Il blitz, le violenze, le molotov

Alla scuola Diaz fu “tortura” Perché è stata condannata l’Italia

Alla scuola Diaz fu “tortura” Perché è stata condannata l’Italia
08 Aprile 2015 ore 15:47

Il 7 aprile 2015 la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per “tortura” in relazione all’irruzione della polizia nella scuola Diaz di Genova durante il G8 del luglio del 2001. La sentenza ha previsto un risarcimento di 45mila euro per danni morali per il ricorrente, il manifestante veneto Arnaldo Cestaro ed ha ripreso il nostro Paese anche per non essersi dotato di una legislazione adeguata a punire il reato di tortura.

I fatti della scuola Diaz. Il 21 luglio 2001 si è chiuso il G8 di Genova: erano stati giorni di manifestazioni e scontri violenti tra la polizia e i cosiddetti “black bloc”, in cui aveva perso la vita anche un ragazzo, Carlo Giuliani, e circa mille persone erano rimaste ferite. In quei giorni, la scuola Armando Diaz era stata scelta come centro di coordinamento del “Genoa Social Forum” (aggregazione di movimenti “no global”), ed era stata allestita per accogliere i manifestanti arrivati da fuori città. Poco prima della mezzanotte del 21 luglio 2001, scattò l’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola: la polizia andò a caccia dei black bloc che avevano messo a ferro e fuoco la città.

Le violenze. Dentro l’edificio c’erano gli attivisti, fra cui anche molti stranieri, che riposavano nei corridoi dento i sacchi a pelo. Il primo ad essere colpito fu Mark Covell, giornalista inglese: prima una manganellata sulla spalla, poi un calcio nel petto così violento da rompergli mezza dozzina di costole, poi diversi calci che gli fratturarono la mano sinistra e gli danneggiarono la spina dorsale, poi ancora un colpo alla testa con il manganello ed un calcio in bocca, finché non svenne ed entrò in coma. Dieci spagnoli accampati nell’atrio della scuola Diaz vennero svegliati a suon di manganellate e, come sostenuto nell’accusa del pubblico ministero Emilio Zucca, «nell’arco di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra vengono ridotti all’impotenza». Le forze armate andarono avanti così, fino all’ultimo piano dell’edificio: dalla ricostruzione delle vittime c’erano poliziotti in tutta la scuola che picchiavano e davano calci.

 

 

Un pestaggio da “macelleria messicana”. Il bilancio finale fu quello di 93 attivisti fermati, 61 dei quali trasportati in ospedale, 3 in prognosi riservata ed uno in coma. Chi non venne portato in ospedale, trascorse la notte nella caserma di Bolzaneto, subendo un trattamento disumano da parte della Polizia. Un pestaggio da “macelleria messicana”, lo definì qualche anno dopo Michelangelo Forunier, all’epoca vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma. Resta a tutt’oggi sconosciuto il numero esatto di agenti che presero parte all’operazione: durante il processo il questore Vincenzo Canterini ha parlato di circa 350 poliziotti, coadiuvati da poco meno di 150 carabinieri. Ad irrompere nella scuola furono i reparti mobili della Polizia, i carabinieri, invece, circondarono il perimetro dell’edificio e le zone limitrofe. Furono 125 i poliziotti che finirono sotto accusa.

Le molotov nella scuola. Al fine di giustificare tanta violenza durante il blitz, alcuni dei responsabili dei reparti mobili portarono all’intero della scuola Diaz delle molotov che in realtà erano state sequestrate nel corso della giornata precedente: il tentativo era quello di coprire il “pestaggio” facendo credere che all’interno dell’edificio era accampata la frangia più violenta dei manifestanti. Il processo contro dirigenti e agenti protagonisti dell’irruzione è terminato in Cassazione nel 2012 con 25 condanne. In tale occasione la Suprema Corte ha parlato di un «massacro ingiustificabile, una pura esplosione di violenza».

 

 

Il ricorso. All’origine della sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo c’è il ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, attivista che si trovava all’interno della scuola al momento dell’irruzione delle forze dell’ordine. L’uomo, che all’epoca dei fatti aveva 62 anni, quella notte fu brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine tanto da dover subire diverse operazioni e da aver riportato danni permanenti (debolezza persistente del braccio e della gamba destra). «Le persone colpevoli di quanto ho subito sarebbero dovute essere punite adeguatamente – ha affermato Cestaro – ma questo non è mai accaduto perché le leggi italiane non prevedono il reato di tortura o reati altrettanti gravi». Difatti, i responsabili delle violenze nei suoi confronti non sono stati sanzionati in maniera adeguata, in particolare per la sopraggiunta prescrizione di alcuni reati (lesioni semplici e aggravate), per le riduzioni di pena di cui alcuni imputati hanno beneficiato e per l’assenza di sanzioni disciplinari verso gli agenti e i dirigenti coinvolti.

La decisione. I giudici della Corte di Strasburgo hanno dato pienamente ragione ad Arnaldo Cestaro, dichiarando all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Il comportamento tenuto dalle forze dell’ordine durante l’irruzione alla scuola Diaz, dunque è da qualificare come “tortura”. Si è trattato, infatti, di una vera e propria «rappresaglia per provocare l’umiliazione e la sofferenza fisica e morale delle vittime». Cestaro è stato aggredito dagli agenti «senza che vi fosse un nesso di causalità tra la sua condotta e l’uso della forza da parte della polizia al momento dell’intervento». I trattamenti che ha subito, inoltre, «sono stati inflitti in modo completamente gratuito e non erano proporzionati al raggiungimento dell’obiettivo, quello della perquisizione».

 

 

L’inadeguatezza delle leggi italiane. Nella sentenza la Corte è andata oltre, affermando che «tenuto conto della gravità dei fatti avvenuti alla Diaz» la risposta delle autorità italiane è stata «inadeguata». Ciò, innanzitutto perché i responsabili materiali delle percosse subite dall’uomo non sono mai stati identificati, anche perché «la polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura». Inoltre, perché alla fine del procedimento penale nessuno è stato condannato per quanto è accaduto a Cestaro e alla Diaz: i reati ascritti (lesioni semplici e aggravate), infatti, sono caduti in prescrizione. I giudici di Strasbugo, inoltre, hanno evidenziato che, se i responsabili non sono mai stati puniti, è soprattutto a causa dell’inadeguatezza delle leggi italiane che non prevedono il reato di tortura ed hanno invitato il nostro Paese a «dotarsi di strumenti giuridici in grado di punire adeguatamente i responsabili di atti di tortura o altri maltrattamenti impedendo loro di beneficiare di misure in contraddizione con la giurisprudenza della Corte stessa». In realtà, in Italia esiste già una proposta di legge per introdurre il reato di tortura nel nostro codice penale. La proposta, però, è all’esame del Parlamento da quasi due anni: è stata approvata dal Senato poco più di un anno fa, ora è in seconda lettura alla Camera e dovrà tornare di nuovo al Senato.

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