Le testimonianze

La lotta al Coronavirus è «una guerra»: l’allarme dei medici bergamaschi dal fronte

La lotta al Coronavirus è «una guerra»: l’allarme dei medici bergamaschi dal fronte
09 Marzo 2020 ore 11:36

È una guerra. E prima lo capiamo, prima (forse) ne usciremo. Non è allarmismo ingiustificato, cosa di cui molti sono stati accusati nei primi momenti dello “sbarco” del Coronavirus in Italia. Non lo è perché a definire «guerra» la situazione sono coloro che, da giorni, affrontano in prima linea quanto sta accadendo: medici e infermieri. Bergamo, in tal senso, è epicentro di una situazione mai vissuta prima nel nostro Paese: è uno dei territori più colpiti e uno di quelli dove le strutture sanitarie sono più vicine al collasso. Ecco perché le parole degli operatori, rilasciate a media e sui social, diventano il perfetto punto di vista da cui osservare quanto sta accadendo. E assumerci quelle responsabilità che lo Stato, seppur nella confusione comunicativa, ci sta chiedendo.

In una delle costanti mail che ricevo dalla mia direzione sanitaria a cadenza più che quotidiana ormai in questi giorni,…

Pubblicato da Daniele Macchini su Venerdì 6 marzo 2020

«La guerra è esplosa». La prima voce partita da Bergamo e arrivata in tutta Italia è stata quella del dottor Daniele Macchini, medico dell’Humanitas Gavezzeni, che su Facebook, in un lungo post, ha raccontato quello che sta vivendo, la paura, la sensazione di essere nel bel mezzo di una guerra. Ecco alcuni dei passaggi più significativi del suo post:

«Capisco la necessità di non creare panico, ma quando il messaggio della pericolosità di ciò che sta accadendo non arriva alle persone e sento ancora chi se ne frega delle raccomandazioni e gente che si raggruppa lamentandosi di non poter andare in palestra o poter fare tornei di calcetto rabbrividisco. Capisco anche il danno economico e sono anch’io preoccupato di quello. Dopo l’epidemia il dramma sarà ripartire. Però, a parte il fatto che stiamo letteralmente devastando anche dal punto di vista economico il nostro sistema sanitario nazionale, mi permetto di mettere più in alto l’importanza del danno sanitario che si rischia in tutto il Paese. […] La guerra è letteralmente esplosa e le battaglie sono ininterrotte giorno e notte. Uno dopo l’altro i poveri malcapitati si presentano in pronto soccorso. Hanno tutt’altro che le complicazioni di un’influenza. Piantiamola di dire che è una brutta influenza. […] Il Covid-19 causa una banale influenza in molte persone giovani, ma in tanti anziani (e non solo) una vera e propria Sars perché arriva direttamente negli alveoli dei polmoni e li infetta rendendoli incapaci di svolgere la loro funzione. L’insufficienza respiratoria che ne deriva è spesso grave e dopo pochi giorni di ricovero il semplice ossigeno che si può somministrare in un reparto può non bastare. […] Non esistono più chirurghi, urologi, ortopedici, siamo unicamente medici che diventano improvvisamente parte di un unico team per fronteggiare questo tsunami che ci ha travolto. I casi si moltiplicano, arriviamo a ritmi di 15-20 ricoveri al giorno tutti per lo stesso motivo. I risultati dei tamponi ora arrivano uno dopo l’altro: positivo, positivo, positivo. […] Noi non abbiamo alternativa. È il nostro lavoro. Anzi quello che faccio in questi giorni non è proprio il lavoro a cui sono abituato, ma lo faccio lo stesso e mi piacerà ugualmente finché risponderà agli stessi principi: cercare di far stare meglio e guarire alcuni malati, o anche solo alleviare le sofferenze e il dolore a chi non purtroppo non può guarire. Non siamo eroi in questi giorni. È il nostro mestiere».

Questa foto ritrae la fine della mia guardia di ieri, quando dopo 12 ore passate respirando in quella mascherina, mi…

Pubblicato da Federica Brena su Giovedì 5 marzo 2020

«La sanità rischia il collasso». Sempre per l’Humanitas lavora anche la dottoressa Federica Brena, medico oncologo. E anche lei ha affidato a Facebook il proprio messaggio, ben presto diventato virale, legandolo a una foto della sua «armatura»: una mascherina e la visiera protettiva.

«Sembra di essere in guerra. Io non l’ho mai vissuta, ma me l’immagino un po’ così, una guerra contro un nuovo e sconosciuto nemico. Ripenso ai ricoveri che si sono succeduti uno dopo l’altro, senza sosta, alle persone che non respirano e che strabuzzando gli occhi ti guardano imploranti buone notizie, ai pazienti che non possono comunicare con i cari perché in isolamento. […] Ripenso ai pazienti che ho visitato, alcuni dei quali non poi così anziani o fragili, eppure in un letto senza riuscire a respirare. […] Poi, detto sinceramente, ripenso anche alla paura. Alla paura di prendere quel virus e di portarlo alla mia famiglia. Alla paura che non ci mettano nelle condizioni di lavorare protetti. Alla paura di fare qualche cazzata, perché diciamolo, in fondo un’oncologa di malattie infettive ne capisce poco. Tutto questo per dire a chi ancora nega che la situazione sia grave, a chi, senza essere del mestiere, dice che è solo un’influenza, a chi non rispetta le limitazioni alla vita sociale, a chi si ritrova in gruppo, di smetterla. Gli ospedali sono ridotti a lazzaretti. La sanità rischia il collasso, tutte le attività in elezione sono drasticamente ridotte o sospese. Gli altri malati che fine faranno? […] Oltre agli anestesisti, medici di medicina interna e pneumologi, ci sono anche tutti gli altri, che hanno messo da parte la loro attività per improvvisarsi internisti ed aiutare i colleghi in difficoltà. In questo casino siamo tutti sulla stessa barca, una barca forse un po’ vacillante, ma che tenta di stare a galla, per il bene comune».

«Si cerca di salvare solo chi ce la può fare». E poi c’è il Papa Giovanni, struttura d’eccellenza riconosciuta come tale in tutto il mondo (tant’è che dagli Stati Uniti hanno chiamato l’ospedale bergamasco per sapere come affrontare il Coronavirus) che sta vivendo l’Inferno. Lì lavora il dottor Christian Salaroli, anestesista rianimatore, che in un’intervista al Corriere della Sera ha raccontato la sua esperienza, drammatica, dal “fronte” Coronavirus.

«Siccome purtroppo c’è sproporzione tra le risorse ospedaliere, i posti letto in terapia intensiva, e gli ammalati critici, non tutti vengono intubati. Se una persona tra gli 80 e i 95 anni ha una grave insufficienza respiratoria, verosimilmente non procedi. Se ha una insufficienza multi organica di più di tre organi vitali, significa che ha un tasso di mortalità del cento per cento. Ormai è andato. Mi dico che è come per la chirurgia di guerra. Si cerca di salvare la pelle solo a chi ce la può fare. Muoiono di Covid-19, perché nella sua forma critica la polmonite interstiziale incide su problemi respiratori pregressi e il malato non riesce più a sopportare questa situazione. Il decesso è causato dal virus, non da altro. […] State a casa. Vedo troppa gente per strada. La miglior risposta a questo virus è non andare in giro. Voi non immaginate cosa succede qui dentro».

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