Il rapporto Ocse sull'educazione

La laurea è solo un pezzo di carta? I dati italiani non sono incoraggianti

La laurea è solo un pezzo di carta? I dati italiani non sono incoraggianti
25 Novembre 2015 ore 14:52

L’annuale rapporto Education at a glance, puntualmente redatto dall’Ocse e che analizza i sistemi di istruzione dei 34 Paesi membri dell’organizzazione, ha fotografato un inquietante panorama per quanto riguarda il rapporto fra accademia e mondo del lavoro in Italia. Il rapporto fra cittadini che hanno portato a termini un percorso universitario e quelli che poi hanno trovato un’occupazione, infatti, è piuttosto desolante, e colloca l’Italia fra gli ultimi Paesi europei. Numeri che vanno di pari passo con le scarse risorse fino ad ora investite nell’istruzione universitaria, e con l’elevatissima età media dei docenti accademici italiani.

 

 

Il rapporto fra istruzione e occupazione. Cominciamo con l’unica buona notizia che emerge dallo studio dell’Ocse rispetto al nostro Paese: l’Italia vanta un numero di laureati fra i più alti dei Paesi membri. Complessivamente, infatti, circa il 20 percento dei giovani italiani ha conseguito o conseguirà un titolo universitario, mentre la media dell’Ocse è ferma al 17 percento. Un dato che, se da un lato certifica la volontà di specializzarsi ad alti livelli di un discreto numero di giovani del nostro Paese, dall’altro rende ancora più assurdo il fatto che, nel 2014, solo il 62 percento dei laureati fra i 25 e i 34 anni avesse un’occupazione, contro l’80 percento circa della media Ocse. L’Italia, insomma, è un Paese per laureandi ma non per laureati. Quel 62 percento, peraltro, certifica una diminuzione di 5 punti percentuali rispetto al 2010, ma in questo caso la crisi economica degli ultimi può considerarsi una giustificazione assolutamente veritiera e accettabile.

Siamo, inoltre, l’unico Paese dell’area Ocse insieme a Islanda e Repubblica Ceca la cui percentuale di laureati occupati è più alta per la fascia d’età 55-64 anni piuttosto che 25-34 anni. Anche se, occorre precisare, per gli altri due Paesi si parla comunque di percentuali, per ambo le fasce d’età, gravitanti intorno all’80 percento. Peggio di noi dunque, in termini di occupazione di giovani e più anziani, c’è solo la Grecia.

Ad aggravare la situazione dei giovani laureati italiani, inoltre, c’è anche il fatto che sono molti di più gli occupati che hanno conseguito solo un diploma di scuola superiore, e che a subire maggiormente questa patologia del sistema occupazionale sono i laureati i cui genitori non hanno avuto modo di frequentare l’università. E se la situazione non appare già abbastanza grigia, un’ultima postilla: circa il 35 percento delle persone con età compresa tra i 20 e i 24 anni non ha un lavoro, non studia, né segue un corso di formazione, e si tratta della seconda percentuale più alta di tutta l’area Ocse.

 

 

I dati su docenti e risorse. Poste tutte queste premesse tutt’altro che rosee, l’Ocse affonda poi il coltello nella piega anche sull’età media dei professori italiani e sulle risorse pubbliche destinate all’istruzione universitaria. Rispetto alla prima, siamo detentori del poco invidiabile record di Paese con i docenti più anziani di tutta l’area Ocse. Nel 2013, infatti, il 57 percento degli insegnanti della scuola primaria, il 73 percento dei professori della scuola secondaria superiore, e il 51 percento dei docenti universitari avevano compiuto almeno 50 anni. Gli insegnanti con meno di 30 anni, nelle scuole pubbliche, erano una cifra prossima allo 0 percento, persino la Grecia arrivava a quota 1 percento; per la maggior parte, il 57 percento, si trattava di professori con un età compresa tra 50 e 59 anni, e ben il 19 percento fra i 60 e i 64 anni. Numeri da brividi se raffrontati, ad esempio, con il Regno Unito, dove il 17 percento dei docenti ha meno di 30, solo il 7 più di 60, e complessivamente il 46 percento è under 40.

Nemmeno dal punto di vista degli stipendi c’è da sorridere: nel 2013, per esempio, i docenti delle scuole medie italiane guadagnavano mediamento il 67 percento del salario medio dei lavoratori di altri settori con qualifiche comparabili, rispetto ad un media dell’area Ocse prossima all’80 percento.

Rispetto invece alla complessiva spesa per la scuola pubblica, fra il 2000 e il 2012, solo in Cile, Francia, Norvegia, Svezia e Polonia c’è stata un minor destinazione delle risorse: di questi soldi, solo lo 0,9 percento del Pil riguarda uscite destinate all’istruzione universitaria; solo il Lussemburgo ha fatto peggio di noi.

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