I confini della speranza

Le altre Lampedusa del mondo

Le altre Lampedusa del mondo
03 Luglio 2014 ore 17:54

Viaggio tra “le altre Lampedusa”, i numerosi luoghi di confine che diventano mete ambite per migliaia di immigrati clandestini. Luoghi che mischiano disperazione e speranza, viaggi avventurosi e accoglienze carenti, il dolore di chi ha dovuto lasciare casa o ha perso un caro, alla gioia di chi ce l’ha fatta e vede nell’Europa o negli Usa un futuro migliore.

CEUTA E MELILLA, SPAGNA E MAROCCO

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Immagini frequenti a Ceuta e Melilla, enclave spagnole sulla costa mediterranea del Marocco: le città sono separate dal Paese nord-africano da una linea di 3 reti parallele, altre fino a sei metri: l’assalto dei muri è costante, si arrampicano di notte, lottando contro filo spinato, cavi elettrizzati e guardie di confine. Gli extracomunitari sperano di passare in Spagna e chiedere asilo politico. Un mese fa ci hanno tentato, nel corso della stessa notte, più di 1000 persone: somali ed eritrei in prevalenza, ma anche qualche siriano. Quasi la metà ce l’ha fatta, e ha trovato assistenza nel locale centro d’accoglienza: più di duemila persone stipate in un luogo per poco più di 500 persone. Tanti altri però sono stati bloccati dalla Guardia Civil spagnola, o ancor peggio dalle autorità marocchine, spesso colpevoli di violenze e pestaggi.

IL CONFINE TRA MESSICO E USA

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Sono più di seimila i messicani morti nel tentativo di passare negli Stati Uniti lungo il confine sud: i migranti attraversano il deserto dell’Arizona, intraprendendo rotte pericolose tra caldo e disidratazione. Lo scorso aprile alcuni vescovi statunitensi celebrarono una messa a Nogales, città di confine, per ricordare i tanti caduti lungo quella linea: «Il confine tra Usa e Messico è la nostra Lampedusa», disse in quell’occasione Sean O’Malley, cardinel di Boston. Dall’altra parte del muro, decine di mani protese per ricevere la comunione.

IL FIUME EVROS FRA GRECIA E TURCHIA

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A dividere Grecia e Turchia scorre il fiume Evros, corso d’acqua che dal 2012 è accompagnato per quasi 13 chilometri da un alto muro in rete spinata edificato dalle autorità elleniche. Per passare questo confine arrivano da tutta l’Asia: iracheni, siriani, afghani, pakistani. Attraversano il fiume su navi di fortuna, di notte, qualcuno anche a nuoto, rischiando di venir portato via dalle correnti o, più frequentemente, di pagare con la vita le rigide temperature dell’acqua in inverno. Il governo greco ha adottato la linea dura contro i profughi e ha intensificato i controlli lungo il fiume. La conseguenza, però, è stato lo spostamento dei flussi migratori verso le isole dell’Egeo: l’ultima tragedia è stata lo scorso 5 maggio, quando un barcone si è capovolto e 22 persone sono morte al largo dell’isola di Samos.

IL SILOS DI TRIESTE

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Una “piccola Lampedusa” è costituita anche dal Silos di Trieste, una vecchia costruzione nel centro della città friulana diventata la casa di tanti immigrati di passaggio da queste terre di confine. Chi non riesce a passare da Grecia o Bulgaria punta a passare in Italia dalla Slovenia, e Trieste diventa città di snodo. In passato in questi corridoi erano ospitati i profughi italiani fuggiti dall’Istria, ora vi sono per lo più asiatici, arrivati qui passando per Turchia e Balcani. Nell’ultimo anno gli ospiti clandestini sono aumentati esponenzialmente, arrivando a 260 (dati dello scorso maggio): quasi 10 volte tanto i numeri di 12 mesi prima.

L’ARCIPELAGO TURK AND KAICOS

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Altra terra di immigrazione è l’arcipelago Turks and Caicos, gruppo di isole nell’Oceano Atlantico tra Florida, Cuba e Haiti, e dipendenza d’oltremare del Regno Unito. I barconi transitano da qui e scaricano immigrati, diretti poi verso gli Stati Uniti: il governo locale sta pensando addirittura ad un programma con droni per contrastare l’arrivo notturno di questi clandestini, che talvolta rimangono vittime di tragedie. Nel 2009 vi fu la più terribile: dopo tre giorni di navigazione un’imbarcazione in legno si capovolse al largo delle coste occidentali di Caicos, dove risultarono disperse 79 persone. Lo scorso Natale un altro viaggio della speranza si è tramutato in tragedia: 18 haitiani sono morti dopo che la barca con cui avevano attraversato il mare si rovesciava durante le fasi di rimorchio verso un porto.

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