Nel 2014 ci sono 87 condanne a morte

Le 1000 frustate al blogger Raif che svelano le paure saudite

Le 1000 frustate al blogger Raif che svelano le paure saudite
Cronaca 08 Giugno 2015 ore 12:45

Il 7 giugno, la Corte Suprema dell’Arabia Saudita ha confermato la sentenza di mille frustate e dieci anni di carcere per il blogger saudita Raif Badawi. Una sentenza già duramente condannata dalla comunità internazionale e dalle associazioni per la tutela dei diritti umani fin dalla sua prima emissione, mesi addietro. Raif Badawi ha fondato nel 2008 il sito indipendente Free saudi liberals, dedicato al dibattito su temi politici e religiosi in Arabia Saudita. È stato arrestato nel 2012 per oltraggio all’islam e processato per apostasia. Condannato a sette anni di carcere e 600 frustate nel 2013, la sua pena è stata innalzata a 10 anni e mille frustate. Le prime 50 sono state inflitte il 9 gennaio 2015.

Qualche mese fa il quotidiano tedesco Der Spiegel pubblicò una lettera, scritta da Raif Badawi dal carcere in cui si trovava prigioniero, in cui il blogger diceva che era un miracolo l’essere sopravvissuto alle prime 50 frustate. Erano passate 11 settimane dalla prima sessione pubblica di pena e ricordava ancora il vociare della folla che assisteva al macabro spettacolo, urlando "Allah Akbar" (Dio è grande) mentre veniva frustato nel centro della città di Gedda.

 

Raif-Badawi

 

Chi è Raif Badawi. Raif Badawi ha 30 anni ed è un blogger. Ha lunghi capelli neri tirati indietro, occhi verdi come solo quelli degli arabi possono essere e un grande coraggio che lo ha spinto a sfidare la dinastia dei Saud, sunniti wahabiti che regnano in Arabia Saudita dal 1926. Raif è papà di tre bambine e la sua famiglia, dal 2013, vive in Canada, dove ha ottenuto l’asilo politico. Reo aver compiuto crimini informatici per aver manifestato il suo pensiero, il blogger è stato dapprima condannato a 7 anni di reclusione e 600 frustate, e poi, invece, a 10 anni di prigione e ben mille frustate. Questa forma di punizione corporale, però, è una pratica vietata dal diritto internazionale. Nonostante ciò, a gennaio, è stata inflitta a Raif la prima sessione: 50 frustate in pubblica piazza, a cui, di regola, avrebbero dovuto seguirne altre 19, a distanza di una settimana tra loro. E così fino a raggiungere le mille previste. Le condizioni mediche dell’uomo, però, hanno continuato a essere critiche e i medici hanno stabilito che non sarebbe sopravvissuto a nuove sessioni di frustate. Le autorità saudite hanno quindi deciso di posticipare il tutto. Prima di una settimana, poi a data da destinarsi.

Badawi è stato arrestato più volte negli anni. La prima nel 2008, con l'accusa di apostasia (ripudio della propria religione). Venne rilasciato pochi giorni dopo e gli venne proibito di lasciare il Paese. I conti bancari in suo possesso furono congelati. Nel 2012 è stato nuovamente arrestato, ancora per apostasia. In quel caso aveva osato criticare figure religiose. L'accusa era di aver infamato simboli religiosi pubblicando post critici su Twitter e Facebook, oltre ad aver criticato la "Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio" (conosciuta anche come la polizia religiosa) e i funzionari che avevano sostenuto il divieto di includere le donne nel Consiglio della Shura. Contestualmente alla condanna, il giudice aveva anche disposto la chiusura del forum online che Raif gestiva.

La versione saudita. Di fronte alle critiche della comunità internazionale e delle associazioni per i diritti umani, Amnesty International in testa, il ministro degli Esteri saudita ha dichiarato che «l'Arabia Saudita è in prima linea nella difesa dei diritti umani», ma anche che non verranno accettate intromissioni o pressioni da oltre confini. Ha infatti aggiunto che «l’Occidente attacca la nostra sovranità con la scusa dei diritti umani». La Svezia è stato certamente il Paese più duro con l'Arabia Saudita in seguito alla condanna di Badawi, tanto che Stoccolma ha richiamato il suo ambasciatore a Riyadh e ha deciso di sospendere la cooperazione militare con i sauditi.

 

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Le condanne a morte nel Regno. La situazione di Raif Badawi è quella più mediatica, ma in Arabia Saudita la libertà di stampa e di espressione sono un miraggio. Il Regno, in prima linea al fianco degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo di stampo islamista, non ha ancora visto attecchire il germe delle cosiddette Primavere Arabe, ma vive nel terrore che prima o poi anche nel Paese arrivi il giorno in cui si dovranno fare i conti con le proteste di piazza. Per questo motivo i Saud hanno instaurato un vero e proprio clima di caccia alle streghe, incarcerando chiunque cerchi di opporsi al potere. Manifestazioni, libertà di stampa, petizioni contro il Governo sono considerati un crimine e ogni giorno sono decine le persone che finiscono dietro le sbarre. Che siano giornalisti, blogger, attivisti o avvocati poco importa. Le condanne a morte hanno subito una forte impennata e il 2014 è stato un anno “boom” per le decapitazioni: dalle 79 del 2013 si è passati alle 87 dell'anno scorso, un incremento del 10 percento che si è verificato in particolare da agosto, cioè da quando è iniziata la lotta allo Stato Islamico. Dissidenti, omicidi, trafficanti di droga e apostati, in Arabia Saudita, vengono decapitati con la sciabola, secondo la legge coranica. Lo scorso aprile una circolare del dipartimento di Giustizia del Regno ha denunciato la scarsità di boia e ha dato così il via libera ai plotoni di esecuzione.

Carta araba per i diritti umani e libertà violate. Nonostante questo inquietante scenatio, l’Arabia Saudita figura tra i firmatari della Carta Araba per i diritti umani, che all’articolo 32 garantisce libertà di espressione e di opinione. Solo sulla carta però, perché accanto a questa presunta apertura sono state approvate una serie di leggi che limitano le libertà individuali. Come quella della messa al bando di 50 nomi da dare ai neonati, che non sarebbero consoni al Paese perché di origine non islamica. Anche la cultura non è stata esente da critiche e da censure: oltre 10mila libri, tutti inneggianti alle libertà, sono stati ritirati dalla Fiera Internazionale del Libro. Tra questi c’erano anche quelli del poeta palestinese Mahmoud Darwish, che istigherebbe alla violenza. Lo scorso anno è stata approvata la nuova legge antiterrorismo che prevede l’arresto e il processo immediato per chiunque sia sorpreso a minare le fondamenta dello Stato e della società. Rientrano nella minaccia allo Stato anche le donne che portano avanti istanze di libertà.