Venerdì l'incidente

La chiesa che è crollata a Roma (fu carcere dei santi Pietro e Paolo)

La chiesa che è crollata a Roma (fu carcere dei santi Pietro e Paolo)
Cronaca 31 Agosto 2018 ore 09:00

È intitolata a san Giuseppe patrono dei Falegnami. Ma ieri è stata proprio una vecchia trave di legno del tetto a tradirla e a determinare il crollo della copertura. Quella di San Giuseppe è una delle 320 chiese storiche del centro di Roma: storiche in quanto costruite prime del 1870. È addossata al Campidoglio, ma soprattutto sorge su uno dei luoghi di culto più imporranti della Roma cristiana: il Carcere Mamertino. Fu la più antica, e per lungo tempo l’unica, prigione di Roma, realizzata, secondo Livio, dal re Anco Marzio. Una rampa di scale conduce al livello antico.

Nel pavimento si apre un foro circolare che un tempo era l’unico ingresso all’ambiente sottostante, cui ora si accede per una scala moderna. Questa era la parte più segreta e terribile della prigione, che erra nota col nome di “Tullianum”: qui venivano gettati e poi strangolati i prigionieri di stato. Tra i personaggi illustri ai quali fu riservata questa sorte ci furono Giugurta, re della Numidia, Vercingetorice, capo dei Galli, i partigiani di Gaio Gracco, i Catilinari (l’elenco è inciso su una lastra di marmo in uno degli ambienti del carcere). E naturalmente tra i prigionieri illustri tradizione vuole ci siano stati anche gli apostoli Pietro e Paolo che qui sarebbero stato rinchiusi ma non uccisi.

 

 

San Pietro, scendendo con il compagno nella camera sottostante, cadde battendo il capo contro la parete e ve ne lasciò l’orma, che oggi è protetta come una reliquia; come viene venerata anche la colonna a cui sarebbero stati legati Pietro e Paolo. Tradizione vuole che i due apostoli siano restati chiusi nella segreta, senza luce, ma fecero scaturire miracolosamente una polla d’acqua, che in latino si dice tullus da cui l’altro nome del carcere Tullianum. Così lo descriveva lo storico Sallustio: «Nel carcere vi è un luogo chiamato Tulliano, un poco a sinistra salendo, sprofondato a circa 12 piedi sotto terra. Esso è chiuso tutt’intorno da robuste pareti, e al di sopra da un soffitto, costituito da una volta in pietra. Il suo aspetto è ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità, il puzzo».

Comunque Pietro e Paolo uscirono a convertire i loro carcerieri, Processo e Martiniano. A raccontare la vicenda di Pietro è un testo del IV secolo, una Passione di Pietro di autore incerto anche se creduto dello stesso apostolo. «Anche i custodi del carcere, Processo e Martiniano, lo pregavano dicendo: “O Signore, vai dove vuoi, giacché noi pensiamo che ormai l’imperatore si è dimenticato di te Dopo che nel carcere Mamertino tu ci hai battezzati nel nome della Trinità Santissima, facendo sgorgare una fonte dalla rupe, con la preghiera e il segno della croce, tu sei andato liberamente dove hai voluto e nessuno ti ha molestato”». Quindi secondo questa tradizione Pietro e verosimilmente anche Paolo, a differenza degli altri prigionieri illustri, recuperarono la libertà.

 

 

Nel momento del crollo della chiesa soprastante, nel Carcere c’era un gruppetto di visitatori, in quanto la struttura non dipende più dalla chiesa ma fa parte del circuito archeologico, e non è più quindi luogo di culto (era stato papa Silvestro a volerlo tale, con la dedicazione a San Pietro in Carcere). Il crollo ha danneggiato il tetto dell’antico edificio che quindi ora resterà chiuso.

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