Non esiste l'obiezione di coscienza

L’armata di Israele, spiegata

L’armata di Israele, spiegata
01 Agosto 2014 ore 10:39

La guerra su Gaza è iniziata oramai da oltre tre settimane, le dichiarazioni di tregua o cessate il fuoco durano lo spazio di qualche ora e vengono regolarmente interrotte. I massacri di bambini sono all’ordine del giorno. Un inferno che sembra non avere fine. Israele, è notizia di questi giorni, ha richiamato altri 16mila riservisti. Il numero dei militari impegnati nell’operazione Margine Protettivo sale quindi a quasi 90mila. Un esercito tra i più potenti e i più attrezzati al mondo, in grado di moltiplicarsi in poche ore con la mobilitazione di riservisti. Dove la metà dei tenenti e dei capitani è donna. E sono le donne ad addestrare le reclute.

Il servizio di leva in Israele e i riservisti. Il servizio di leva in Israele è obbligatorio, per uomini e donne. I primi servono lo Stato per tre anni, le donne per due. Obbligatorio anche essere riservisti, cioè, anche se in congedo, rimanere disponibili a servire nell’esercito e ad essere richiamati in guerra, in qualsiasi momento: ogni anno, per un mese, i cittadini di Israele tornano a vestire la tuta grigioverde, gli anfibi e a imbracciare l’Uzi, la mitragliatrice in dotazione alle forze di difesa israeliane. Passeggiando per Gerusalemme o per qualsiasi altra città del Paese, è normale incontrare ragazzi e ragazze poco più che adolescenti che lo indossano a tracolla. Aspettano l’autobus, vanno al mercato, conducono una vita praticamente normale. In divisa. Gli uomini fino a 50 anni, le donne fino a 46. In caso di guerra, come in questo periodo, quando arriva la chiamata dell’esercito, si ha un’ora di tempo per recarsi sul posto assegnato.

Le donne: sono colonnelli, addestrano le reclute e si arruolano volontarie. Quello di Israele è uno tra gli eserciti più potenti al mondo, una forza che in caso di necessità è in grado di triplicarsi in poche ore grazie alla mobilitazione di oltre 400mila riservisti. Il 35 percento dei membri dell’esercito è composto da donne, che possono accedere a quasi tutte le posizioni disponibili, compresa quella di pilota di F16. Seppur gli alti gradi siano ancora appannaggio degli uomini, il 50 percento di tenenti e capitani dell’esercito di Tsahal è costituito da donne. Uno dei ruoli chiave ricoperto dalle donne nell’esercito è quello di addestrare le reclute. Non è raro vedere, nei pressi del Muro del Pianto, a Gerusalemme, nel cuore della città Vecchia, colonnelli donna che addestrano plotoni di giovani reclute. Essendo quella israeliana una società matrilineare – si è ebrei solo se si nasce da madre ebrea – chi meglio di una donna può tramandare l’amore per Israele e insegnare alle giovani leve il senso del dovere per la difesa della patria? Molti israeliani sono convinti che servire l’esercito sia un dovere anche verso la famiglia. Anche le donne non vengono esonerate dall’obbligo di essere riserviste. Prevalentemente vengono richiamate un mese ogni anno fino a 46 anni di età nel sostegno operativo al Comando del Fronte interno, nell’intelligence, nell’aviazione, ma anche nelle operazioni sul campo. Tantissime sono le donne che hanno scelto di tornare al fronte in occasione della guerra su Gaza. Tra loro molte madri di famiglia e donne in dolce attesa. Molte donne si arruolano volontarie. L’operazione Protective Edge è quella che vede impegnata la più alta percentuale di donne rispetto a ogni altro conflitto condotto dall’IDF.

La guerra è obbligatoria anche per gli ebrei ultraortodossi. Gli ebrei religiosi, quelli riconoscibili perché indossano sempre cappotti neri, cappelli a larghe tese e hanno i peyot, i boccoli ai lati delle orecchie, fino a poco tempo fa erano esonerati dall’obbligo di leva. Lo scorso marzo il Parlamento ha approvato una legge, ancora in via di perfezionamento, che rende obbligatorio anche per loro il servizio militare. Non potranno essere però più di 1800 e verranno scelti sulla base di meriti scolastici. Gli ebrei ultraortodossi sono circa il 10 percento della popolazione israeliana: non lavorano, vivono di sussidi statali e ritengono che il loro servizio allo Stato sia la preghiera e lo studio della Torah, su cui si fondano i principi dell’ebraismo.

Sono esclusi dalla leva gli israeliani di etnia araba, quindi anche i cristiani, per ragioni di sicurezza. Israele non li vuole.

I “refusnik”: non è prevista l’obiezione di coscienza. L’obiezione di coscienza non è prevista e chi si rifiuta di prestare il servizio militare finisce in prigione. Chi si oppone alla leva viene chiamato “refusnik” (letteralmente, “rifiutati”, costruita dal verbo inglese “refuse” e dal suffisso russo “-nik”). I giovani israeliani che cercano di evitare la chiamata alle armi invocano motivi religiosi o adducono problemi di salute fisica o mentale. In quest’ultimo caso, presentare un certificato di psicolabilità ha un impatto devastante a livello sociale e impedisce praticamente di condurre una vita normale. Un sondaggio del Jerusalem Post rivela che l’86 percento dei cittadini israeliani si dichiara favorevole all’operazione Protective Edge. Ma c’è anche chi ha il coraggio di rifiutare. Sono una cinquantina i soldati che preferiscono finire in carcere piuttosto che essere responsabili dei massacri. In una lettera al Washington Post hanno scritto: «Ci opponiamo all’esercito israeliano e alla legge sulla leva obbligatoria perché ripudiamo questa operazione militare».

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