazione Americana.

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Sempre su Twitter, ISIS ha lanciato l’hashtag #SykesPicotOver (#LaFineDiSkyesPicot), per esprimere il programma dell’Isis volto a abbattere i confini degli stati, per instaurare il califfato in tutto il Medio Oriente: Skyes Picot era l’accordo segreto che, dopo la Prima Guerra Mondiale, stipularono Regno Unito e Francia per definire le rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente. Su un versante più “tenero”, è stato creato l’account @ISILCats, ovvero Stato Islamico dei Gatti, che mira ad attirare simpatia verso l’Isis, raccontando l’amore dei suoi guerriglieri per i gatti e altri animali da compagnia. C’è anche l’account twitter Fajr-Al-Basha’ir @fajr991 (l’alba delle buone notizie), che riporta gli aggiornamenti militari dell’ISIS e mette a disposizione un form apposito (segnalato da Twitter come potenzialmente pericoloso), che permette di iscriversi a una newsletter per ricevere informazioni e documenti religiosi. Dedicato alle aspiranti reclute. Da qualche settimana, però, l’account non cinguetta: forse è stato bloccato o forse sta studiando nuovi metodi di comunicazione.

I video dei jihadisti su Youtube. Una rubrica inaugurata di recente, il Mujatweet, è disponibile su Youtube. Mostra l’ISIS in azione sul territorio, ma non in assetto da combattimento: distribuzione di viveri, momenti di gioco con i bambini, merende a base di gelato. Il tutto scandito da canti in onore di Allah e alla lotta per l’Islam. La rubrica ospita anche alcuni video di jihadisti stranieri, che cantano nella loro lingua l’amore per l’Islam e lo Stato Islamico.

 

http://youtu.be/JI8aPHzl1O4

 

E gli Usa controllano i social dei guerriglieri per sapere dove sarà la prossima battaglia. In Iraq, per arginare l’avanzata mediatica dell’Isis, è stato bloccato l’accesso ai social network, con il risultato che sono aumentati del 1000 percento gli utenti iracheni dei servizi che arginano il blocco a pagamento. L’intelligence americana ha preferito adottare una tattica diversa, monitorando ogni account dei guerriglieri che postano immagini e notizie delle loro vittorie. Sperano così di poter rimanere aggiornati sui movimenti di truppe, obiettivi e posizioni. Dopotutto, gli americani hanno già fatto i conti con le campagne mediatiche di al-Qaeda.

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