Dopo il giudizio di Bruxelles

L’abolizione di Tasi e Imu, sì o no?

L’abolizione di Tasi e Imu, sì o no?
19 Novembre 2015 ore 14:20

L’abolizione delle tasse sulla prima casa è uno degli argomenti più dibattuti dell’ultima legge di stabilità redatta dal Governo. Una diatriba che non coinvolge solo le voci interne del Paese, ma anche, e soprattutto, quelle di Bruxelles, al cui vaglio la manovra finanziaria è arrivata nelle ultime settimane. Il giudizio della Commissione europea è infine arrivato: non una bocciatura, ma nemmeno una piena promozione; se ne riparlerà in primavera. Il motivo di questa sospensione di giudizio sta nel fatto che l’Ue intende avere prima chiarezza circa gli effetti che le riforme del Governo Renzi avranno sull’economia italiana, in termini di occupazione e crescita economica. Riforma sì apprezzata, dunque, ma dagli effetti ancora da decifrare appieno. Nel momento in cui emergerà qualche indicazione in più, allora la Commissione riterrà di potersi esprimere con definitività circa manovra. Nel frattempo, però, l’Ue ha avuto già modo di manifestare il proprio dissenso circa la scelta dell’Italia di approntare, per il 2016, la maggior parte degli sgravi fiscali sulla casa, abolendo Tasi e Imu, invece che sull’impresa. Un’esternazione, quella di Bruxelles, che ha rinvigorito ulteriormente il dibattito: ha senso dare la priorità agli sgravi fiscali sulla casa piuttosto che su altro?

 

 

Chi risponde “no”. Nella falange degli oppositori alla scelta del Governo, ardono in particolare due grandi perplessità: mancato gettito fiscale per gli enti locali, ed eccessivo disinteresse per le imprese. Rispetto al primo punto, il Governo si è impegnato a compensare i mancati introiti dei Comuni (in parte, non nel totale), grazie all’istituzione di un apposito fondo che distribuirà un totale di 3,7 miliardi di euro agli enti locali, sulla base della capacità fiscale dei singoli territori. In questo modo, dunque, la perdita sarà doppia: i mancati introiti fiscali di Tasi e Imu, e i soldi da versare nella casse comunali per compensare. Connessa a questo tema, viene segnalata anche la diminuita autonomia fiscale dei Comuni. La redistribuzione del fondo citato, infatti, si baserà sulle capacità tributarie degli anni passati: se il tal ente locale aveva un determinato gettito prima dell’abolizione di Tasi e Imu, gli verranno assegnati tanti soldi quanti sono quelli persi. La spartizione, dunque, non sarà egualitaria. Un Comune che manteneva aliquote basse sulla casa, dunque, sarà penalizzato dalla redistribuzione. Cosa che, fisiologicamente, porterebbe gli enti locali a ritoccare verso l’alto le aliquote di altri cespiti locali, per compensare i mancati introiti; manovra però che il Governo ha categoricamente vietato, onde evitare di perdere l’effetto degli sgravi fiscali sui proprietari delle case. Molti Comuni, dunque, si ritroveranno con notevoli risorse in meno.

 

 

Sul secondo punto, a proposito della mancata priorità data alle imprese, che è peraltro quello su cui Bruxelles ha bacchettato l’Italia con maggior vigore, la questione è piuttosto semplice: per dare una forte accelerata all’economia, sarebbe ben più fruttuoso operare sgravi fiscali sulle aziende e sui loro fattori produttivi piuttosto che sui privati proprietari di case. L’Italia aveva già di suo, prima di questa manovra, un livello di tassazione sulla casa in assoluta media con gli altri Paesi europei, anzi, decisamente inferiore rispetto a Paesi come Francia e Regno Unito, ma anche Usa e Canada, in cui è quasi del doppio. Che senso ha, dunque, intervenire su questo tipo di tributi quando ce ne sono altri, relativi all’impresa, i cui livelli sono decisamente più elevati?

Chi invece dice “sì”. Fra coloro che invece guardano con favore alla scelta operata dal Governo, viene sottolineato anzitutto il fatto che il piano proposto da Renzi sull’abbattimento delle tasse si articola sul triennio 2016-2018: il Governo ha certamente in programma di occuparsi anche dalla tassazione sulle imprese, ma a partire dal 2017. Il motivo è semplice: sgravare sulla casa è una manovra da 5 miliardi, sulle imprese da 15. In un momento in cui l’Italia è sì finalmente in ripresa, ma ancora a livelli decimali, è stato ritenuto più saggio cominciare, per il 2016, da tagli meno violenti per le casse statali. Aspetto che, peraltro, renderà per il prossimo anno la spesa pubblica meno onerosa di quanto non lo sarebbe se si fosse intervenuto subito sulle imprese, facendo felice la stessa Ue, che già si era lamentata dell’eccessivo esborso statale.

 

 

In secondo luogo, lasciare qualche euro in più in tasca direttamente ai privati già a partire dal breve periodo si spera possa essere una molla per un corposo rilancio dei consumi, alla stregua delle intenzioni sottostanti alla manovra dei famosi 80 euro. Considerando che in Europa solo Norvegia, Ungheria e Romania presentano tassi di proprietà immobiliare superiori all’Italia, si ritiene che l’incisività dell’abolizione delle tasse sulla casa possa, da noi, sortire effetti ben superiori rispetto che ad altri Paesi europei.

Infine, per quanto riguarda i Comuni, non è una novità degli ultimi tempi che il Governo ritenga proprio gli enti locali come principale fonte di sperpero del denaro pubblico: arginarne le possibilità finanziarie amplissime di cui godevano fino ai tempi più recenti, al fine di creare dinamiche di spesa virtuose e di rendere palese quali siano quei comuni che peggio utilizzano le proprie risorse, è un preciso obiettivo che il Governo si è posto per poter poi intervenire, in maniera il più efficace possibile, sulla pubblica amministrazione, con una riforma non ancora realizzata ma che dovrà essere assolutamente prioritaria nel futuro immediato.

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