Cronaca
Un Paese che si fa i fatti suoi

La strana politica estera del Bhutan che non vuole relazioni con gli Usa

La strana politica estera del Bhutan che non vuole relazioni con gli Usa
Cronaca 20 Luglio 2015 ore 09:50

Mercoledì 24 giugno, Stati Uniti e Cuba hanno preso una decisione storica: la riapertura dell’ambasciata americana a L’Avana e di quella cubana a Washington, evento che accade esattamente oggi, lunedì 20 luglio. Una svolta incredibile, culmine del processo di riavvicinamento di questi due Paesi che negli ultimi 50 anni hanno dato vita ad un conflitto diplomatico come pochi se ne ricordano. Cuba dunque esce dalla lista nera dei rapporti internazionali statunitensi, lasciandosi alle spalle solo tre inguaribili rivali del popolo a stelle e strisce. Due sono facilmente intuibili: anzitutto l’Iran, che dall’ascesa di Komeini negli anni Ottanta, con tutto ciò che ne è conseguito, si è giocato l’amicizia di Washington (anche se, chissà, gli ultimi sviluppi legati all’accordo sul nucleare con il Paese mediorientale potrebbero riaprire qualche spiraglio). Il secondo, invece, è la Corea del Nord, da sempre rivale, e viceversa, rispetto agli Stati Uniti (visto il regime comunista vigente), e con la situazione che è definitivamente precipitata a partire dal 2011, con l’ascesa al potere del dittatore  Kim Jong Un. E il terzo? Cina? Russia? Macché: è vero che sono Paesi non proprio amici dell’America, ma trattasi di potenze troppo grandi perché nemmeno ci sia dialogo con Washington. E meno male. Il numero tre, invece, è nientemeno (anzi, niente più) che il Bhutan. Che non è un insulto o un tipico piatto veneto, ma un piccolo staterello incastonato fra la Cina e l’India.

 

 

Due parole sul Bhutan. Stiamo parlando di una piccola (le dimensioni sono all’incirca quelle della Svizzera) monarchia, guidata da un re chiamato “Drago”, che si trova in mezzo a due colossi come Cina e India, abbarbicata sulle montagne dell’Himalaya. La storia del Bhutan è antica, la sua fondazione risale all’incirca al Seicento, ma è difficile trovare nei manuali di storia un benché minimo riferimento a questo piccolo Paese, e questo semplicemente per un motivo: il Bhutan si è sempre fatto bellamente i fatti propri. Non ha mai partecipato a guerre, giacché ha optato per uno status di neutralità simile a quello elvetico, e la sua economia non è certo abbastanza dirompente da solleticare gli appetiti del resto del mondo. Nel 1971, e forse solo allora, il mondo si è accorto della sua esistenza, essendo entrato a far parte delle Nazioni Unite. Non che ai bhutanesi interessasse particolarmente: tuttora, giusto per far capire quanto interessi loro del mondo al di fuori dei propri confini, soltanto Bangladesh e India dispongono di un’ambasciata presso la capitale, Thiumphu. Addirittura, fino al 2007 il Bhutan non si occupava nemmeno della propria politica estera, delegano quest’onere all’India, con grande fiducia nei confronti di Nuova Delhi. La quale ha assolto il suo compito con grande dignità, tanto praticamente da nascondere il Bhutan agli occhi del resto del mondo.

 

 

Le mire di espansioni cinesi. Ma come tutti i territori circostanti la Cina, anche il Bhutan ha avuto il suo bel da fare per tenere a bada le mire espansionistiche di Pechino: i cinesi, infatti, è diverso tempo che tentano di rivendicare circa il 10 percento del territorio bhutanese, sognando di far diventare Thiumphu un proprio satellite, in stile Hong Kong. Ma provate a dire al Re Drago e al Paese meno interessato alle sorti del mondo che devono sottostare ai voleri di qualcun altro: la risposta sarebbe senz’altro, ed è tuttora, una fragorosa porta in faccia. Anche da un punto di vista economico la tendenza è quella a rimanere chiusi nel proprio orto: recentemente, infatti, il Bhutan ha rifiutato l’invito a far parte dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), la banca voluta dalla Cina per competere con la Banca mondiale e allargare la propria influenza nel continente asiatico.

 

 

I rapporti con gli Usa. Se il Bhutan non intende nemmeno fare gli onori di casa a un Paese confinante, cosa potrà mai interessargli di uno Stato che sta praticamente dall’altro parte del mondo? Nulla, naturalmente. Ed è proprio quello che accade con gli Stati Uniti. Sono in molti gli analisti americani a ritenere che sarebbe molto importante avviare un discorso diplomatico con il Bhutan: un Paese asiatico che, seppure piccolo, ha ampiamente dimostrato di essere in grado di non farsi mettere i piedi in testa da un colosso come la Cina, potrebbe essere un interessante alleato per Washington. Il Segretario di Stato John Kerry, così come i suoi predecessori, ha fatto anch’egli un tentativo di avvicinamento al Bhutan, l’ultimo dei quali lo scorso gennaio, quando si è recato personalmente a Thiumphu per incontrare il Primo Ministro (ah sì, perché in Bhutan vige una democrazia di stampo assolutamente occidentale) e tentare un approccio che potesse aprire ad un futuro di legami diplomatici. Ma niente da fare, la cortesia non è certamente mancata, ma di un’ambasciata americana in suolo bhutanese non se ne parla proprio. Siamo dunque di fronte ad clamoroso caso in contro corrente: solitamente, tutti i Paesi del mondo sognano rapporti stretti e il più possibile distesi con gli Stati Uniti, per ovvie e comprensibili ragioni. Ma non il Bhutan, che di solidarizzare con Washington proprio non gli interessa nulla. Immaginate il proverbiale orgoglio statunitense come possa sentirsi sfregiato dal continuo ed irremovibile rifiuto a relazioni diplomatiche da parte di un Paese che, davvero, è già un’impresa sapere che esista.

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