In Alta Valle Brembana

L’arrivo dei profughi a Roncobello

L’arrivo dei profughi a Roncobello
25 Aprile 2015 ore 08:00

I profughi sono arrivati a Roncobello questa mattina, poco dopo le sette. Il trasferimento è scattato prima dell’alba: due pattuglie delle forze dell’ordine li hanno scortati in alta valle Brembana. L’operazione si è svolta nel massimo riserbo, con preavviso minimo anche alla Caritas, per scongiurare problemi sul posto: tutto infatti è filato liscio. I pochi manifestanti presenti al presidio di “non accoglienza”, come del resto avevano già annunciato, non hanno opposto resistenza. I profughi sono stati alloggiati nella casa Santa Maria del Carmine, messa a disposizione dalla Fondazione Portaluppi.

Il comitato di “non accoglienza”. Chissà cosa avrebbe detto il podestà Isacco Milesi se avesse visto il comitato di “non accoglienza” all’imbocco del ponte che porta a Roncobello. Chissà nel gruppetto che fino a ieri manifestava contro la decisione della prefettura di spedire i profughi a mille metri, qualcuno si ricorda che Milesi, nel 1943, accolse e nascose nove ebrei salvandoli dalla furia nazista. Un gesto eroico, portato avanti per due lunghi anni con la copertura della gente, che sapeva e tacque a rischio della vita. Sapeva anche don Giovanni Battista Ceroni, che quando le SS piombarono in chiesa disse: «Sto finendo la Messa, aspettate». E quelli rimasero lì, con il mitra sull’altare.

Il nome di Milesi resterà scolpito per sempre sulla stele del Giardino dei Giusti a Gerusalemme, lo striscione «Grazie Stato, prima l’immigrato» se lo porterà via il primo acquazzone. «Aiutiamoli a casa loro, basta pseudo profughi» rincara la dose il cartello appiccicato sul segnale stradale. «Ma non siamo razzisti, ci dispiace per queste persone –  spiegavano ieri i non accoglienti – Si possono anche ospitare, ma non così tanti. Cinquanta sono troppi per un paese che conta meno di 500 abitanti comprese le frazioni». Visto da vicino, il presidio era un po’ come il diavolo: non così brutto come lo si dipinge. Nessun intento barricadero: qui, dicono, non ci sarà blocco quando arriveranno i migranti destinati all’ex colonia. «Non ci pensiamo nemmeno, protesteremo e basta. La Lega? Ci ha appoggiato, ma qui non si fa politica. Siamo solo cittadini arrabbiati con chi decide senza nemmeno consultarci». Lo straniero insomma passerà, ed è passato. Non è passato invece il furgoncino che martedì avrebbe dovuto portare la carne nell’ex colonia: l’autista marocchino si è fermato a chiedere la strada proprio ai manifestanti, che l’hanno furbescamente depistato. «Non è qui, torna pure indietro».

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Paese preoccupato ma solidale. Risalendo i tornanti, i toni scendono ulteriormente. Ieri mattina il paese era deserto, due massaie chiacchieravano davanti all’edicola. «Abbiamo saputo dal giornale che arrivavano i profughi. Potevano almeno prepararci. Se fossero state famiglie, poi, le avremmo ricevute più volentieri. Invece arrivano uomini giovani, chi lo sa come si comporteranno». Degli stranieri in arrivo si discuteva anche al Bar Sport, all’ora dell’aperitivo. Tra un’oliva e un bianchino, i concetti erano più o meno gli stessi: «Ci hanno messo davanti al fatto compiuto, nemmeno il sindaco sapeva. E poi il paese è tutto qui, come passeranno il tempo?». C’è già l’idea di impiegarli in qualche lavoretto utile, come la pulizia dei sentieri. Ma si vedrà. Per ora i richiedenti asilo suscitano lo stesso interrogativo di un atterraggio di alieni: chissà se saranno buoni o cattivi.

Grattando sotto la patina di diffidenza, emerge però una vena di solidarietà. C’è chi ha chiamato don Renato Villa, il parroco, per dare la sua disponibilità. Offerte di aiuto, soprattutto da chi meno te lo aspetti. E due giovani del paese hanno già addirittura trovato lavoro proprio grazie ai profughi: sono stati arruolati dalla cooperativa Ruah, il braccio operativo della Caritas che gestirà anche questo centro d’accoglienza. Nella casa, danneggiata dai vandali sabato scorso («Un gesto sbagliato» chiariscono i manifestanti), era già tutto pronto per ricevere i migranti. Sulle brande spazzolino, tuta da ginnastica e giacca a vento. Anche i viveri erano già stati scaricati. Verdure fresche, frutta, taniche di passata di pomodoro. Segno dell’arrivo ormai imminente. «Speriamo – si era sfogato sorridendo Andrea, giù al presidio – perché siamo stanchi di restare qui in strada, giorno e notte. Se devono arrivare, che arrivino». Da stamattina ci dovranno convivere.

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