Era tornato a casa per Natale

Gli spari contro Alfredo Pacheco E gli altri calciatori finiti male

Gli spari contro Alfredo Pacheco E gli altri calciatori finiti male
28 Dicembre 2015 ore 11:35

L’ora della violenza si è consumata davanti a una pompa di benzina, a Santa Ana, El Salvador. Alfredo Pacheco era tornato a casa per Natale. I regali, la famiglia, le luci sull’albero. Le cose che fanno tutti, insomma. A un certo punto si sono avvicinati, hanno tirato fuori le pistole e hanno fatto fuoco. Così, senza tirare il fiato. I colpi non li hanno ancora contati, qualcuno dice tre, qualcuno diciotto, ma la cosa certa è che raffica è arrivata in un attimo e Alfredo è andato giù. Altre due persone sono rimaste coinvolte nella sparatoria, ma era Pacheco l’obiettivo, e l’hanno fatto fuori. Storie di calcio violento. Di vendette. Storie di proiettili. L’ultima si è consumata a El Salvador. Alfredo Pacheco l’avevano sospeso nel 2013 per una brutta storie di partite truccate. Sospensione a vita, avevano detto. Allora Alfredo era partito per gli Stati Uniti e si era messo a giocare tra gli amatori. Lui, che nel 2002 aveva vinto la medaglia d’oro ai Giochi centroamericani.

Arnold Peralta, un mese fa. Quella di Pacheco è però soltanto l’ultima scia di sangue che sono abituati a vedere da quelle parti. A inizio dicembre, in Honduras, era stato fatto fuori un altro calciatore, Arnold Peralta, uno aveva giocato anche nei Glasgow Rangers. Era in auto. Stava aspettando qualcuno davanti a un centro commerciale vicino a La Ceiba. A un certo punto sono saltati fuori degli uomini con le pistole e hanno iniziato a fare fuoco, undici colpi al volto. Gli inquirenti indagano mantenendo la massima riservatezza, ma il quotidiano La Prensa ha ipotizzato un possibile legame con un’altra tragedia che ha sconvolto la famiglia sei mesi fa: l’assassinio di Byron, cugino 28enne di Arnold, ucciso l’1 giugno da tre uomini incappucciati che, dopo aver fatto irruzione in casa, lo hanno crivellato di colpi senza dargli il tempo di alzarsi dal divano su cui era seduto.

 

Arnold_Peralta

 

Magomedov, Nieto, Escobar… A gennaio di un anno fa, in Russia, Gasan Magomedov, calciatore dell’Anzhi Makhachkala, è stato ucciso a colpi di mitragliatrice. Era a bordo di un’auto vicino alla sua abitazione in un villaggio del nord del Caucaso, quando è stato raggiunto da una raffica di proiettili sparati da un’arma automatica. Vendetta, o chissà che altro. I responsabili non sono stati beccati. Ma la lista è sterminata. Franco Nieto, argentino, trentatré anni, è morto dopo quattro giorni d’ospedale per colpo di un’aggressione da parte di alcuni tifosi avversari durante una partita del campionato regionale. Raccontano che i barrabravas, gli ultra argentini, siano responsabili di quasi 250 morti negli ultimi dieci anni (15 nel 2014). La morte più celebre resta però quella di Andres Escobar. Succede nel 1994, ai Mondiali, Escobar segna un autogol durante la sfida tra Colombia e Usa. All’uscita di un ristorante lo uccidono con dodici colpi di pistola. Quella volta, forse, c’entrava pure la droga.

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