I timori dei sindacati

Si guarda alla “fase 2”, ma la metà delle aziende bergamasche non sarebbe pronta

La Cisl analizza, settore per settore, la situazione delle imprese bergamasche per quanto riguarda la tutela dei lavoratori e la ripresa probabile delle attività

Si guarda alla “fase 2”, ma la metà delle aziende bergamasche non sarebbe pronta
10 Aprile 2020 ore 15:23

Purtroppo i timori iniziali stanno diventando realtà. L’emergenza sanitaria sta assumendo sempre più i contorni di un’emergenza economica e sociale. Per questa ragione, da giorni, Confindustria e imprenditori stanno chiedendo con forza al Governo che l’attività lavorativa riprenda in tempi brevi; pena la perdita di migliaia di posti di lavoro. Tuttavia, la Cisl provinciale, con le sue categorie dell’industria, evidenzia come «l’accorato appello alla ripresa che “Confindustria del nord” ha lanciato nei giorni scorsi, si scontra con lo stato delle cose. La grande maggioranza delle aziende del territorio bergamasco non è in regola, o lo è solo in parte. Sulla cosiddetta fase 2 siamo perplessi».

I sindacati sottolineano che in provincia il numero che ha già ripreso, o non ha mai interrotto la produzione, è particolarmente alto «nonostante la Bergamasca sia l’epicentro dell’epidemia, infatti, quasi la metà delle aziende meccaniche non si è mai fermata; le chimiche girano a pieno ritmo da sempre; un importante numero di aziende del comparto costruzioni si sta autocertificando per riprendere o continuare l’attività – spiega Danilo Mazzola, della segreteria Cisl di Bergamo -. Serve ripartire con una politica economica che faccia leva su un grande piano di investimenti pubblici, ma garantendo la salute e la sicurezza in tutti i luoghi di lavoro. La nostra provincia si trova in un frangente critico: all’emergenza sanitaria si sta affiancando l’urgenza di far ripartire le attività produttive per scongiurare ulteriori scossoni all’economia. Bisogna però assicurare che la riapertura delle aziende porti alla ripartenza economica, non alla ripartenza dei contagi».

Fim Cisl, in questi giorni, ha firmato protocolli con il solo 30% delle aziende metalmeccaniche. «In una provincia in crescente attesa di capire quando riprendere le attività lavorativa (in questa settimana tra attività essenziali e deroghe più o meno forzate, circa il 40 per cento delle attività sono già partite) la fase di ripartenza, nei fatti, è già stata avviata nei fatti – prosegue Luca Nieri, segretario generale Fim Cisl –. Sarà fondamentale capire come si vuole ripartire. La fase 2 di cui tutti parlano non dovrà essere svolta con la frenesia del voler ripartire, ma con la consapevolezza di partire in maniera graduale e progressiva, per efficientare sul campo le misure di sicurezza, tenendo conto del sentimento di insicurezza e paura dei lavoratori. In alcune realtà che valorizzano il confronto con le organizzazioni sindacali, il 30 per cento delle aziende ha costruito protocolli specifici in materia di sicurezza, adattando quanto previsto dai decreti e costituendo un comitato di sorveglianza. Ma quasi ovunque è stato frutto di una spinta sindacale. Emblematico il caso Lucchini: la condivisione è un percorso che non tutti perseguono».

Per quanto riguarda il settore delle costruzioni, già dai primi di marzo le aziende più strutturate si sono adoperate per distribuire ai propri dipendenti dispositivi di protezione individuale e gel igienizzanti, ma la realtà produttiva bergamasca è caratterizzata anche da diverse imprese di piccole e medie dimensioni che non hanno evidentemente gli stessi canali di fornitura e potenzialità dei grandi gruppi, faticando a mettere in pratica le norme di sicurezza. Circa il 40 per cento delle aziende produttive del settore (comprese quelle edili industriali) si sta attivando per rientrare al lavoro dopo Pasqua, informandosi con con gli enti bilaterali per la riattivazione dei presidi di sorveglianza sanitaria.

«Un numero importante di autocertificazioni sono pervenute alla Prefettura in questi giorni e questo implica un necessario rafforzamento degli strumenti di vigilanza e controllo – interviene Simone Alloni, numero uno di Filca Cisl – così da non lasciare all’impresa la libera interpretazione di tutte le disposizioni obbligatorie ed inderogabili che il protocollo tra Governo e associazioni prevede. Importante sarà dare le gambe alle commissioni paritetiche tra Rlspp aziendale, rappresentanti dei lavoratori e medico di fabbrica, compartecipazione utile alla stesura delle integrazioni al protocollo necessarie per tutte quelle lavorazioni specifiche che hanno bisogno di un occhio di riguardo. Al problema del virus si somma anche il rischio di incremento degli infortuni sul lavoro in un momento in cui le emergenze non possono essere trattate come nella situazione pre Covid-19».

