Ordinari paradossi

La vita in stand-by di Mara, in isolamento a casa da aprile in attesa di un tampone

Come tanti altri cittadini, la donna ha passato settimane in attesa delle analisi, con il rischio di perdere pure il posto di lavoro

La vita in stand-by di Mara, in isolamento a casa da aprile in attesa di un tampone
Ponte San Pietro e Isola, 30 Maggio 2020 ore 09:05

di Andrea Rossetti

È stato detto e scritto spesso, in questi mesi: dietro quei numeri ci sono storie di uomini e donne che hanno sofferto. Che, purtroppo, a volte non ce l’hanno fatta. Ma c’è anche chi, in quella rassegna quotidiana di numeri che ancora oggi continua, non è riuscito a entrarci. Persone che non hanno avuto nemmeno la possibilità di essere trasformate in un dato, freddo e asettico, ma utile per leggere la realtà. Mara Cazzani è una di queste.

45 anni, residente a Ponte San Pietro, Mara parla al telefono mentre la sua voce sorride: «Finalmente mi hanno chiamata. Giovedì 28 maggio farò il tampone». Ora Mara è in attesa del risultato. È nervosa, ma si è ormai abituata a questa situazione di sospensione. Dall’inizio di aprile, infatti, la sua vita è in stand-by: quella professionale ovviamente, ma anche quella familiare. Isolata in una stanza, nella speranza di non contagiare il suo compagno e le sue due figlie, di 12 e 14 anni. Ore passate a pensare, ad attendere una telefonata e a telefonare, senza mai ottenere una risposta.

Mara di lavoro fa la domestica presso una persona anziana e non autosufficiente che vive a Dalmine. «A fine marzo ho iniziato ad avere il raffreddore – racconta -, ma per qualche giorno non mi sono preoccupata. Il virus era già in giro, è vero, ma prendevo tutte le precauzioni del caso e stavo comunque bene. Poi, però, è comparsa una fastidiosa febbriciattola e, soprattutto, ho perso completamente gusto e olfatto. E allora sì che mi sono preoccupata».

Mara ha quindi chiamato la sua dottoressa. Le ha raccontato come stava, i sintomi. Il verdetto era quasi scontato: Covid. E, dunque, isolamento. «Mi sono subito preoccupata anche per la persona che seguo. Ho telefonato al suo dottore, per avvisarlo, e anche lui mi ha detto di stare a casa. Fortunatamente, il mio datore di lavoro non l’ho infettato». La dottoressa le ha dato due settimane di malattia, scattate l’1 aprile. Mara in quel periodo è migliorata molto, i sintomi erano praticamente spariti. Ma proprio quando stava per tornare a lavoro, ecco che è arrivata l’indicazione che i quattordici giorni di quarantena sarebbe stato meglio raddoppiarli. «La dottoressa mi ha quindi dato altre due settimane di malattia e mi ha detto che avrebbe chiamato l’Ats per mettermi in lista e farmi fare il tampone».

È a questo punto che è iniziata l’Odissea di Mara, simile purtroppo a quella di molti altri bergamaschi. Un’Odissea, però, senza viaggi, vissuta in un ferreo isolamento nell’attesa di sapere se veramente aveva contratto il Covid, se fosse guarita, se rischiasse ancora di contagiare qualcuno. «Ho iniziato a telefonare all’Ats per avere notizie, per sapere qualcosa. La prima volta mi ha risposto un operatore, gentile. Mi ha detto che purtroppo lui non poteva, per questioni di privacy, consultare i miei dati e dirmi quindi quando mi avrebbero potuto fare il tampone. Gli ho lasciato il numero e mi ha detto che entro la serata, o al più tardi la mattina dopo, sarei stata contattata da qualcuno». Ma non è successo. «Ho cominciato a telefonare spessissimo. Può sembrare un’esagerazione, ma non lo è: da metà aprile a metà maggio avrò fatto almeno cento telefonate all’Ats e mai che abbiano saputo darmi qualche informazione. Ogni volta o non c’era la persona giusta o mancava qualche documento o cose così. Un intreccio burocratico assurdo, snervante».

Intanto i giorni di malattia sono scaduti e Mara, chiusa nella sua stanza, è dovuta ricorrere ai giorni di ferie. «Il problema è che il mio datore di lavoro è una persona anziana e non autosufficiente, ha bisogno di me. Mi dispiaceva non poterlo aiutare, ma soprattutto ho temuto che potesse stancarsi di attendermi e licenziarmi per trovare qualcun altro. Fortunatamente, i volontari di Dalmine e i suoi vicini di casa lo hanno aiutato con i pasti, con le necessità primarie. Devo ringraziarli tantissimo, davvero. Sono stati fantastici. E lui, per fortuna, ha deciso di aspettarmi».

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