Cronaca
Il 17 si pronuncia la Corte d'assise

Processo Bossetti, la prima udienza

Processo Bossetti, la prima udienza
Cronaca 04 Luglio 2015 ore 08:45

La prima cosa che colpisce, vedendolo entrare nel gabbiotto, è l'abbronzatura. Nemmeno il carcere gli ha fatto passare la passione per la tintarella. In due ore di dispute squisitamente giuridiche, Massimo Bossetti cerca di restare concentrato, senza guardare pubblico e giornalisti. Alla fine dell'udienza dirà di essere più sereno, di aver fiducia nella giustizia. «Per lui l'inizio del processo è stata una liberazione – spiega ai cronisti il suo avvocato Claudio Salvagni –, ma ha vissuto momenti di profonda prostrazione». La difesa ha avanzato cinque eccezioni procedurali, relative soprattutto all'ammissibilità del prelievo e dell'esame del dna, perno attorno a cui ruoterà l'intero processo.

Il 17 luglio la Corte d'Assise dirà se le ha accolte o meno. «Se saranno respinte chiederemo una super perizia» anticipa Salvagni. Tra due settimane la Corte dovrà anche decidere se ammettere o no telecamere e fotografi. La difesa di Bossetti, in segno di rispetto, si è rimessa alla volontà della famiglia di Yara. Assolutamente contraria, come la pm Letizia Ruggeri, alle riprese. Dunque gli obiettivi, salvo colpi di scena, resteranno fuori dal tribunale. Le tv sono le prime condannate del processo: «Questa è una tragedia – ha sentenziato la pm Ruggeri – di fronte alla quale molti media non hanno tenuto un comportamento corretto. La loro presenza in aula potrebbe pregiudicare la serenità del dibattimento». Andrea Pezzotta, legale dei Gambirasio insieme a Enrico Pelillo, concorda: «La famiglia ha rischiato di essere travolta, il bombardamento di immagini potrebbe compromettere di nuovo il suo equilibrio. C'è un crescente sconcerto per l'attenzione mediatica eccessiva. Questo è un processo normale, è nostro dovere non alimentare il circo mediatico». E alla fine anche Salvagni censurerà gli “abusi” di alcune trasmissioni, che hanno mandato in onda Bossetti in manette, oltre che i suoi colloqui in carcere. Tutti concordi, insomma. Si è andati già oltre e non è il caso di continuare. Ne va di mezzo l'interesse del pubblico a capire perché sia stata ammazzata una ragazzina di 13 anni, ma tant'è.

 

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Polo blu. Massimo Bossetti compare in aula alle 9.28: polo blu e gel tra i capelli, resta in piedi un paio di minuti fissando i giudici che dovranno decidere se ha ucciso lui Yara Gambirasio, poi si siede e si concentra sugli interventi dei suoi avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. La pm Letizia Ruggeri entra in aula scortata dal procuratore capo Francesco Dettori, che assisterà silente alle due ore di udienza. I giornalisti si assiepano in fondo, dietro una quarantina di spettatori che si erano messi in coda di primo mattino pur di assicurarsi il posto.

Si comincia con le eccezioni di nullità: una riguarda il decreto di rinvio a giudizio. Troppo generico, secondo Camporini, per di più cita Brembate Sopra e Chignolo come luoghi in cui si è verificato l'omicidio. «Non si può essere uccisi in due posti diversi». Risposta della Ruggeri: «Il delitto può essere iniziato a Brembate e finito a Chignolo». Secondo rilievo: irregolare la modalità di prelievo della saliva di Bossetti, con quel finto alcoltest. In quel momento era già sospettato, sottolinea Camporini, dunque andava iscritto nel registro degli indagati e come tale avrebbe avuto diritto alle garanzie del caso. «Prelevare reperti all'insaputa dei sospettati è procedura normale, in questi anni di indagine lo abbiamo fatto anche per altri soggetti» rivela la Ruggeri. E in ogni caso «se volete il test lo possiamo rifare quando volete».

 

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«Parti non avvisate». La terza eccezione è la più complessa e si concentra sull'autopsia della vittima, con il conseguente prelievo del dna di “Ignoto 1”. Salvagni, in estrema sintesi, sostiene: essendo atto irripetibile, andavano avvisate le parti. «Infatti abbiamo informato la famiglia Gambirasio» è la replica. Ma non Fikri, dice Salvagni: il marocchino all'epoca era l'unico indagato. Un'irregolarità sanata dal fatto che Fikri non l'ha fatta valere, perché ormai era uscito di scena. Ma, secondo Salvagni, la sanatoria non si estende anche ad altri eventuali indagati, visto che si parla dello stesso reato e che i fascicoli andavano riuniti. Bossetti all'epoca manco si sapeva esistesse, fanno però notare pm e parte civile, quindi era impossibile avvisarlo. Formalismi inutili? Non secondo la difesa: «È una questione di rispetto delle regole del codice, a tutela degli indagati, che non sono interpretabili».

Altre questioni messe sul tavolo da Camporini & Salvagni una serie di atti da escludere, tra cui alcune fatture e la relazione sul dna del colonnello Lago. Ma ci sarebbe, dicono, anche la mancata richiesta di proroga delle indagini prima che entrasse in scena Bossetti. La Ruggeri chiede di respingere tutto, la parte civile si accoda. La pm garantisce anche che tutte le proroghe sono state fatte: alla fine dell'udienza va in ufficio, prende i documenti che lo dimostrano e li riporta alla Corte. Su una cosa, poi, è categorica: «Il nome del povero Fikri è stato tirato in ballo da un tragico errore di traduzione. Le sue vicende sono del tutto irrilevanti». Non così per Salvagni e Camporini, che lo hanno inserito nella lista dei testimoni. Ce ne sono 711, bisognerà decidere se ammetterli tutti.

Procedure complesse e lunghe, che inevitabilmente faranno slittare le questioni di merito. Il processo entrerà nel vivo solo a settembre, non prima.

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