Ma si teme scarsa affluenza

Israele al voto. Cosa c’è da sapere

Israele al voto. Cosa c’è da sapere
16 Marzo 2015 ore 11:01

Il 17 marzo Israele è chiamato alle urne per eleggere il suo Parlamento, la Knesset. Si tratta del ventesimo parlamento da quando esiste lo Stato di Israele. A sfidarsi ci saranno 12 partiti politici, anche se i due candidati che dovrebbero contendersi il titolo di premier e guida dello stato ebraico sono due: il premier uscente Benjamin Netanyahu, del partito di desta Likud, e Isaac Erzog, candidato di centrosinistra del partito Unione sionista. Non sono pochi gli analisti che vedono queste elezioni come una sorta di referendum sul consenso al primo ministro oggi in carica, che siede sullo scranno più alto della Knesset da ormai due mandati consecutivi ed è il premier più longevo dopo Ben Gurion. Un motivo, quello del consenso a Bibi, per cui il presidente dello stato ebraico Reuven Rivlin teme una bassa affluenza alle urne.

Chi è Benjamin Netanyahu. Le cronache degli ultimi anni hanno insegnato a conoscere Netanyahu, leader del partito di destra Likud. 65 anni, fratello di uno degli eroi di Israele, Yonatan detto Yoni, comandante del reparto d’elite dell’esercito israeliano che guidò il gruppo d’assalto durante il raid dell’Operazione Entebbe, nonché unico militare israeliano a perdere la vita in quell’azione, Bibi entra in politica nel 1988, dopo una laurea in architettura e due master al Mit di Boston, un’importante carriera militare che lo ha visto combattere nella guerra del Kippur, e forte di esperienze da diplomatico all’Onu e a Washington. È diventato premier di Israele nel 1996, il più giovane che la storia israeliana ricordi. Succedette a Shimon Peres e gli successe Ehud Barak. Alle elezioni del 2009 Bibi venne nuovamente eletto e da allora è ancora al comando.

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Il processo di pace. Con Netanyahu al potere il processo di pace con i palestinesi si è sempre bloccato e i passi raggiunti dagli altri premier precipitati in una situazione di stallo. Negli anni di Bibi la situazione di Gaza è crollata vertiginiosamente almeno due volte, nel 2012 e nel 2014. Il premier, inoltre, verrà ricordato per aver sfidato il presidente Obama sul tema del nucleare iraniano e della politica estera americana. I capisaldi della propaganda di Netanyahu e delle altre forze di destra sono sempre gli stessi: identitarismo, nazionalismo e appoggio su un sentimento di paura diffuso. Sebbene questi elementi possano dargli efficacemente consenso, il premier in carica è dato in calo quanto a consensi.

Chi è Isaac Herzog. Chi sale, invece, è Isaac Herzog in netto recupero e con buone chances di vittoria. 54 anni, laburista, Isaac Herzog è il figlio del sesto Presidente di Israele e nipote del primo rabbino capo askenazita. Con l’ex ministra Tzipi Livni ha fondato la lista di centro-sinistra Unione Sionista. Attualmente è il leader dell’opposizione. Le sue posizioni sulla Palestina sono più morbide e concilianti rispetto al rivale, prevedono anche l’ipotesi di due Stati (sui confini attuali, e non su quelli del 1967, per non far passare sotto lo stato palestinese le colonie ebraiche) anche se per la questione di Gerusalemme è sulle stesse idee del Likud.

La Citta Santa. Gerusalemme non si divide. Herzog è stato più volte ministro e gode della stima dell’ex presidente Peres, che gli ha dichiarato il suo sostegno. Definito un nerd, preso in giro per la faccia da bambino e la voce nasale, il leader dei laburisti è stato definito dal Washington Post un “determinato sfavorito”. Poi la svolta, arrivata grazie a una campagna elettorale in giro per il Paese, soprattutto nelle zone del deserto del Negev a ridosso della Striscia di Gaza, e al suo modo di porsi pacato e calmo, tanto diverso dall’arroganza di Bibi. E soprattutto, per aver parlato di misure economiche che affrontino il problema del caro-casa, tanto caro agli israeliani.

Il voto anticipato. Quelle del 17 marzo sono elezioni anticipate. Lo scioglimento del parlamento è arrivato dopo il colpo di mano del premier Netanyahu che lo scorso dicembre ha rimosso due ministri centristi che lo avevano duramente criticato: Yair Lapid, ministro delle finanze, e Tzipi Livni, ministro della giustizia. Erano in disaccordo con il premier perché ritenevano la deriva del governo “ultraortodossa” e troppo sbilanciata a favore dei partiti religiosi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il disegno di legge che voleva definire Israele lo stato della nazione ebraica.

