Pubblicato il rapporto Istat

Gli Italiani sono sempre più poveri ma i ricchi sono sempre più ricchi

Gli Italiani sono sempre più poveri ma i ricchi sono sempre più ricchi
18 Luglio 2014 ore 08:45

Lunedì 14 luglio l’Istat ha pubblicato il rapporto relativo alla povertà in Italia. Il quadro è drammatico: il 9,9 percento della popolazione (6 milioni e 20 mila persone) è in uno stato di povertà assoluta, il 16,6 percento (10 milioni e 48 mila persone) in uno stato di povertà relativa. Quest’ultima soglia è valutata sulla base della spesa media di una famiglia italiana composta da due persone, cioè 972,52 euro: quando una coppia spende mensilmente meno di questa cifra, l’Istat la ritiene facente parte della popolazione in stato di povertà relativa. Precisamente si è calcolato che queste famiglie hanno speso, al mese, in media, 764 euro, contro i 793,32 euro del 2012. Quando si parla di povertà assoluta invece ci si riferisce a quei nuclei famigliari che non riescono a sostenere la spesa minima necessaria per acquistare i beni di prima necessità e i servizi essenziali per uno standard di vita considerato accettabile.

 

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Sempre più distanza tra poveri (davvero) e ricchi (ricchissimi). L’Italia è dunque un Paese sempre più povero. In pochi si sono però soffermati ad analizzare il fatto che, negli ultimi anni, oltre ad essere aumentata la povertà è aumentata anche la ricchezza di alcuni, che, seppur pochi, sono sempre più ricchi. A confermarlo sono i dati diffusi a marzo dal Ministero dell’Economia, relativi alle dichiarazioni dei redditi dei cittadini italiani del 2012. Secondo il Tesoro, il 5 percento della popolazione con i redditi più alti rappresenta il 22,7 percento della ricchezza complessiva del nostro Paese. A far da contrappeso, oltre il 50 percento dei contribuenti ha dichiarato di guadagnare meno di 15 mila e 654 euro l’anno. Ciò significa che la forbice tra poveri e ricchi, in Italia, continua ad allargarsi anno dopo anno. Il ceto medio s’è abbassato al livello una volta occupato dal ceto proletario e quest’ultimo ha cominciato una discesa sotto le soglie della povertà, sia essa relativa o assoluta. La Penisola è così diventato uno dei Paesi più diseguali in tutto l’Occidente, come ha confermato uno studio dell’Unione Europea, il The Gini-Growing inequality impact: solo la Gran Bretagna ci batte per quanto riguarda l’ineguaglianza nella distribuzione dei redditi.

 

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Qualcuno parla dei ricchi, e ci mette in guardia. I media sono spesso più interessati a sottolineare l’ascesa della povertà piuttosto che l’incremento della ricchezza nelle mani di pochi, ma secondo alcuni quest’atteggiamento non è corretto. Tre economisti, Maurizio Franzini, Elena Granaglia e Michele Raitano, pensano che sia molto importante studiare i flussi della ricchezza in Italia, perché quest’incremento della ricchezza in mano a pochi mette fortemente a rischio l’equilibrio sociale. Su queste premesse hanno scritto il libro Dobbiamo preoccuparci dei ricchi? (2014, Il Mulino Saggi) in cui spiegano il motivo per cui la ricchezza, seppur non sia mai stata considerata un problema, dovrebbe invece preoccupare, quantomeno per il modo in cui si sta strutturando in Italia. Come ha fatto l’Istat per la povertà, anche i tre economisti hanno introdotto due soglie per la ricchezza: quella dei “benestanti”, il cui reddito è superiore al triplo del reddito medio nazionale, e quella dei “ricchi”, il cui reddito è di almeno cinque volte superiore al reddito medio nazionale. L’1,9 percento della popolazione italiana, stando a questi parametri, è benestante e lo 0,3 percento ricca: meno rispetto a Gran Bretagna e Germania, ma in Italia i benestanti ed i ricchi conquistano, come indicano i dati diffusi a marzo dal Tesoro, una parte molto ampia del reddito nazionale. Il problema è che dietro questa ricchezza, nel nostro Paese, rare volte c’è del vero merito, ma più spesso il fatto che si ricopra una posizione di potere: molti dei redditi dei ricchi analizzati nel libro sono di alti dirigenti pubblici. La ricchezza che si sta accumulando in Italia nelle mani di pochi è dunque slegata dai fattori del rischio e della concorrenza, fattori che sono invece necessari per trainare la crescita dell’economia di uno Stato. Ed è per questo che la stessa ricchezza, in Italia, è causa della povertà di molti.

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