La giornata contro la violenza sulle donne

La terribile storia di Karla Jacinto violentata più di 43mila volte

La terribile storia di Karla Jacinto violentata più di 43mila volte
26 Novembre 2015 ore 09:00

In Messico la schiavitù sessuale è una piaga orrenda, tanto quanto lo è il traffico di droga. Ed è altrettanto lucrativa, purtroppo. Ogni anno 20mila persone, per lo più minori, cadono nella rete dei trafficanti di esseri umani. A Karla Jacinto, oggi ventitreenne, è successo quando aveva dodici anni. La giovane donna ha avuto la sfortuna di nascere in una famiglia incapace di darle affetto e protezione. A cinque anni è stata abusata da un parente e per tutto il tempo trascorso nella casa natale non è mai stata accudita dalla madre. Era una vittima assai facile per i trafficanti.

L’incontro con l’inferno a 12 anni. Un giorno di undici anni fa, Karla stava vagando senza meta presso una stazione della metropolitana di Città del Messico. A un certo punto è stata fermata da un bambino, più piccolo di lei, il quale le ha detto che un signore era interessato a incontrarla. Poco dopo è comparso al suo fianco un uomo, di dieci anni più anziano, il quale si è presentato come un rivenditore di auto usate. Hanno cominciato a parlare piacevolmente e lo sconosciuto le ha confidato di essere stato a sua volta vittima di abuso, da bambino. «Era affettuoso, molto gentile», ricorda oggi Karla. L’uomo ha conquistato facilmente la fiducia della dodicenne, disperatamente bisognosa di attenzione, e ha ottenuto il suo numero di cellulare. Una settimana dopo, l’ha chiamata: «Quando ho ricevuto la telefonata, ero elettrizzata», racconta Karla alla CNN. Il finto venditore d’auto l’ha invitata a fare una gita fuori porta, nella vicina cittadina di Puebla. Quando è apparso a bordo di una Firebird Trans Am, Karla non poteva credere a suoi occhi: «Ero molto impressionata da una macchina così grande. Era emozionante per me. Mi ha chiesto di entrare in auto per fare un giro».

 

 

La fuga e la schiavitù. Dopo essersi accomiatata dall’uomo, Karla ha trovato la porta di casa sua chiusa a chiave. La madre si rifiutava di farla entrare, perché era tornata un poco più tardi del solito. La ragazzina non ci ha pensato due volte e il giorno seguente ha accettato di scappare con lo sconosciuto incontrato qualche giorno prima. L’uomo l’ha portata a Tenancingo, la capitale della prostituzione messicana. Allora, però, Karla non lo sapeva. Credeva di avere incontrato qualcuno che fosse disposto a prendersi cura di lei. Per tre mesi, tutto è andato bene: «Mi trattava molto bene. Mi mostrava affetto, mi comprava abiti, mi dava attenzione, mi comprava scarpe, fiori, cioccolatini, tutto era bellissimo». Ogni tanto, però, il “principe azzurro” spariva per una settimana. Al suo posto comparivano i suoi cugini, accompagnati da donne sempre diverse. Karla ha chiesto cosa facessero per mantenersi e l’uomo le ha replicato: «Fanno i papponi». Poco tempo dopo, le ha detto che avrebbe dovuto fare la prostituta.

Stuprata 43.200 volte. Karla è stata portata a Guadalajara, altro centro noto per la schiavitù sessuale. Per quattro anni, dal 2004 al 2008, la bambina si è prostituita sui marciapiedi, nei bordelli e persino in case private. Lavorava fino a mezzanotte e ogni giorno incontrava una media di trenta uomini. «Do the math», racconta oggi, «Fate i calcoli. Trenta uomini al giorno, sette giorni su sette. Sono stata violentata 43.200 volte». Pensare a una violenza così orrenda, così prolungata, è insostenibile. Vivere un’esperienza simile è qualcosa che deve essere molto simile all’inferno. Oltre a ciò che doveva subire da parte dei clienti («Ridevano di me perché piangevo, dovevo tenere gli occhi chiusi per non vedere quello che mi veniva fatto», ricorda con dolore Karla), la ragazza era picchiata anche dal suo protettore. Le dava calci, pugni, le strappava i capelli, la bruciava col ferro da stiro. Temeva che si potesse innamorare di un cliente e che scappasse. A quindici anni Karla ha scoperto di essere rimasta incita proprio del suo aguzzino. La bambina a cui ha dato la luce le è stata tolta dopo solo un mese dalla nascita ed è stata usata come arma di ricatto per tenerla legata alla sua catena. «Mi diceva che l’avrebbe uccisa, se non fossi rimasta». Karla ha potuto rivedere la figlia solo un anno dopo.

 

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A salvarla non è stata la polizia. Una volta, mentre stava lavorando in un bordello, c’è stata un’irruzione da parte della polizia. Karla era piena di gioia, credeva che finalmente sarebbe stata liberata. Ma i poliziotti, dopo avere arrestato gli sfruttatori e chiuso il locale, hanno a loro volta violentato le ragazze. «Ho pensato che fossero disgustosi. Sapevano che eravamo delle minori, non eravamo nemmeno sviluppate. Avevamo volti tristi. C’erano bambine di dieci anni. Piangevano. Hanno detto ai poliziotti che erano minori, ma nessuno ha prestato attenzione». A quel tempo, Karla aveva tredici anni. La salvezza, per lei, non è arrivata grazie all’intervento della giustizia. È stato un cliente abituale a portarla via dalla strada. L’unico uomo abbastanza umano da provare un po’ di pietà ha condotto la ragazzina, che nel 2008 aveva da poco compiuto diciassette anni, in un rifugio per donne sfruttate, il Road to Home. È stato il primo passo verso la liberazione.

«Toglietevi i paraocchi». Oggi Karla denuncia ciò che ha subito e si batte per fare conoscere al mondo quello che accade nel suo Paese. Nel luglio di quest’anno ha incontrato papa Francesco e, alcuni giorni fa, ha parlato ai microfoni della CNN. Karla Jacinto ha un passato molto pesante alle spalle, ma ha deciso di far valere la sua libertà diventando la portavoce di migliaia di bambine e giovani donne che sono ancora dentro l’incubo da cui lei è uscita. «Queste minori vengono sedotte e attirate lontano dalle loro famiglie. Voi non state ascoltando soltanto me. Dovete sapere quello che mi è accaduto e togliervi i paraocchi dagli occhi. Non agire mette a rischio innumerevoli ragazze, sfruttate per anni e violentate decine di migliaia di volte».

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