Il sistema elettorale. Il 17 marzo si vota per eleggere 120 deputati, secondo un sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento al 3,25% e liste scelte dai partiti. C’è un’unica circoscrizione e si votano i partiti e non i candidati. Le aziende non possono fare donazioni ai partiti, lo Stato copre quasi tutte le spese per la campagna elettorale, in base ai seggi ottenuti alle elezioni precedenti, e ciascuna famiglia può contribuire fino a un massimo di circa 600 dollari di finanziamento in un anno elettorale, che si dimezzano negli anni in cui non si svolgono elezioni. Votano tutti gli israeliani, uomini e donne, che abbiano compiuto i 18 anni. Non è previsto il voto dei residenti all’estero, ad eccezione di coloro che si trovano fuori dal Paese per motivi di servizio: costoro possono votare in 96 ambasciate e consolati di Israele o sulle navi israeliane. Al termine delle elezioni, il Presidente della Repubblica conferirà alla persona che ha più probabilità di formare un esecutivo l’incarico come presidente del consiglio. L’ufficialità di tale scelta ci sarà solo dopo le lunghe trattative per formare una coalizione di governo, che per reggere necessita di almeno 61 parlamentari. Per avere questo numero serve che nella coalizione entrino almeno quattro partiti. Alla Knesset siedono i deputati dei partiti di destra, di sinistra, religiosi, arabo-israeliani.

La lista degli arabi. In questa tornata elettorale gli arabi israeliani, coloro cioè che hanno la cittadinanza israeliana pur non essendo ebrei hanno deciso di formare una lista unita. Sono coloro che l’attuale ministro degli Esteri Avigdor Lieberman descrive come “terroristi”, si tratta di un buon 20% di popolazione verso cui negli ultimi anni sono state varate leggi discriminatorie. Una mossa servita a poco, perché gli arabi per la prima volta nella storia della Knesset si sono uniti e sperano così di riuscire a ottenere un risultato mai ottenuto prima. I sondaggi, infatti, danno Lista Unita come il terzo o quarto partito. Il loro leader è Ayman Odeh, 40enne avvocato di Haifa, il quale tiene a precisare che Lista Unita si pone come forza politica per tutti coloro che non si riconoscono nei partiti sionisti, non solo per la minoranza palestinese. Il loro programma politico è a favore di una società israeliana più democratica, egualitaria e pacifica. Chiedono lo stop agli insediamenti ebraici in Cisgiordania e sostengono la creazione di due stati, israeliano e palestinese. A sorpresa hanno incassato le simpatie del partito di sinistra radicale Hadash (acronimo per “Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza”), guidato dall’ex-Presidente della Knesset e dell’Agenzia Ebraica, Avraham Burg, ebreo osservante e per lungo tempo esponente di primo piano nella politica del Paese.

E quella delle donne ultraortodosse. E poi c’è il partito B’Zchutan, che in ebraico significa più o meno “per merito loro”. Quel “loro” sta per donne. il gruppo è infatti formato da donne ultraortodosse che reclamano gli stessi diritti di cui godono le altre donne, quelle “secolarizzate”, riguardo per esempio a occupazione, istruzione, ruolo nella comunità, trattamento in caso di divorzio. A capo delle donne haredi (le mogli dei religiosi, quelle che devono portare sempre gonne lunghe, mai scoprire il loro corpo e indossare una parrucca o un foulard per non mostrare i loro veri capelli) c’è la 33enne Ruth Colian, che già nel 2013 aveva cercato, invano, di trovare spazio nel partito Shas, quello dei religiosi, per essere candidata alle municipali. Anche la sua richiesta all’Alta Corte per tagliare i fondi ai partiti che discriminano le donne venne respinta. Gli ultraortodossi rappresentano il 10% degli 8 milioni di israeliani e le loro donne sono quelle che hanno un’aspettativa di vita tra le più basse del Paese. Soffrono di diseguaglianze salariali, violenza domestica, problemi di salute. La percentuale di decesso per cancro al seno supera del 30 per cento la media nazionale, poiché parlare di screening e prevenzione è considerato sconveniente e tabù. Sentimenti che le donne di B’Zchutan puntano a cambiare, diventando un’alternativa interessante per chi vorrà fare voto di protesta.

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