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Il Washington Post racconta il difficile recupero di chi ha sconfitto il Covid a Bergamo

Sono le storie di chi ce l’ha fatta, ma pagando un prezzo altissimo. E c'è anche chi non guarirà più

Il Washington Post racconta il difficile recupero di chi ha sconfitto il Covid a Bergamo
Bergamo, 09 Settembre 2020 ore 11:48

I medici che tra marzo e aprile hanno lavorato senza sosta nelle corsie degli ospedali per curare i pazienti contagiati dal coronavirus, spesso ammalandosi a loro volta, ora stanno richiamando quei malati a cui hanno salvato la vita per analizzare gli strascichi che l’infezione ha lasciato sui loro corpi. Venti persone alla volta, nei locali dell’ospedale da campo degli alpini allestito alla Fiera di Bergamo, procede incessante l’attività di follow-up dei dimessi: si esaminano cuori, polmoni e, soprattutto, si chiede alle persone come si sentono, come procede il loro ritorno ad una vita che normale non potrà più essere.

In molti, infatti, raccontano di sentirsi improvvisamente invecchiati; svariati non saranno più in grado di salire una rampa di scale senza avere l’affanno; alcuni soffrono di perdita di memoria a breve termine, tanto che per portare avanti la propria attività sono costretti ad annotarsi nomi, numeri di telefono e informazioni su post-it come nel film di Cristopher Nolan “Memento”; c’è chi è costretto a dormire più ore la notte per essere riposato al mattino ma che nonostante tutto si addormenta improvvisamente durante il giorno; nei casi più gravi c’è anche chi ha dovuto imparare nuovamente da zero a parlare, mangiare e deglutire. La sensazione, quindi, è che nonostante il virus sia ormai sparito dall’organismo, non si sia mai guariti del tutto.

Sono le storie di chi ce l’ha fatta, di chi ha vinto la battaglia per la vita contro il Covid ma pagando un prezzo comunque molto alto, alle quali il Washington Post ha voluto dedicare uno speciale approfondimento. Se prima Bergamo è balzata agli onori della cronaca internazionale come la Wuhan europea, un luogo in cui erano necessarie sei ore di attesa in ospedale per sbarellare un malato da un’ambulanza o 16 ore di attesa al pronto soccorso, oggi si può dire che la città fa scuola grazie al team di ricerca medica che cerca di fare luce sulle conseguenze del Covid e, soprattutto, sui tempi legati al recupero, talvolta incompleto. Dalle analisi effettuate emerge infatti chiaramente che il Covid investe l’intero organismo e ha effetti diversi da un paziente all’altro. Alcuni pazienti che prima di ammalarsi erano autosufficienti, dopo aver contratto il morbo restano così indeboliti che nel momento degli screening devono essere aiutati in sala d’attesa dai parenti; altri, invece, dopo aver passato il peggio, ne escono come se nulla fosse. Il perché resta, almeno per il momento, un mistero.

Tra le prime 750 persone sottoposte a screening, circa il 30 per cento presenta ancora cicatrici polmonari e problemi respiratori anche se pare che la respirazione sia in lento ma graduale miglioramento, un altro 30 per cento ha problemi legati all’infiammazione arteriosa e alla coagulazione, un’altra parte rischia insufficienze degli organi. A questo si aggiunge un universo di problematiche che condizionano la vita di tutti i giorni e che non si sa quando passeranno: dolore alle gambe, formicolio, perdita di capelli, grave affaticamento e depressione. È proprio la depressione legata al trauma vissuto uno degli scogli più grandi da superare per chi è guarito dalla malattia. Una sorta di cappotto nero e pesante che si fatica a scrollarsi di dosso, insieme al ricordo delle tante persone morte in ospedale chiedendosi se si sarebbe stati i prossimi. C’è anche chi non ha dormito per giorni, temendo di chiudere gli occhi e di non riaprirli più.

Tuttavia per i pazienti più gravi non c’è alcuna possibilità di guarigione in vista. Uno di loro, 55 anni, ha sviluppato un’infezione fungina ai polmoni per la quale ha nei polmoni una serie di bolle, ognuna delle quali può minare la sua respirazione nel momento in cui esplode. Quando questo accadrà non è dato sapere e, quindi, il paziente è costretto a vivere prigioniero del proprio corpo, nell’attesa e nella paura di dover correre in ospedale per drenare i polmoni nel momento in cui i suoi livelli di ossigeno collasseranno.

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