«Alcune tra le aziende significative per Bergamo come Italcementi, Foppa Pedretti, Tino Sana, Minelli ed Arditi stanno aspettando chiarimenti dal Ministero mantenendo l’assetto che si sono date con la sospensione delle produzioni e l’utilizzo dello smart-working – fanno sapere i sindacati -. Abbiamo anche segnali che indicano invece la volontà di ripartire con produzioni ridotte già dal 14 aprile tra cui alcune tra le più significative come Ferretti, Magnetti, Marlegno, Capoferri serramenti, Cugini Spa. Inoltre, proprio in queste ore, sono in corso interlocuzioni con altre aziende».

Diverso e variegato il discorso nel campo chimico-tessile. Su 402 aziende monitorate da Femca Cisl, 301 hanno una cassa ordinaria in atto per oltre 18 mila lavoratori coinvolti. (5, invece, proseguono regolarmente. «Quasi tutte sono aziende del settore energia e chimica, che non si è mai fermato, adottando solo lo smaltimento ferie, poca cassa integrazione e smart-working per gli impiegati – proseguono -. Solo qualche azienda ha fermato i reparti meno necessari, come Radicifil e Radiciyarn, o il settore cosmetico (vedi Art Cosmetics) che ha fermato per qualche settimana, ma sta già meditando la ripartenza. Il tessile ha visto una frenetica attività volta alla riconversione del lavoro, come successo in Sitip, Radici o in altre piccole confezioni. Alcune grosse realtà sono tuttora in cassa Parà, Albini, Carvico, Cristini) ma si stanno organizzando per l’eventuale fase 2 e stanno già riaprendo gradualmente».

«Il problema principale possiamo dire di averlo nelle aziende dello stampaggio gomma o plastica perché erano quelle secondo noi meno necessarie – precisa Cristian Verdi di Femca Cisl -. La plastica è nei codici Ateco ammessi per qualche settore: molte fanno flaconi per l’alimentare e il sanitario; altri per componenti compresi nella filiera dei beni essenziali, ma hanno comunque fermato dove possibile (Nolan, Gewiss e le grosse imprese dello stampaggio nella zona di Grumello). Diciamo che in queste settimane molte si sono attrezzate con igienizzazioni, sanificazioni e acquisto de dispositivi di protezione. Già molte aziende hanno chiesto la deroga e stanno già riprendendo, o sono pronte a farlo il 14 aprile. Sono tutte realtà di media-piccola dimensione e molti artigiani. Dal punto di vista della sicurezza, le aziende maggiori lavorano tutte rispettando il protocollo. Non possiamo avere la certezza che sia così per quelle medio-piccole, dove anche prima del virus la sicurezza era già scarsa. Speriamo che i lavoratori capiscano che vengono prima la salute e la vita e che ci segnalino eventuali situazioni a rischio».

Infine, per quanto riguarda il settore legato alla grafica, allo spettacolo e alle telecomunicazioni «solo la minoranza delle aziende è pronta e in regola con l’applicazione del protocollo – conclude Luca Legramanti, segretario generale Fistel Cisl -. La maggioranza o è deficitaria in alcuni punti o peggio ancora non sa cosa sia un protocollo. In questo settore, sono circa 100 le domande tra cassa integrazione, deroga e Fis. Molte sono aziende di piccole dimensioni, ma messe insieme a quelle storiche con ammortizzatori sociali attivi prima del Covid coinvolgono quasi 4000 dipendenti. Una percentuale che oscilla tra il 15 e il 20 per cento delle aziende che seguiamo è chiusa per decreto e non ha fatto richiesta di poter continuare l’attività lavorativa. Molte altre pur potendo lavorare sono chiuse per mancanza di lavoro. In tutte le realtà dove siamo presenti sindacalmente si è cercato di prestare da parte nostra la massima attenzione alla sicurezza e la salute degli ambienti di lavoro.

La difficile reperibilità delle mascherine, la confusione organizzativa e le modalità di incontri solo da remoto complicano la situazione delle aziende. Chi già aveva pecche organizzative, le ha viste esplodere con il Covid. Il 40 per cento delle aziende ha cercato di rispondere correttamente alla situazione e ha implementato, sempre tramite confronto, un protocollo da seguire. Il problema più grosso è nel restante 60 per cento, dove spesso non è stato possibile svolgere nemmeno da remoto gli incontri di confronto con le Rsu o con il sindacato territoriale. Non sono aziende piccole; siamo dovuti ricorrere anche allo sciopero per portarli sulla retta via. Non a caso sono anche quelle dove la percentuale di lavoratori in malattia è superiore. Ma il dramma vero si sta svolgendo nelle aziende dove normalmente non siamo presenti. Li è il buio totale. Le segnalazioni che ci vengono fatte da questo mondo sommerso sono incredibili».

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