Il progetto Crowd2Map

L’orrore della mutilazione femminile L’intelligente risposta della Tanzania

L’orrore della mutilazione femminile L’intelligente risposta della Tanzania
17 Gennaio 2018 ore 09:20

Secondo i dati Unicef sono più di 200 milioni le bambine e le donne che, in trenta Stati differenti, hanno subito mutilazioni genitali. A parte Yemen, Iraq e Indonesia, tutti gli altri Paesi interessati sono africani. In sette di questi (Egitto, Eritrea, Gibuti, Guinea, Mali, Sierra Leone, Somalia e nel Nord del Sudan) si tratta di una pratica applicata alla quasi totalità della popolazione, tanto che  tra il 98 e l’83 per cento delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito mutilazioni genitali (tra il 2004 e il 2015), con il picco più alto in Somalia (98 per cento). Anche in Burkina Faso, Etiopia, Gambia e Mauritania la diffusione è maggioritaria (tra il 69 e il 76 per cento delle donne sotto i cinquant’anni), mentre in Ciad, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Kenya e Liberia la FGC (female genital mutilation) riguarda tra il 30 e il 40 per cento della popolazione femminile.

 

 

Le ragioni. Pur avvenendo in Paesi dove la religione maggioritaria è quella musulmana, le mutilazioni genitali femminili non sono legate ad alcuna prescrizione religiosa: i motivi all’origine sono misteriosi e legati a pratiche antiche, di epoca pre-islamica. Il tipo di intervento varia, inoltre, a seconda del gruppo etnico di appartenenza: il 90 per cento comporta la rimozione di parti dell’apparato genitale femminile; negli altri casi si tratta di infibulazione, ovvero di restringimento dell’orifizio vaginale. Da più di quarant’anni le donne africane combattono per eliminare queste pratiche, che possono portare, oltre all’inevitabile dolore fisico, infertilità, infezioni e addirittura la morte. La FGC è però così radicata che per molti l’idea di abolirla è inconcepibile, soprattutto nelle comunità rurali più tradizionaliste, dove la si considera un rito di passaggio prima del matrimonio.

 

 

La lotta in Tanzania. La Tanzania è un Paese dove la mutilazione femminile riguarda circa 15 per cento delle donne tra i 15 e i 49 anni, senza distinzione di gruppi etnici e religiosi (nonostante sia legalmente vietata dal 1998 e punita con quindici anni di carcere). Una percentuale per fortuna bassa se comparata a quella di molti Paesi vicini, risultato raggiunto grazie ad una serie di azioni fatte per contrastare il fenomeno della FGC. La situazione, infatti, ha subito un netto miglioramento dalla fine del 2015, quando è nato Crowd2Map Tanzania, un progetto che, coinvolgendo più di 2071 volontari, ha portato alla mappatura di 649 villaggi, 348 scuole e 1240 scuole (dati di luglio 2017). Il sistema unisce una piattaforma di mappatura del Paese a una rete di case-rifugio: quando c’è il rischio che alcune bambine stiano per subire la mutilazione, squadre di volontari vengono allertate e si muovono per arrivare al villaggio dal quale è partita la segnalazione. Grazie alla mappatura si riescono ora a raggiungere molte zone prima inaccessibili perché prive di coordinate geografiche, i villaggi più remoti, dove, tra l’altro, maggiore è il rischio che queste pratiche siano ancora utilizzate.

 

 

Nell’ultimo anno grazie a Crowd2Map Tanzania sono state salvate 2257 ragazze, facendo scendere a 1076 i casi di mutilazione femminile in Tanzania (un netto calo rispetto ai 3700 del 2016). Secondo il Legal and Human Rights Centre (rapporto 2017) dal 2016 a oggi sono più di 4100 le bambine e le ragazze salvate dalla mutilazioni femminili nel distretto di Serengeti, nel Nord del paese, una delle zone dove la FGC è ancora largamente praticata ( nonostante gli sforzi fatti anche dal governo, che ha chiesto alle autorità nazionali di esercitare la propria influenza per contrastare la FGC). Se il desiderio dell’Onu di eliminare la pratica delle mutilazioni genitali femminili entro il 2030 sembra essere ancora un sogno, l’esperienza della Tanzania offre sicuramente spunti per combattere la battaglia.

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