Le norme e i numeri preoccupanti

La piaga dell’amianto in Italia Una ferita che è ancora aperta

La piaga dell’amianto in Italia Una ferita che è ancora aperta
11 Maggio 2015 ore 12:32

Il 28 aprile 2015 è stata la decima Giornata mondiale dedicata alle vittime dell’amianto. Un tema, quello delle morti causate da questa sostanza killer, che ciclicamente torna sulle pagine dei quotidiani, e che, nonostante i tanti appelli e le numerose iniziative, continua tristemente a far parlare di sé.

A Bologna, per fare un esempio, proprio nella giornata-ricordo di due settimane fa è stata realizzata una manifestazione commemorativa, in cui sono stati riportati alla memoria i 2.127 casi di mesotelioma maligno, malattia causata dall’esposizione all’amianto, che dal 1996 al 2014, nel solo capoluogo emiliano, ha determinato altrettante morti di lavoratori, rimasti a contatto, durante la loro vita professionale, con questo mortifero minerale. Allargando l’analisi, in tutta Italia, fra il 1993 e il 2008, i decessi sono stati ben 15.845, mentre in tutta Europa sono oltre 100mila nel solo primo decennio degli anni Duemila.

 

 

Una vera e propria piaga. L’Italia, peraltro, è uno dei territori in assoluto più a rischio, poiché nelle seconda metà del Novecento è stato il principale produttore di amianto d’Europa, fino al 1992, data in cui la produzione è stata resa illegale (ma non la vendita). Questa triste leadership economica del secolo scorso comporta oggi che nel nostro Paese ci siano 32 milioni di tonnellate di amianto diffuse fra centinaia di migliaia di edifici, tubature e manufatti vari. In particolare, il Nord Italia (e nello specifico la zona del Piemonte e dell’Emilia Romagna) è la porzione territoriale con maggior presenza di amianto, e in cui, di conseguenza, si verificano il maggior numero di morti.

Anche la bergamasca non ne è estranea: la media è di 23 decessi ogni milione di abitanti nella provincia orobica. Una vera e propria piaga, insomma, rispetto alla quale, nonostante gli interventi legislativi di inizio anni Novanta, sussiste ancora una marcata deregulation, oppure – dipende dal punto di vista – una triste noncuranza.

Le norme (non) applicate e i numeri. Nonostante la legge 257 del ‘92 prevedesse specifici Piani Regionali per l’Amianto da redigersi entro 180 giorni dalla sua pubblicazione, ad oggi Abruzzo, Calabria, Lazio, Molise, Puglia e Sardegna non li hanno ancora approvati. Intanto il censimento, fondamentale per calcolare le quantità da recuperare e realizzato solo in 10 Regioni (Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta), indica la miseria di 230mila strutture censite. L’altro strumento fondamentale previsto, la mappatura dell’amianto presente sul territorio, è stata conclusa solo da metà delle Regioni (Campania, Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta), mentre è in fase di ultimazione nelle province autonome di Bolzano e Trento.

 

 

Pochi gli interventi di bonifica realizzati ad oggi (27.020 edifici tra pubblici e privati), lenti quelli in corso (26.868), molti quelli ancora da iniziare, tanto che di questo passo si stimano non meno di 85 anni per completare le bonifiche. Uniche Regioni ad aver fornito dati puntuali sono l’Abruzzo (che ha portato a termine la bonifica di 3.172 edifici privati), Emilia Romagna (che ha bonificato 827 tra edifici pubblici, siti industriali, siti estrattivi e siti dismessi), Lombardia (che ha bonificato 22.075 tra edifici pubblici e privati e ha 26.573 siti in corso di bonifica), Puglia (670 siti bonificati), Sardegna (240 edifici pubblici), Umbria (200 edifici privati), Valle D’Aosta (111 edifici privati e 44 pubblici) e la Provincia di Bolzano (9 edifici pubblici e 298 privati).

Per quanto riguarda la rete impiantistica per lo smaltimento dell’amianto, le Regioni dotate di almeno un impianto specifico sono 11, per un totale di 24 impianti (5 in Sardegna, 4 in Piemonte e Toscana, 2 in Emilia, Lombardia e Basilicata, 1 in Abruzzo, Friuli, Liguria, Puglia e la provincia autonoma di Bolzano), con volumetrie residue insufficienti a garantire un corretto smaltimento dei materiali che ancora oggi finiscono, per il 75 percento, in discariche fuori dai nostri confini.

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