Anche se c'è qualche segnale positivo

L’Italia parla inglese poco (e male) Siamo tra i peggiori in Europa

L’Italia parla inglese poco (e male) Siamo tra i peggiori in Europa
17 Novembre 2014 ore 10:59

Ef Englishtown è un’associazione che da dieci anni misura la competenza in lingua inglese della popolazione adulta internazionale. Pochi giorni fa ha reso noti i risultati dell’ultima indagine statistica, realizzata prendendo a campione 750 mila persone appartenenti a 63 nazionalità diverse. Il criterio di valutazione applicato è il Quadro Comune di riferimento europeo per le Lingue Straniere, il quale si divide in tre livelli di crescente abilità: dall’A2 (il livello più basso) al B1 (livello medio) al B2 (il livello più alto). Molto buono il posizionamento dei paesi europei: sette paesi dell’Unione rientrano nella fascia di «alto livello di competenza» (tra 63 e 69 punti), undici a livello «buono», tredici nella fascia «media». Nessuna nazione d’Europa si trova a livello A2. Le donne, inoltre, parlano inglese meglio degli uomini, sia a livello internazionale che in quasi tutti i paesi analizzati singolarmente. All’interno del gruppo europeo, però, l’Italia non se la cava poi troppo bene – così come gli altri paesi che si trovano in una condizione economica di stagnazione e di recessione. Si trova infatti al 26esimo posto (livello B1), dietro al Giappone e davanti all’Indonesia. Solo la Francia parla inglese peggio di noi italiani, collocandosi in 29esima posizione. I più bravi dell’UE sono i cittadini del Nord: gli olandesi, gli svedesi e i danesi. Nonostante questo, non è ancora venuto il momento per disperarsi: secondo l’indice Ef, la conoscenza dell’inglese di noi italiani è migliorata rispetto al 2013, quando si trovava al 32esimo posto. Insomma: c’è ancora tanto lavoro da fare, ma siamo sulla buona strada. All’interno della penisola, è la Lombardia la regione con il maggior numero di studenti che frequentano corsi di lingue e programmi di formazione all’estero.

 

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Federica Tilgher, responsabile Ef Englishtown per l’Italia, ha commentato in questo modo i dati divulgati dall’associazione per cui lavora: «Ci sono molti segnali positivi per il futuro: la conoscenza dell’inglese tra gli italiani che hanno meno di 35 anni è superiore rispetto agli altri adulti, il che indica che i cambiamenti operati nel sistema educativo per l’insegnamento dell’inglese stanno iniziando a dare frutti». Però «in Italia c’è ancora molto da fare sull’insegnamento dell’Inglese a scuola. Il metodo tradizionale si basa sull’apprendimento delle regole grammaticali con ore dedicate alla lettura e alla scrittura. I ragazzi hanno pochissime occasioni per fare pratica di conversazione: questo, in aggiunta al fatto che storicamente film e telefilm stranieri vengono doppiati in italiano, indebolisce molto il loro livello di sicurezza nel parlare l’Inglese. Forse vinciamo la gara nello spelling ma al momento di parlare anche gli Italiani più estroversi vivono un blocco linguistico che può penalizzare nelle relazioni sociali e professionali. Per questo è importante dotare i ragazzi di tutti gli strumenti possibili per esercitare il loro inglese parlato, simulando contesti di vita reale».

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