«La fase più dura di sempre»

Italicum, i possibili scenari (con le puntate precedenti)

Italicum, i possibili scenari (con le puntate precedenti)
27 Aprile 2015 ore 16:57

Ci siamo, finalmente. Una delle fasi più calde del governo Renzi (addirittura «la fase più dura di sempre», secondo le parole dello stesso Premier) si è appena aperta. È quella, naturalmente, che potrebbe-dovrebbe-parrebbe-chediocelamandibuona portare all’approvazione alla Camera dell’Italicum, la nuova legge elettorale. Il pre partita è stato intenso, fatto di schermaglie, accuse, trattative, scissioni paventate e per ora sventate, dubbi. C’è stato un po’ di tutto, insomma. Oggi l’ultima rifinitura, una discussione parlamentare che ha visto presenti 20 deputati su 630, da domani il fischio di inizio, con le prime votazioni sulle pregiudiziali di costituzionalità.

Renzi, l’abbiamo detto, vede in questo momento un passaggio delicatissimo, che può significare tanto l’ennesima, e forse definitiva, prova che a questo Governo i bastoni fra le ruote proprio nessuno li possa mettere quanto l’inizio della fine di una delle legislature più chiacchierate della storia repubblicana. Proprio Renzi ha dichiarato che se l’Italicum non dovesse passare, rassegnerebbe le proprie dimissioni. C’è da crederci? Chissà, ma è un’ipotesi davvero remota, perché, a meno di stravolgimenti improvvisi e inaspettati, entro una decina di giorni l’Italia avrà la sua nuova legge elettorale.

 

 

Il punto della situazione. Riassunto delle puntate precedenti. I numeri per far approvare l’Italicum il Governo, in situazione fisiologica, li ha, e in abbondanza: circa 410 deputati, comprensivi di 310 del Pd, 33 di Area Popolare, 13 di Popolari per l’Italia, 25 di Scelta Civica e una trentina del Gruppo Misto. Contando che il quorum è di 316 voti, perplessità non dovrebbero essercene. Ma le ultime settimane dem sono state parecchio turbolente, con le minoranze del Pd che hanno deciso di alzare la voce: o si cambiano le future regole del gioco (come si entrerà in Parlamento, insomma) oppure noi non ci stiamo. Il dibattito è ad ampio raggio, in particolare vertente sul tema delle preferenze e del premio di maggioranza.

La minaccia è quella della scissione, un ritornello che in via del Nazareno, nell’ultimo anno, è stato cantilenato con tempistiche a precisione quasi metronometrica. In trincea Romano Prodi ed Enrico Letta (anzi, più corretto dire in libreria e in università), Rosy Bindi, Roberto Speranza, Gianni Cuperlo… oltre, ovviamente, al coacervo verde, azzurro e grillino dell’opposizione. Si è parlato di incostituzionalità, antidemocraticità, tirannia, dittatura, qualcuno ha persino bisbigliato, camuffandolo con il tipico “modalità d’altri tempi”, fascismo, parola che è sempre meglio tacere.

 

 

Ma Renzi s’è fatto un baffo di tutto quanto, e ha proseguito dritto per la sua strada (ma va?). Quindi scissione, si diceva: minacciata ma poco realistica, giacché a fine mese scocca l’ora delle Regionali, dove sul carro del vincitore (cioè, sondaggi alla mano, del Pd) ci vogliono salire tutti, anche i più strenui difensori della Costituzione, della democrazia e della libertà nonché fieri oppositori di dittature e fascismi (shhhhhh!). Probabile, dunque, che si arriverà ad un accordo, per dare immagine di un partito in fin dei conti più o meno unito, ed è su questo che Renzi sta lavorando nelle ultime ore. Scissioni dunque non dovrebbero essercene, anche perché, ragionando in termini meramente numerici, verrebbero meno 70 massimo 80 voti, e l’Italicum sarebbe comunque salvo. Si può pensare allora che Renzi stia più che altro gonfiando l’adrenalina del clima per rendere ancor più fragorosa e brillante la probabile vittoria.

Certo, alcune scelte del Premier hanno creato qualche giusta polemica: dalla rimozione di 10 membri della Commissione Affari costituzionali della Camera che gli erano avversi alla calendarizzazione del voto prima dell’approvazione della riforma istituzionale che abolirebbe l’eleggibilità del Senato (l’Italicum norma solamente la Camera, dando per scontata la riuscita dell’altra riforma), ma tant’è, Renzi vuole chiudere in fretta una partita che, dopo 14 mesi, è già andata ben oltre supplementari e rigori.

 

 

Le alternative possibili. Sulle modalità con cui Renzi farà approvare l’Italicum al Parlamento, invece, i dubbi sono più fondati. Dalla Commissione e dalla direzione del partito è uscita la legge che piace a Renzi ma non al resto della Camera, e si è allora paventato lo spettro del voto di fiducia. Si tratta di un meccanismo per cui il Governo scavalca qualsiasi votazione sugli emendamenti proposti ad una legge, e chiede direttamente al Parlamento un sì o un no al testo nella sua interezza, senza alcun passaggio intermedio. Se la legge viene bocciata, il Governo si deve dimettere. Meccanismo, dunque, utilizzato soprattutto per serrare le fila della maggioranza. Su questa ipotesi, non così improbabile a dire il vero, si è detto di tutto in queste settimane. È obiettivo che si tratterebbe di un’anomalia mica da ridere, l’unica volta che venne posta la questione di fiducia su una legge elettorale, nella storia repubblicana, fu con De Gasperi nel 1953, con la famosa “legge truffa”.

Alternativo alla fiducia è il voto emendamento per emendamento e articolo per articolo: in questo caso, qualora anche una sola modifica dovesse essere approvata, la legge dovrebbe tornare al Senato. Cosa che, oltre che dilatare i tempi (Regionali passate, e allora perché no una scissione), comporterebbe che la “bella” venga giocata su un campo in cui i numeri del Premier sono decisamente più risicati: Palazzo Madama. Da qui, la tentazione del voto di fiducia. Anche e soprattutto per questo, è importante per Renzi trovare un accordo con le minoranze del suo partito prima della votazione. Ecco il perché dello scouting di queste ore fra i ribelli.

Considerando come extrema ratio l’ipotesi del voto di fiducia sulla legge complessiva, che sarebbe davvero troppo, lo scenario più probabile è il seguente: Renzi tenterà fino all’ultimo di mettere in riga tutti i componenti del suo partito, per poi procedere al voto su emendamenti e articoli, magari chiedendo il voto di fiducia solo su alcuni di questi ultimi, quelli più a rischio (cosa poco galante ma tutto sommato accettabile).

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