la causa Lgbti

Le battaglie per i diritti gay partono da Lenford, a Bergamo

Le battaglie per i diritti gay partono da Lenford, a Bergamo
Cronaca 31 Luglio 2018 ore 10:45

Tra i temi caldi del dibattito politico attuale, spicca senz’altro quello dei diritti dei cittadini Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali…). Quelli di cui tutti sono amici, ma sempre con un “ma”. E mentre sui social si gareggia a chi ha più contatti gay in rubrica, c’è chi pensa ai fatti. Come l’associazione Rete Lenford, che ha sede a Bergamo ed è un gruppo di avvocati che, negli anni, si sono adoperati per il riconoscimento dei diritti Lgbti. Fino a pochi giorni fa, la presidente era l’avvocato Maria Grazia Sangalli.

Cos’è la Rete Lenford?
«I colleghi Francesco Bilotta di Trieste, Saveria Ricci di Firenze e Antonio Rotelli di Taranto avevano capito per primi che il riconoscimento dei diritti delle persone gay, lesbiche e trans poteva essere ottenuto solo ricorrendo ai tribunali per invocare l’applicazione dei principi di eguaglianza e di non discriminazione e così hanno fondato questa associazione a Firenze nel 2007».

E come ci siete arrivati Bergamo?
«All’associazione hanno aderito massicciamente, sin dal primo momento, avvocati e avvocate da tutta Italia e da l l’estero, ma proprio il Foro di Bergamo vantava il più alto numero di iscritti, perciò la sede dell’associazione è stata trasferita qui nel 2011».

 

 

Come vi ha accolti la città?
«Abbiamo instaurato ottimi rapporti con il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università, con cui abbiamo in corso una convenzione, con l’Amministrazione comunale e con molte altre realtà del territorio. Per il resto, tutti gli associati sono animati da un senso di insofferenza nei confronti dell’immobilismo politico».

Alla base di tutto, quindi, c’è la passione dei professionisti coinvolti.
«Sì, l’associazione è senza fini di lucro e chi ne fa parte dedica il proprio tempo e il proprio lavoro in modo del tutto volontaristico alla causa».

Cosa fate, di preciso?
«L’associazione ha dato vita e coordina un network di professionisti e studiosi che si occupano di questioni Lgbti. Alla mail sos@retelenford.it si rivolgono persone da ogni parte d’Italia, con una media di circa duecento richiesta l’anno, in prevalenza provenienti dal Nord Italia».

E i risultati ci sono?
«I fatti hanno dimostrato che l’intuizione di dieci anni fa era fondata: non avremmo mai raggiunto certi traguardi in Italia, nel campo dei diritti, se non ci fossero state azioni giudiziarie che hanno messo il legislatore di fronte alla necessità di intervenire».

È cambiata anche la percezione di sé degli stessi cittadini Lgbti?
«Radicalmente mutata direi. Ora sono consapevoli dei propri diritti e della possibilità di rivendicarli legittimamente nelle aule di giustizia».

 

 

Credete sia merito anche vostro?
«In larga parte sì. Ad esempio, grazie a noi e all’associazione “Certi Diritti”, la Corte costituzionale è stata investita della questione relativa al matrimonio delle coppie dello stesso sesso e ha sdoganato il concetto di matrimonio egualitario e l’idea che anche le persone omosessuali volessero e potessero accedervi».

C’è un caso che le è particolarmente caro?
«Mi ha emozionato la recente sentenza ottenuta davanti la Corte d’Appello di Milano, che ha riconosciuto la pensione di reversibilità al compagno superstite prima d e l l’approvazione della legge sulle Unioni civili. I due uomini avevano vissuto quarant’anni insieme senza poter mai formalizzare la loro unione davanti allo Stato, e uno dei due era morto dopo un’improvvisa malattia poco prima d e l l’approvazione della legge sulle Unioni civili. Abbiamo fatto valere la sentenza n.138 del 2010 della Corte Costituzionale, ottenuta grazie alla nostra Associazione, che riconosce il diritto fondamentale alla vita familiare delle persone omosessuali».

Secondo lei il nostro Paese è pronto a questi step?
«Gli italiani sono più avanti dei loro rappresentanti politici. Fuori da certe logiche politiche, valgono le relazioni umane: le persone scoprono che il vicino, la collega, il negoziante, l’avvocato, la commercialista è gay, lesbica o trans e che le famiglie Lgbti sono identiche, nelle loro dinamiche, a tutte le altre».

 

 

Quanto c’è ancora da fare?
«Molto. Oltre al tema dell’adozione, vedo anche interventi nell’ambito del diritto penale e dei diritti delle persone transessuali e intersessuali, costrette spesso ad interventi chirurgici invasivi e lesivi della loro dignità».

Quindi la vostra associazione è già proiettata al futuro.
«Per me l’impegno associativo ha rappresentato un percorso di crescita personale, professionale e politico intimamente intrecciato alla mia vita, estremamente faticoso ma altrettanto entusiasmante. Non potrei immaginare lo svolgimento dell’attività legale fuori da un contesto di impegno per il miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno e di garanzia per la libertà e i diritti di tutte e tutti».

Che consiglio, non legale, darebbe a qualcuno che subisce discriminazioni?
«Di non soccombere alla paura, di rendersi visibili, di rivendicare con forza la piena legittimità della propria esistenza».

Cos’è per lei la famiglia?
«È la stabilità degli affetti».

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